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Testimonianze

Quella lacrima a cui non riesco ad abituarmi

di Carlo Leardi

La morte di un paziente è un qualcosa che scuote anche il più navigato dei professionisti.

Il decesso del paziente è un evento al quale non ci si abitua mai del tutto

Fare i conti con la morte è sempre dura

Capita, perché prima o poi capita a tutti, di ritrovarsi a fare i conti con "la grande consolatrice", con colei che pone fine alle sofferenze e alle speranze, alle gioie e ai dolori, agli affetti e alle antipatie.

Capita e quando sei lì, durante la tua giornata di lavoro, di colpo un turno tranquillo si trasforma in un putiferio, in una lotta in cui spesso sei costretto a gettare la spugna, non hai il tempo di porti domande, devi solo fare quello per cui sei stato formato e per cui ogni mattina ti rechi al lavoro: cercare di ritardare il più possibile il momento in cui quel paziente esalerà l'ultimo respiro, o magari cercare solo di rendere quel momento il meno doloroso possibile, restandogli accanto e dimostrandogli ancora una volta che intorno a lui c'è ancora qualcuno che gli vuole bene, pur non conoscendo quasi nulla di lui, se non una breve e sterile anamnesi.

Capita, non di rado purtroppo, che mentre sei lì a somministrare la terapia, a rilevare i parametri o a broncoaspirare il signore o la signora "X", che la traccia dell'ecg sul monitor si appiattisca e che compaia quella scritta che riporta freddamente il termine "asistolia"; allora allerti immediatamente il medico e cominci ad eseguire in sequenza quelle azioni ormai tanto familiari, fatte di "spinte" sul torace, di insufflazioni tramite quello che ad un osservatore esterno sembrerebbe solo uno strano pallone, di somministrazione di farmaci che chiami con diminutivi, come "la Nora", quasi fossero amici di vecchia data con cui ormai esci quotidianamente.

Capita, poiché sei un essere umano e non un automa, che mentre sei lì a massaggiare quel corpo ormai inerte, mentre contestualmente preghi affinché i tuoi sforzi (e quelli di tutta l'équipe di cui fai parte) non siano vani e maledici tutto ciò che può aver fatto sì che quell'urgenza si sia verificata, tra un "fine primo ciclo" ed un "via io, via tu, via tutti", che ti soffermi a guardare il viso di quel corpo e noti una lacrima che fuoriesce da quegli occhi sbarrati

Capita, forse perché si tratta di un meccanismo di autodifesa, che, mentre conti trenta compressioni, cerchi di spiegare a te stesso il significato di quella lacrima, la stessa lacrima che vedi sempre fuoriuscire dagli occhi dei pazienti che stanno per lasciare questa vita: l'hai vista ormai innumerevoli volte, ma ancora non riesci ad abituarti alla sua comparsa, ed allora sei lì a pensare che forse chi sta per "andare via" è triste rendendosi conto che di lì a poco non vedrà più tutti quei sorrisi che lo hanno sempre circondato; in alcuni casi potrebbe essere un pianto di gioia, poiché finalmente dirà addio ad una situazione di dolore che tu, per tua fortuna, non hai mai conosciuto.

Capita che quando il medico ti dice che purtroppo non c'è più niente da fare se non interrompere le manovre di rianimazione, la tua mente è ancora confusa e ti ritrovi a porti quelle stesse domande che ogni essere umano si è posto almeno una volta nella vita, ossia se tutto finisce così o se forse altrove continua o se ricomincia ancora una volta.

Capita, quando ti accorgi di vivere in un film già visto, di domandarti per quale motivo hai scelto, tra le tante, proprio quella professione e cosa ti spinga ancora ad amarla; così passi il resto della giornata lavorativa immergendoti ancor più nel tuo lavoro, quasi a voler esorcizzare quella paura con cui tutti prima o poi si scontrano, quasi a voler scacciare dalla tua mente tutte quelle domande senza risposta, quelle sensazioni di smarrimento interiore che sai torneranno a farti visita, poiché fanno parte del tuo lavoro, di quello stesso lavoro che, nonostante tutto, non cambieresti per nulla al mondo.

Capita che, dopo aver timbrato quel cartellino, torni finalmente a casa dove ti aspetta qualcuno che amorevolmente ti domanda "come è andata oggi?"; a quel punto sei indeciso se tornare a pensare a ciò che hai vissuto o se rispondere semplicemente "il solito", quasi fossi al bar sotto casa con gli amici ed il barista ti domandasse cosa prendi da bere.

Capita, poiché fortunatamente capita anche questo, che a distanza di poco tempo incontri quello che per te è uno sconosciuto, il quale però ti ringrazia per quanto hai fatto per il suo congiunto, quello che insieme ai tuoi colleghi hai cercato invano di rianimare; solo allora capisci che spesso non puoi fare altro se non gettare la spugna nella lotta contro la "dama con la falce", ma con la tua caparbietà (e quella di tutti i tuoi colleghi) l'avrai costretta a sudarsela, quella vittoria.

Infermiere

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