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Assistenza Infermieristica

Stato depressivo e assistenza infermieristica

di Sara Di Santo

Quante volte abbiamo usato o sentito usare il termine “depressione” nella nostra quotidianità? Molto spesso, tuttavia, lo si utilizza in modo improprio, dimenticando la serietà di tale disturbo e non considerando, ad esempio, che esso pervade l’intera esistenza di chi ne soffre, portando la situazione fino a conclusioni estreme e che è legato anche al mutare delle stagioni. La persona in stato depressivo è un paziente molto complesso da assistere: scopriamo cosa è importante fare e, soprattutto, non fare e come si imposta il processo di nursing.

Lo stato depressivo e il paradosso delle stagioni

depressione

La depressione fa perdere interesse per ogni aspetto della vita.

Nell’immaginario comune si associa la depressione all’inverno, più precisamente al periodo natalizio, quando luoghi comuni e convenzioni “costringono” alla gioia e alla condivisione di cose e sentimenti.

Uno studio condotto dal professor Giuseppe Maina dell’Università di Torino, primario al San Luigi Gonzaga di Orbassano, in collaborazione con i dottori Andrea Aguglia, Marta Moncalvo e Francesca Solia è stato pubblicato pochi giorni fa sull’International Journal of Psychiatry in Clinical Practice e ribalta questa visione.

Lo studio, prendendo in considerazione causa del ricovero, età, sesso, livello di istruzione, occupazione e stato civile di un campione di 730 utenti ricoverati fra settembre 2013 e agosto 2015, dimostra che “il cambio delle stagioni incide sul numero delle psicosi, così come sui suicidi e sul numero dei trattamenti sanitari obbligatori, ma con risultati che ribaltano l’immaginario comune. I picchi sono fra marzo e giugno mentre a dicembre si ha il minor numero di accessi”.

Quali sono le caratteristiche dello stato depressivo?

Lo stato depressivo fa parte dei disturbi dell’umore, ovvero quei disturbi che riguardano la sfera dell’affettività, dei sentimenti, dell’umore e delle emozioni.

Quando si parla di umore si intende la tonalità di base dell’affettività, è ciò che condiziona l’esistenza dando forma ai nostri stati d’animo; i sentimenti, invece, ritraggono qualità e stati dell’Io in ogni suo particolare vissuto.

Quando la vita interiore, soggetta ad altalenanti sbalzi d’umore, porta ad oscillazioni che passano dall’euforia paradossale ad un tono bassissimo, si oltrepassano i limiti socialmente e culturalmente accettabili ed è in questo caso che si parla propriamente di disturbi dell’umore o dell’affettività.

Fra i disturbi dell’umore si distinguono:

  • stati depressivi: disturbo depressivo maggiore e disturbo distimico;
  • stati di eccitamento maniacale: disturbo bipolare (tipo 1 e tipo 2).

La persona con stato depressivo ha un umore depresso che si accompagna ad ansia e melanconia, avverte un senso di vuoto affettivo, di disperata solitudine, matura idee di rovina verso sé stesso e verso la famiglia; sente gravare su di sé il peso di sensi di colpa schiaccianti che portano a formulare pensieri di morte e suicidio.

Le funzioni corporee subiscono alterazioni importanti: disappetenza, insonnia, ribaltamento del ritmo circadiano, diminuzione della libido, mancanza di forze per compiere anche i più semplici atti quotidiani.

Il pensiero è rallentato, la persona parla poco e lo fa in maniera flemmatica, così come stanche e rallentate sono la sua andatura e la sua capacità di concentrazione.

Il disturbo depressivo maggiore è la forma più grave di depressione, in cui la persona raggiunge livelli psicotici che alterano sensibilmente i sentimenti vitali. Il disturbo distimico, invece, ha un quadro clinico caratterizzato da una minor gravità dei sintomi, che però restano gli stessi del disturbo depressivo maggiore.

Ruolo dell’infermiere nella diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore

Per fare diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore i sintomi-chiave, ovvero quelli che devono essere sempre presenti, sono:

  • umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno;
  • marcata diminuzione di interesse e/o piacere per qualsiasi attività.

Questi sintomi, più quelli accessori che possono variare da caso a caso, devono essere presenti per almeno due settimane e deve verificarsi una sostanziale compromissione del normale funzionamento bio-psico-sociale affinché si possa fare diagnosi.

Il medico specialista, una volta valutati i sintomi e gli specificatori quali decorso (episodio singolo o ricorrente?), severità (episodio lieve, moderato o grave?) e manifestazione (tipicamente melanconica o atipica?) imposterà una terapia antidepressiva tarata sul singolo assistito.

L’approccio al paziente depresso non è affatto facile, poiché esso tende a chiudersi progressivamente in sé stesso e a sviluppare reazioni di fastidio, irritazione o rabbia, reazioni controproducenti per il trattamento del disturbo e la cura della persona; l’infermiere conosce questi rischi e imposta il processo di nursing basandosi principalmente sulla natura educativa e relazionale del proprio profilo professionale.

La psichiatria, in generale, ha tempi lunghissimi; ogni persona, in particolare, ha i suoi tempi. Che vanno rispettati.

Guidato da questa consapevolezza l’infermiere di salute mentale

conosce l’importanza dell’instaurazione di un rapporto di fiducia con l’assistito e sa che tutta la fatica fatta per costruirlo può essere spazzata via da un errore, anche apparentemente minimo.

Ecco che tiene a mente le cose da non dire/fare, ovvero:

  • minimizzare i disagi espressi dall’assistito;
  • evitare di parlare della diagnosi precisa;
  • stimolare insistentemente l’assistito a reagire, a “tirarsi su”, a fare cose che non ha voglia di fare;
  • focalizzarsi particolarmente sulla sintomatologia fisica;
  • mostrarsi evasivi circa il trattamento farmacologico;
  • allearsi con familiari non educati alla situazione.

All’infermiere di salute mentale è richiesto un ruolo emotivamente molto attivo e la messa in campo di comportamenti il più “terapeutici” possibile per quel tipo di paziente in quella determinata circostanza.

Così, in caso di paziente con disturbo depressivo maggiore, l’infermiere, oltre a garantire la corretta somministrazione della terapia prescritta dal medico, si attiverà per:

  • garantire la soddisfazione dei bisogni di base, promuovendo il massimo livello di autonomia possibile;
  • promuovere la sicurezza fisica, ponendo attenzione particolare alla prevenzione di atti/tentativi suicidari;
  • valorizzare la persona e le sue potenzialità;
  • offrire esperienze e interazioni che permettano all’assistito di rivalutare l’autostima;
  • incoraggiare ed educare la famiglia a partecipare ai progetti volti al ritorno ad una vita autonoma e soddisfacente per l’assistito.

La strada per raggiungere questi obiettivi è fatta di comprensione, disponibilità all’ascolto e supporto.

Ad un paziente con tale disturbo bisogna spiegare che la depressione è un disagio comune, attivando ed innescando strategie di de-responsabilizzazione; discutere in maniera franca delle idee suicidarie, invece di ignorarle, è la via per aiutare la persona a gestire stati d’animo, pensieri e comportamenti disturbanti in modo costruttivo.

In maniera sinergica all’andamento delle fasi del trattamento farmacologico (titolazione graduale, remissione sintomatologica, stabilizzazione, sospensione graduale), l’infermiere accompagna il paziente verso una fase di miglioramento, durante la quale approfondisce insieme a lui le tematiche depressive, le cause e i contesti interpersonali che ad essa soggiacciono.

Così facendo, l’assistito può arrivare a conoscere meglio le sue vulnerabilità, ad essere meno severo con sé stesso e, cosa fondamentale, riconoscere i segni premonitori della depressione.

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