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Editoriale

Strage di Bologna, quarant’anni dopo

di Giordano Cotichelli

I morti della strage di Bologna sono stati 85 e più di duecento i feriti. Bologna, perché Bologna? Due giorni dopo, lunedì 4 agosto, partii per il mio viaggio. La prima tappa era proprio Bologna da dove partiva il treno che mi avrebbe portato oltre frontiera. Arrivai verso le 8 della mattina. Scesi e mi diressi verso l’uscita della stazione. Scesi e mi diressi verso il primo binario che era stato investito dall’esplosione. Scesi, e mi diressi lontano dal guscio provinciale che mi aveva protetto fino a quel giorno, perché volevo vedere, sapere, capire. All’esterno della stazione c’era l’orologio, rotto dall’esplosione, fermo sull’ora della strage: 10,25. Il marciapiede del primo binario era transennato all’altezza di dove era accaduta l’esplosione. Tutto quello che avevo visto non dovevo dimenticarlo in nessun modo.

2 agosto, quattro decadi fa

La stazione di Bologna dopo la strage del 2 agosto 1980

Era un sabato d’estate, come tanti altri propri della bella stagione. Quelli in cui la voglia di ferie, sole, mare, riposo e tanto ozio, si mescola alla ritualità del fine settimana. Quel sabato però, era un po’ diverso dagli altri. Il giorno prima il tirocinio estivo era finito ed io mi preparavo per un lungo ed intenso mese di vacanza. In tasca avevo un biglietto ferroviario inter-rail appena acquistato.

Il programma era semplice: partire filato per un Europa, tutta da visitare. Un mio amico mi aveva promesso un po’ di materiale per documentarmi sulle varie città da vedere. M’aveva dato appuntamento a casa sua, verso l’ora di pranzo, di sabato appunto. Nelle lunghe settimane di tirocinio infermieristico m’ero cullato nell’idea di riuscire a partire sin dalla prima ora successiva alla timbratura di fine turno, per utilizzare il più possibile il biglietto ferroviario. Sapevo in cuor mio che non ci sarei riuscito. Troppe cose da fare. Sapevo che non sarei partito né il venerdì sera, né il sabato mattina. Prima di lunedì insomma, non sarei stato libero dalle troppe cose da fare.

Arrivai a casa di Claudio, il mio amico. Mentre ci dirigevamo in camera sua, lui mi chiese informazioni su quello che era successo. “Perché, cosa è successo?”, risposi. Claudio replicò indicandomi con il capo la televisione su un lato della sala. Solo allora mi accorsi che il resto della famiglia era immobile davanti allo schermo ad ascoltare un’edizione straordinaria del TG.

A Bologna c’è stata una strage, alla stazione

Restai a guardare lo schermo in bianco e nero cercando di capire qualcosa, di sentirmi meno stupido di quanto già non mi facesse sentire quell’orrore che in quel momento investiva me e tutto il resto del paese. Ricordo la testa vuota e l’incapacità di dire qualcosa, di formulare un semplice pensiero. Quel sabato era il 2 agosto del 1980, il giorno della strage alla Stazione di Bologna.

Al ritorno a casa, mio padre mi accolse dicendomi: Hai sentito? , fu la mia risposta. Restammo in silenzio per tutta la durata del TG. Bologna, perché Bologna? Cominciai a chiedermi, come molti altri. Mio padre le stazioni distrutte le aveva viste, durante la guerra; fatte saltare in aria dai nazisti o dagli alleati. Io, seppur molto giovane, appartenevo ad una generazione che era già troppo cresciuta in un paese in cui treni e ferrovie saltavano in aria, assieme alle piazze: Gioia Tauro, Italicus, e Piazza Fontana per la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura e Piazza della Loggia a Brescia, durante un comizio sindacale antifascista. E molte altre.

I morti della strage di Bologna sono stati 85 e più di duecento i feriti. Bologna, perché Bologna?

Due giorni dopo, lunedì 4 agosto, partii per il mio viaggio. La prima tappa era proprio Bologna da dove partiva il treno che mi avrebbe portato oltre frontiera. Arrivai verso le 8 della mattina. Scesi e mi diressi verso l’uscita della stazione. Scesi e mi diressi verso il primo binario che era stato investito dall’esplosione. Scesi, e mi diressi lontano dal guscio provinciale che mi aveva protetto fino a quel giorno, perché volevo vedere, sapere, capire. All’esterno della stazione c’era l’orologio, rotto dall’esplosione, fermo sull’ora della strage: 10,25. Il marciapiede del primo binario era transennato all’altezza di dove era accaduta l’esplosione.

Si riusciva a distinguere poco attraverso la copertura che era stata messa. Vidi un treno fermo sul primo binario, lo stesso investito dai 23 kg di esplosivo che avevano spazzato via l’ala ovest della stazione e le vite contenute in essa, nei suoi locali, lungo la banchina, nella sala d’aspetto. Oltre le transenne si vedeva il cielo, che non doveva essere lì.

E si vedevano le travi contorte, i vetri rotti, i muri distrutti, la polvere, i calcinacci. Non so per quanto tempo sono restato a fissare i segni della strage. Ricordo che ad un certo punto mi sono allontanato e mi sono diretto sul versante opposto del marciapiedi, dove finiva la tettoia della stazione e si scopriva un altro cielo. Meno azzurro. Lì c’era una fontanella dove ho riempito la borraccia.

Ho cercato di pensare a qualcosa. Mi sono acceso una sigaretta e sono rimasto fermo. Sono ritornato alle transenne, a quella bocca aperta verso il cielo vuoto, in un grido infinito.

Ho guardato di nuovo tutto cercando di fissarlo nella mia mente il più possibile, tutto quello che avevo visto non dovevo dimenticarlo in nessun modo

Il resto è storia, memoria politica e ferita aperta nel corpo di un paese che ad ogni passo verso un futuro migliore, ed un benessere diffuso e condiviso, ha trovato troppo spesso la violenza stragista messa in atto da manovalanza fascista, sostenuta da logge segrete, servizi deviati, e pezzi dello stato compiacenti e signori della guerra che non hanno mai pagato nessun prezzo per il terrorismo scatenato.

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