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Infermiere pediatrico

L'Infermiere Pediatrico in Italia

di Chiara Tosin

L’Infermiere Pediatrico è l’operatore sanitario che, in possesso del diploma universitario abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale, è responsabile dell’assistenza infermieristica pediatrica (Profilo Infermiere pediatrico, 2006).

Infermiere pediatrico

“The child, first and always” asseriva Charles West, luminare della pediatria, colui che a tutti gli effetti può essere considerato il padre dell’infermieristica pediatrica. Grande innovatore, iniziò ben presto a combattere l’idea dominante, tanto nella medicina quanto nell’infermieristica, che vedeva il bambino come un piccolo adulto. Era il 1850 e i bambini venivano ricoverati in reparti per adulti e curati da medici e infermieri in possesso di rudimentali cognizioni non solo di pediatria, ma di medicina in generale.

Chi è, dove si forma e di cosa si occupa l’infermiere pediatrico?

Fu proprio allora che West comprese l’importanza di fare qualcosa al riguardo, ottenendo la stesura del primo manuale di infermieristica pediatrica e la creazione di un corso di formazione per “infermiere dei bambini”. Con una visione assai moderna per l’epoca, riteneva fondamentale il ruolo infermieristico, così come la necessità di una solida preparazione nell’assistenza al bambino, dalla comprensione del linguaggio al tipo di pianto, dal comportamento alle condizioni cliniche, fino alle disposizioni mediche.

Florence Nightingale, una delle più note capostipiti della professione infermieristica era in disaccordo con West; sosteneva, infatti, che negli ospedali non ci dovessero essere reparti speciali per bambini e che i bambini dovessero essere ricoverati con gli adulti.

Nonostante ciò, nella seconda metà dell’800, l’opera di West fu raccolta e portata avanti da Catherine Wood, proseguendo poi fino all’era moderna e configurando sempre più l’infermieristica pediatrica come una disciplina a sé stante.

Al contrario di quanto si pensi, l’infermieristica pediatrica non nacque come specializzazione dell’infermieristica intesa in senso generale, quanto piuttosto da basi e considerazioni diverse che la portarono ad avere caratteristiche proprie già nel XIX secolo, ponendola, dal punto di vista temporale, in una fase addirittura precedente.

Attualmente i sistemi sanitari delle principali nazioni europee prevedono la figura professionale dell’infermiere pediatrico come distinta da quella dell’infermiere, sia nel profilo professionale che nella formazione. In alcuni paesi, per tale ruolo, sono anche previsti percorsi di alta specializzazione come la formazione per diventare Neonatal Nurse Practitioner, frequentabile solo dopo aver maturato almeno 4 anni di attività lavorativa nei reparti pediatrici.

In Italia, nel 2000, il titolo di vigilatrice d’infanzia viene equiparato a quello di infermiere pediatrico, sia ai fini della formazione post base che dell’esercizio professionale. Si stabilisce così che l’infermiere pediatrico è un professionista sanitario che, in possesso del titolo abilitante e dell’iscrizione all’albo professionale, è responsabile dell’assistenza infermieristica pediatrica. Ciò nonostante il ruolo dell’infermiere pediatrico è rimasto sempre negletto rispetto all’infermiere e questo, in parte, è attribuibile alla sua origine. Infatti, storicamente, la “vigilatrice d’infanzia” era colei che si occupava di vigilare e sorvegliare il bambino in un’accezione più educativa che terapeutico-assistenziale.

Attualmente, sebbene l’infermiere pediatrico sia indicato come l’operatore sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica pediatrica in possesso della Laurea di I° livello in Infermieristica Pediatrica e dell’iscrizione all’albo professionale (detenuto dalla Federazione Nazionale dei Collegi Ipasvi), sussistono due diverse strade per la formazione di base, che affiancano alla tradizionale laurea triennale la via della formazione post base (master di I° livello).

Questo doppio binario, negli anni, ha contribuito a generare una notevole confusione, portando a credere che la professione fosse una specializzazione dell’infermieristica al pari della sanità pubblica, della psichiatria, della geriatria e dell’area critica. Il possesso del diploma di Stato di vigilatrice dell'infanzia, con estensione all’infermiere pediatrico, costituisce a tutt’oggi il titolo di preferenza per l'assegnazione a posti di servizio di assistenza all'infanzia presso ospedali o reparti ospedalieri infantili e presso ogni altra istituzione di assistenza all'infanzia (RD 1098/40).

Essere infermiere pediatrico significa assistere pazienti che hanno un range d’età variabile tra le 23 settimane gestazionali del neonato pretermine fino ai 17 anni all’adolescente. Non in tutti i reparti è possibile trovare questa variabilità, poiché spesso i pazienti vengono suddivisi per patologie, fasce d’età e livello di complessità.

Alcuni esempi di reparti presenti nei maggiori ospedali italiani sono: terapia intensiva neonatale, chirurgia pediatrica, terapia intensiva pediatrica, cardiochirurgia pediatrica, onco-ematologia pediatrica, nefrologia pediatrica e neuropsichiatria infantile. Sostanzialmente possono esistere tante specializzazioni quante sono quelle “per l’adulto”, tuttavia la casistica è molto ridotta e questo ci porta spesso a trovare bambini che vengono seguiti da personale non specializzato. È presto detto che spesso, nelle realtà italiane, gli infermieri che lavorano con i bambini sono infermieri che non possiedono il titolo di infermiere pediatrico.

Questo accade perché, in organizzazioni grandi e non esclusivamente pediatriche (come sono molte delle aziende ospedaliere italiane), è difficile assumere personale non trasferibile perché altamente specializzato. Se da una parte le organizzazioni hanno bisogno di flessibilità, dall’altra troviamo il tentativo al livello “europeo” di creare sempre maggiore competenza come sinonimo di qualità.

Il rischio che corrono gli infermieri pediatrici in Italia è di avere meno offerta lavorativa e di sentirsi “incompleti”, tanto da voler affrontare l’anno integrativo di formazione per poter essere assegnati anche a reparti con utenti adulti.

A livello nazionale, la stessa Federazione dei Collegi IPASVI non è ancora riuscita a dare risposte definitive a questa situazione.

Cosa significa realmente assistere un bambino?

Prendersi cura di un bambino significa predisporsi ad una vicinanza sia mentale che fisica tale da permetterci di comunicare con lui rispettandone l’identità. Le differenze che rendono il bambino un individuo a sé stante rispetto all’adulto sono molte e riguardano l’anatomia, la fisiologia, le patologie e l’approccio clinico assistenziale.

A fronte di tutto questo, Charles West e Catherine Wood intuirono già nel 1800 quel che i più ancora oggi faticano a capire, ossia la necessità di un percorso di formazione specifico.

Il bambino non è solo un individuo complesso e fragile; esso è anche parte di un nucleo famigliare. Quando ci si approccia ad un bambino malato è importante considerarne non solo l’età, le capacità comunicative ed il vissuto di malattia, ma anche la situazione sociale e familiare.

Ogni bambino ha una sua capacità relazionale e di comunicazione e, soprattutto, ogni bambino ha bisogno di essere guardato ed ascoltato. Per instaurare una relazione con i bambini è necessario usare diverse strategie. In alcuni casi sono sufficienti un gioco o un palloncino, in altri è importante costruire la fiducia giorno per giorno facendo capire al paziente quanto lui sia importante per noi e quanto lo si rispetti nella sua identità.

Dare ascolto al bambino significa coinvolgerlo nella cura in base alle sue capacità cognitive e renderlo partecipe di ciò che accade. Spesso i tempi dell’assistenza sembrano impedirci di comunicare e di entrare in contatto con i pazienti; è in questo caso che i genitori possono diventare una grande risorsa.

A differenza degli adulti, con cui vi sono delle pratiche standardizzate, i bambini sono soggetti ad un’ampia variabilità, ad esempio: la diluizione ed il tempo di somministrazione dei farmaci varia in base al peso e alla patologia del bambino, ogni presidio ha 5 o 6 diverse taglie e solo in terapia intensiva pediatrica standard vengono utilizzate 9 scale per la valutazione del dolore. Nonostante tutto questo lavoro, in alcuni casi, l’infermiere non ha sufficienti strumenti e si deve affidare alla capacità dei genitori di comprendere il proprio bambino; nel caso di pazienti con neurocompromissioni, alcune mamme hanno riconosciuto fino a 27 diversi movimenti degli occhi permettendo così di capire se il loro bambino provava dolore. Ecco che il genitore deve essere considerato parte integrante dell’assistenza.

Parte del lavoro dell’infermiere pediatrico è quello di riuscire ad accettare i momenti di crisi, quelli durante i quali il bambino (e a volte anche il genitore) piange e si dispera guardandolo negli occhi come se fosse il peggiore degli aguzzini.

Restare vicino al paziente offre la possibilità di aiutarlo a smettere di piangere, restituendogli la serenità di un sorriso. Per fare questo è importante essere presenti e non uscire dalla stanza alla fine della procedura, o meglio, è importante imparare quando essere presenti, quando lasciare spazio alla famiglia e quando tornare.

Riuscire a rimanere vicino al nucleo “famiglia” senza invaderlo e senza allontanarlo non è facile, richiede molto impegno e una buona capacità di ascolto. È necessario il confronto continuo con gli infermieri esperti, il supporto di figure qualificate (es. psicologi), una organizzazione Family Centered Care Oriented, ma soprattutto pazienza. Imparare ad assistere un bambino può essere un percorso molto lungo percorso.

Le nostre organizzazioni si stanno muovendo per accogliere sempre più infermieri pediatrici. Certo, attualmente molte realtà sono popolate da infermieri “adulti” che hanno sviluppato un expertise che non deve essere perduta. È importante, nell’ottica di una professione futura orientata ad una maggiore specializzazione, favorire l’incontro tra queste due realtà professionali, popolando le strutture pediatriche di infermieri specializzati, affiancandoli a colleghi portatori di esperienza.

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