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Infermieri

Infermieri alla ricerca della dignità perduta

di Marco Tapinassi

Noi infermieri abbiamo da sempre quel famoso valore in tasca che nessuno mai riuscirà davvero a scalfire o svalutare se non noi stessi. Rilanciarci è possibile, ma la strada giusta non passa per la polemica.

Il potere di rilanciare l'immagine della professione è nelle nostre mani

Siamo infermieri, necessitiamo proprio di dover sentirlo ripetere?

L'onestà prima di tutto. Diciamocelo, la polemica piace. Ci fa esaltare, ci fa sentire prima quel prurito interiore, poi quel senso di anarchica espressione animale e poi ci lascia quel senso di rilassatezza senza pensieri.

Ci concediamo questi momenti di frenetica euforia etichettandoli come "partecipazione" o "mobilizzazione", o altre parole che abilmente ricicliamo dagli anni '60 e '70, quando però avevano senso, contenuto e, spesso, seguito.

Amiamo l'ebrezza del post becero, evoluzione antropo-tecnologica dell'offesa al preside dalle ultime file durante le assemblee d'istituto. Grandi risate, grandi contenuti, grandi spessori culturali.

Rimane poi invece un qualcosa. Un'occasione sprecata, una possibilità di aggiungere (se non addirittura creare) valore a qualcosa che c'è o c'era prima. Come quando hai dei soldi, un valore in tasca. Poi li lasci sul conto, alla voce "Brunello di Montalcino 75cl". Torni a casa e quando il giorno dopo devi far bancomat per mettere un deca di benzina, ti ricordi che non sai distinguere il chinotto dal caffè d'orzo.

Noi infermieri siamo un po' così. Succede qualcosa di mediaticamente rilevante, di offensivo verso tutti noi, o anche semplicemente di inesatto e... se nel mondo esiste la precisione non è il caso di accontentarsi a scapito nostro.

L'arte non scritta dello stare al mondo prevederebbe di difendersi argomentando, chiedendo rettifica e un minimo di riscatto d'immagine. Se vogliamo leggerla con occhi più astuti, ne ricaveremmo anche un ritorno d'immagine, accaparrandoci magari qualche simpatia da parte delle persone, che a fronte della nostra pacata difesa potrebbero anche voler approfondire il nostro mondo e, sopratutto, il nostro fortissimo ruolo sociale.

Invece a cosa assistiamo? In ordine: scandalo/scorrettezza mediatica. Ribattuta di alcuni media infermieristici, eleganti come la salopette di jeans a una cena di gala. Il circo del web si scatena: piagnistei, proteste, indignazioni. Se hai un minimo ruolo nel mondo sanitario puoi scegliere se farti accostare a qualche organizzazione mafiosa o, in aggiunta e mai in alternativa, constatare il mestiere di tua madre.

Altro passaggio dai media infermieristici, altro squallore di contenuti, altro euforico e irrispettoso delirio.

Un atrio che fibrilla, non pompa. Siamo infermieri, necessitiamo proprio di dover sentirlo ripetere?

La compostezza, a questo mondo, è poco comune. La protesta nel rispetto delle persone e dei ruoli, ancora meno. Esistono alcune realtà mediatiche, non soltanto quella che pubblica questo articolo, che credono nel contegno. Nella giustezza.

Noi infermieri abbiamo da sempre quel famoso valore in tasca che nessuno mai riuscirà davvero a scalfire o svalutare se non noi stessi. Il nostro ruolo è così fondamentale e così riconoscibile che soltanto noi stessi possiamo infangarlo. Le reazioni scomposte sono come una fibrillazione atriale. Frenetiche e sterili. Generano soltanto problemi verso chi lavora sottotraccia, negli uffici, nei corridoi, nei palazzi, per far sì che i riconoscimenti che di fatto meritiamo, riescano a divenire effettivi.

Prima, però, c'è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L'emozione e la paura (dal film "La grande bellezza")

I social network sono una realtà meravigliosa e sinceramente condivido quando se ne parla in maniera positiva e incentivante. Sono una moderna agorà e potremmo tutti stare qui ore a dirci cose positive a riguardo, già dette e ridette e inutili da ribadire.

Certo è che, sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore, ogni tanto, se cerchiamo bene, troviamo anche manifestazioni di seria pacatezza. Di sensata protesta. Di quella che quando poi scende dalla sedia sulla quale era in piedi e spegne il megafono, ama aver gettato semi per vederli germogliare.

Uno degli esempi di questo è il gruppo di Facebook #noisiamopronti. È stato fondato come espressione dell'omonimo movimento dal presidente del collegio Ipasvi di Bologna, Pietro Giurdanella, in reazione alla querelle della sospensione di alcuni medici da parte dell'Ordine, i quali avevano autorizzato per protocollo degli infermieri del 118 ad alcune procedure.

Storia a parte, la gestione e l'espressione dei contenuti, la mediazione dei commenti, la smorzatura dei toni sono magistralmente aderenti al pensiero di costruttività della protesta.

Un altro modo di fare gruppo, di proteggerci e di rilanciarci è possibile. Ci riusciremo? Cosa ci manca? Sicuramente sarà utile sbagliare, analizzare, riprovarci. Di errori fino ad oggi ne abbiamo fatti veramente tanti.

Abbiamo imparato qualcosa? Sapremo raccogliere la sfida e correggerci realmente? Riusciremo mai a dimostrare il nostro valore?

Ai posteri l'ardua sentenza.

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