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professioni sanitarie

Infermiere e Terapista Occupazionale, l'integrazione di due mondi

di Marco Tapinassi

Il riconoscimento del valore del team professionale rappresenta una delle fondamenta della professione infermieristica. Tra le varie figure con cui l’infermiere si interfaccia non passa inosservato il lavoro dei Terapisti Occupazionali, preziosi alleati per il benessere del nostro assistito.

Terapia Occupazionale e infermieristica a confronto

Infermiere e terapista occupazionale operano in sinergia per la riabilitaizone del paziente

I terapisti occupazionali (T.O.) ricevono sempre più attenzioni e riconoscimenti, ma vivono la situazione di stallo riguardo la trasformazione in ordine e la creazione di un albo professionale.

La presenza dei T.O. nelle strutture sanitarie è sempre più forte e si sta espandendo a macchia d'olio, sebbene si registrino ancora molti abusi professionali e invasioni nelle competenze da parte di altri professionisti sanitari.

Per conoscere meglio i terapisti occupazionali ed approfondire come il loro operato si amalgami con la professione infermieristica, abbiamo raggiunto il presidente della Società Tecnico Scientifica Italiana di Terapia Occupazionale - SITO - Yann Bertholom, che ringraziamo ancora per la disponibilità.

Chi è il Terapista Occupazionale?

Il terapista occupazionale è un professionista che opera in ambito sanitario: ha un’ampia formazione in campo medico, psicologico, psicosociale e nella scienza occupazionale. Questa formazione fornisce attitudini, abilità e conoscenze utili per lavorare, con il singolo o con un gruppo di persone, in tutte le età della vita, in piena autonomia o all’interno dell’équipe interdisciplinare.

Il focus della terapia occupazionale è l’occupazione, inteso come l’insieme delle attività significative della persona.

Essere centrati sull’occupazione significa collocare l’occupazione in una posizione centrale e usare la nostra comprensione dell’essere umano in quanto essere occupazionale, per guidare il nostro ragionamento professionale (Fisher, 2013).

Il terapista occupazionale diventa un esploratore delle competenze che sono necessarie nell’esperienza della vita quotidiana: prendersi cura di sé, studiare, lavorare, fare sport, stare insieme, abitare un luogo.

Il processo di terapia occupazionale deve essere determinato in funzione del recupero delle occupazioni, mirando il più possibile a quello che viene definito “flow”, cioè l’esperienza positiva che la persona vive quando quello che fa è perfettamente adeguato ai suoi desideri, alle sue abilità e al suo contesto, generando benessere.

Perché il T.O. si attesta come professionista fondamentale del team multiprofessionale sanitario?

Quando avviene la presa in carico di una persona essa viene valutata dal punto di vista occupazionale: sostanzialmente si osserva come una persona svolge un’attività in un determinato ambiente.

Il risultato dell’interazione di questi tre elementi chiave – persona, ambiente e occupazione – viene definito “performance occupazionale” e rappresenta l’esperienza dinamica di chi è impegnato in determinate attività (per lui) significative, in un ambiente significativo.

All’interno del team interdisciplinare il focus del terapista occupazionale è dunque la performance occupazionale, cioè le attività che la persona “vive” nel suo ambiente.

Consentire alle persone di poter partecipare, nonostante i fattori limitanti, alla loro quotidianità: questo rende la presenza del T.O. un valore aggiunto nel team per mirare insieme ai vari bisogni della persona.

Per altro l’epigenetica stessa negli ultimi studi sul DNA mette in evidenza l’importanza dell’interazione di questi tre concetti, affermando che l’espressione del DNA cambia in funzione delle nostre esperienze, che il genoma è dipendente dai geni, ma anche dall’ambiente e delle scelte individuali (occupazioni).

Nel 1980 Kielhofner, autore del Modello dell’Occupazione Umana (MOHO), scriveva che ogni forma d’esperienza nuova porta ad una modificazione della struttura occupazionale esistente della persona. Che similitudine nel concetto?

L’occupazione ha duplice valenza: occupazione come mezzo e occupazione come fine. Per il T.O. riabilitare l’ovvio (non il banale) è frutto di un pensiero molto articolato che, oltre a mettere al centro la persona, deve considerare le attività e l’ambiente, includendo l’impatto che questi fattori avranno sulla quotidianità della persona stessa.

Credo fermamente che in questo concetto vi sia tutta l’importanza, sia a livello riabilitativo sia umano, della presenza del terapista occupazionale all’interno del team interdisciplinare.

La T.O. viene spesso associata esclusivamente a percorsi riabilitativi. Quanto e perché è errato questo pensiero?

Considerando il focus della professione espresso precedentemente si può capire che il nostro intervento va al di là dei singoli percorsi riabilitativi. L’obiettivo iniziale della professione era di mantenere le persone impegnate in attività lavorative, per promuovere la salute o prevenire le malattie fisiche o mentali.

Le parole chiave che ci rappresentano sono “prevenzione” e “partecipazione”, poiché evidenziano la finalità dell’intervento. Infatti, nella recente classificazione ICF, troviamo per la prima volta citati come focus i termini “partecipazione, attività e fattori ambientali”, che per la nostra professione sono pietre miliari.

Non vi è vincolo di luogo o piano riabilitativo “standard”, in terapia occupazionale la persona viene sempre posta al centro: il piano di trattamento e gli obiettivi finali vengono concordati con la persona attraverso un’accurata intervista attinente la storia occupazionale. Ad esempio, durante un processo valutativo basato sulle occupazioni dovremo considerare tre dimensioni complementari:

  • vedere le persone come esseri occupazionali (Chi è? Cosa fa? Quali sono i suoi obiettivi?)
  • capire le funzioni delle occupazioni (Perché sono importante queste occupazioni e cosa rappresentano nella sua vita?)
  • capire le forme delle occupazioni, cioè il modo in cui l’occupazione viene svolta, il conseguente impatto sulle routine della persona, i fattori limitanti e facilitatori e i fattori personali ed ambientali che contribuiscono alla performance occupazionale.

L’infermiere e il T.O., come questa “alleanza” può determinare una gestione ottimale dell’ambiente?

Lo sguardo clinico del Terapista Occupazionale sull’ambiente sia fisico che sociale, diventa una risorsa per il team interprofessionale. I modelli teorici di Terapia Occupazionale, come ad esempio il Modello di Persona-Ambiente-Occupazione e Performance (P.E.O.-P), illustrano la relazione esistente tra le capacità dell’individuo e le esigenze dell’ambiente, sottolineando come, sia le limitazioni dell’attività che la restrizione alla partecipazione, emergano dalla relazione tra individuo ed ambiente.

La storia della terapia occupazionale ha riconosciuto fin dagli inizi la relazione tra persona, occupazione ed ambiente. Per esempio, Crane (1919) ha sottolineato come la terapia occupazionale potesse rafforzare il morale nell’ambiente ospedaliero.

Il confronto con il team riguardo l’ambiente fisico o umano è fondamentale: con l’Infermiere, in particolare, il Terapista Occupazionale condivide la quotidianità vera del paziente, soprattutto in una realtà, a volte davvero difficile, di ricovero ospedaliero o riabilitativo.

Qui la presenza dell’Infermiere, più assidua, è indubbiamente in grado di cogliere quel qualcosa in più, utile a completare il percorso riabilitativo e non, intrapreso dal Terapista Occupazionale.

Se teniamo in mente la piramide di Maslow e la possibilità di condivisione della raccolta dei bisogni o almeno la traslazione fra le professioni del significato dei bisogni, ad esempio nel controllare il dolore, che è fondamentale per riuscire a svolgere un’attività in maniera soddisfacente.

Inoltre nelle esperienze a domicilio entrambe le figure possono collaborare per ascoltare, individuare e far emergere le necessità della persona e del suo caregiver nella vita quotidiana, fornendo insieme la risposta migliore per innalzare la qualità di vita creando un “ambiente protesico” tra persone e attività in uno spazio sicuro e facilitante.

Qual è la mission di S.I.T.O e quali sono le vostre attività?

La Società Tecnico Scientifica Italiana di Terapia Occupazionale (S.I.T.O.) è una giovane società, strettamente connessa all’AITO (Associazione Italiana di Terapia Occupazionale), che ha obiettivi importanti attinenti la formazione, la ricerca e la clinica in Italia.

Rappresentare dal punto di vista scientifico la Terapia Occupazionale è indubbiamente difficile in questo periodo storico, ma estremamente gratificante. La Terapia Occupazionale in Italia sta trovando il suo spazio e l’evidenza scientifica rappresenta la solida base di lancio per la professione.

Da ormai quattro anni tutto ciò che facciamo deve dimostrare “il contributo specifico che il terapista occupazionale porta all’interno del team” e non più “chi è il terapista occupazionale”.

Vogliamo mettere in evidenza il team e, attraverso il confronto, migliorare la conoscenza delle altre figure sanitarie sulle competenze della nostra professione. Bisogna sapersi esprimere ed ascoltare voci divergenti per produrre un suono collettivo.

Nel confronto con altri paesi europei, la realtà italiana dei terapisti occupazionali come si presenta?

La professione in sé compie quest’anno 100 anni, è nata a Boston nel 1917 grazie al contributo di sette persone: due psichiatri (influenzati dal “Trattamento morale” dello psichiatra francese Philippe Pinel), due architetti, un assistente sociale, un infermiere e un Insegnante d’Arte.

Attraverso queste professioni ritroviamo i nostri tre concetti base: la Persona, l’Ambiente e l’Occupazione. Dal 1954 esiste una Federazione Mondiale (WFOT) e in ogni paese d’Europa la professione viene riconosciuta con il nome di Terapia Occupazionale oppure Ergoterapia.

Abbiamo anche un Consiglio Europeo dei terapisti occupazionali chiamato COTEC e poi c’è l’ENOTHE (European Network of Occupational Therapy in Higher Education), che cura l’aspetto della formazione e i contatti con le Università in Europa e con la quale noi come SITO collaboriamo direttamente.

In Italia i corsi di laurea in terapia occupazionale sono dodici (Roma, Milano, Conegliano, Pavia, Bolzano, Reggio Emilia, Chieti, Aquila, Moncrivello).

Parlando di riconoscimento internazionale una nostra giovane collega ci fatto notare che se si inserisce la parola "Terapia Occupazionale" su più motori di ricerca, Google compreso, i risultati che escono si avvicinano ai 150.000; se inseriamo la parola "Occupational Therapy", senza impostare regole di esclusione, il numero di risultati complessivi e comprendenti i principali database scientifici (Pubmed in primis) si avvicinano a circa 41.500.000. La significatività è indubbiamente elevata.

Concludo con una riflessione della collega canadese Polatajko: I nostri campi d’azione non sono altro che le battaglie quotidiane che le persone devono affrontare quando, a causa di una malattia, di un’infermità o disabilità, l’ordinario diventa straordinario.

Questa frase riflette perfettamente i valori legati alla terapia occupazionale: una prospettiva centrata sull’occupazione che rispetta le scelte della persona, gli obiettivi e i valori, promuovendo e supportando l’impegno nelle attività significative.

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