Nurse24.it
scrivi una email per avere maggiori informazioni

infermieri

L’arte oltre la malattia

di Monica Vaccaretti

Prologo alle varie iniziative culturali ed educative dell'Ottobre Rosa, mese della prevenzione per la salute della donna, promosse dagli Amici del 5° Piano, è stata la seconda edizione del Simposio internazionale “L'arte oltre la malattia” che si è svolta a Vicenza lo scorso 24 e 25 settembre. L'evento è stato organizzato dall'associazione nata al 5° Piano dell'ospedale cittadino dove ha sede l'Oncologia Medica, in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Vicenza e dei Musei Civici vicentini dove si sono svolte le varie attività. L'iniziativa ha avuto luogo con il patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Vicenza, di ICOM Italia (International Council of Museums) e dell'Ulss Berica.

Cosa significa per gli infermieri mettersi in scena

Simposio internazionale "L'arte oltre la malattia" organizzato dal Gruppo Amici del 5° Piano a Vicenza

Il Simposio è stato accompagnato dalla mostra fotografica “Tu cancro, io donna. Ammalarsi di femminilità”, realizzata da Noemi Meneguzzo, scomparsa lo scorso aprile dopo aver vissuto con la malattia per tanti anni, ideatrice del progetto I dance the way I feel, nato per donare benessere e voglia di esprimersi a chi affronta e convive con la malattia oncologica attraverso incontri di danza contemporanea all'interno degli spazi museali.

Il simposio si è aperto con “Dialogo tra mente, anima e corpo nella danza come la sento io”, una profonda riflessione delle psicologhe Liliana Nicoletti e Paola Onestini che hanno attraversato, con una toccante narrazione, le varie dimensioni della persona che desidera mettersi a danzare durante il drammatico percorso di una malattia oncologica.

Esiste una comunicazione tra le parti che ci rendono esseri umani, dapprima che esseri malati. E questo dialogo non si interrompe se la danza della nostra vita viene stravolta da un tumore. Soltanto si danza con un sentimento diverso, fatto a modo mio, ancora più intenso anche se vengono meno le energie e le abilità motorie.

Si danza anche con il formicolio delle piante dei piedi dopo i litri di Paclitaxel, il chemioterapico che lascia le parestesie anche sulle punte delle dita delle mani, come punture di spillo, e non se ne va neanche a distanza di tempo dall'ultima goccia.

Questo dialogo interpersonale, dapprima raccontato con lo strumento potente della parola e del ragionamento interiore che indaga sulla psiche, si è manifestato in tutta la sua bellezza durante i successivi laboratori di danza contemporanea, di flamenco e di teatro sensoriale condotti dai coreografi Michela Negro e Simone Baldo, Chiara Lucia Trentin ed Elisabetta Mascitelli.

La possibilità di esprimere l'arte oltre la malattia è continuata nel corso del laboratorio “Il potere della danza, Ri-danziamo la vita insieme” condotto da Elena Sgarbossa in cui persone malate e persone sane hanno vibrato all'unisono, scoprendosi attraverso la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni sino ad aprirsi all'universo degli altri.

Ciascuno è un microcosmo che gira attorno a pianeti, stelle, satelliti. A volte basta uno sguardo più in là o più dentro per vedere davvero qualcuno. Occorre sentirsi anche da lontano ma avvicinarsi, fermarsi, toccarsi è tutta un'altra cosa.

Sono la curiosità e l'umanità a far muovere le persone, spingendole oltre il proprio spazio gravitazionale ed emozionale verso qualcosa di ignoto o qualcuno sconosciuto. Nessuno sa dove stanno i confini della malattia, in fondo chi può sapere chi è sano e chi è malato?

La salute talvolta è invisibile agli occhi

Come ha sottolineato Alessandro Bevilacqua (Fondazione Teatro Comunale di Vicenza), c'era bisogno di recuperare la dimensione del contatto interumano che è venuto a mancare durante gli anni più duri e chiusi della pandemia da Covid-19. Ha ricordato quanto la mancanza di uno spazio fisico e libero da vivere, come è il teatro che rende possibile la costruzione di legami e relazioni, ha impattato drammaticamente sulla salute psicologica delle persone che si sono ritrovate da sole con la propria fisicità e niente e nessuno attorno.

Il tempo vuoto o lento è stato devastante soprattutto per gli adolescenti, Ri-tornare a ri-danzare è ritornare a vivere. A stare bene di nuovo. Anche se le cicatrici di quello che abbiamo vissuto restano, come ha sottolineato Luisella Carnielli, ricercatrice della Fondazione Fitzcarraldo di Torino, che sviluppa approcci innovativi nei campi della ricerca e del management delle arti e dei media ed è impegnata nella promozione di politiche della cultura.

Nei nostri contesti sociali arte e scienza non sono universi paralleli, ma hanno un loro punto di incontro e di sinergia. Lo ha evidenziato Aurora di Mauro (Direzione Beni attività culturali e sport) illustrando gli strumenti della Regione veneto a favore del welfare culturale per progetti inclusivi.

Alla tavola rotonda “Mettersi in scena... e io mi sono messa a ballare”, coordinata da Stefania Dal Cucco (Fondazione Teatro Civico Schio), hanno partecipato, accanto ad artisti del mondo della danza e del teatro, anche infermieri e studenti del corso di Laurea in Infermieristica dell'Università di Verona sede di Vicenza.

Per la prima volta la partecipazione al progetto di I dance è stata rivolta al mondo della formazione giovanile, dalla scuola secondaria superiore a quella accademica. La professoressa Elisabetta Miotti ha riportato le frasi più significative con cui gli studenti liceali hanno descritto l'esperienza emozionale del danzare dopo il malessere manifestato, e non sempre espresso, durante il lockdown.

Veronica Parise, Sofia Cecchetto e Giulia Ferrarese – brillanti studentesse iscritte al I° e III° anno che già si vedono proiettate in una Area Critica - hanno aderito con entusiasmo al percorso di danza, trovando tempo e voglia di sperimentare un modo diverso di avvicinarsi alle persone per le cui cure si stanno formando.

Agli infermieri è stato chiesto che cosa significa per loro mettersi in scena

Le studentesse in Infermieristica hanno riferito che danzare insieme alle pazienti oncologiche ha fatto loro comprendere quanto sia fondamentale l'approccio olistico alla persona conoscendola anche al di fuori dell'ambiente ospedaliero.

Dopo le lezioni di danza nei musei, face to face con pazienti ed ex pazienti oncologiche, si sono sentite più empaticamente vicine anche agli altri ricoverati nei vari tirocini che hanno affrontato. Stimolate dall'arte e dalla sensibilità trovata tra le pazienti danzanti che le hanno accolte, avevano una gran voglia di andare in corsia riscoprendosi più coinvolte emotivamente dalle situazioni lavorative durante il loro percorso di apprendimento.

Hanno visto il paziente con occhi diversi, da un'altra prospettiva. L'arte pertanto fa bene anche a chi si occupa di salute. Mettersi in scena fuori dalla propria abituale zona di comfort ha significato lasciarsi andare, lasciare la mente per sentire il cuore. E capire che i bisogni della piramide di Maslow forse, ogni tanto, bisogna girarli. Alla base ci stanno quelli fisiologici, considerati i più importanti nell'assistenza infermieristica. Tuttavia non sono meno primari quelli collocati sul vertice, psicologici, affettivi. Spirituali. Sociali. C'è chi ha bisogno di danzare per sentirsi bene, anche se Maslow la pensa diversamente.

Infermiere

Commento (0)