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Arte e cultura

Meraviglie all'ospedale SS Giovanni e Paolo di Venezia

di Monica Vaccaretti

Ogni ospedale è uno spazio fondamentale della vita sociale, dà un senso di appartenenza. Ha valore. Fateci caso, la prossima volta che vi imbattete in un monumento trasformato in nosocomio che per questo è intrinsecamente monumentale. La destinazione d'uso può cambiare nel corso dei secoli, ma quel che vi è stato messo dentro e che vi è stato vissuto resta impregnato, come la pietra scolpita e i mattoni bagnati dal mare, di umori e parole, primi vagiti e ultimi respiri.

Entrare da sani in ospedale

Uno scorcio dell'ospedale SS Giovanni e Paolo di Venezia

Entrare da sani in un ospedale, non è patologico. Se vi si accede senza sofferenza, ringraziando di stare bene, con la leggerezza e la disinvoltura del turista per caso, con il rispetto ed il silenzio che merita il posto della cura contemporanea, è un'esperienza da provare, senza disturbare. Non è certamente una meta turistica, ma non costa niente. Non serve biglietto, né prenotazione.

Un ospedale è sempre aperto. Muovendosi con discrezione, merita una visita anche se insolita e fuori dal comune girare tra le calli. Qui non c'è folla. Questo luogo destinato alla malattia e alla guarigione che la città ha scelto per i suoi cittadini e i forestieri coincide con un complesso monumentale pieno di storia e di spirito, di quell'anima loci lasciata dalle persone che ci sono passate e dalle cose che sono accadute.

È un'anima del luogo che si posa, come fa la polvere, su qualcosa di bello che passa ma resta in quasi nove secoli, lasciando memoria collettiva di una comunità ed identità della civiltà veneziana.

Così mi lascio alle spalle la massa che avanza lungo Dorsoduro e lascio andare avanti quella che va oltre, accalcandosi verso piazza S. Marco. Dopo aver attraversato il ponte sul Rio dei Mendicanti sul quale si affaccia l'ospedale cinquecentesco di San Lazzaro, mi fermo al civico 6777 davanti al portone d'ingresso, una coppia di leoni bianchi di marmo sono posti a guardia.

Un luogo molto caro ai suoi cittadini deve essere protetto da intrusi, malevoli ed aggressori, penso. Non ho indugio ad entrare, sono orgogliosamente dipendente di una Ulss della Regione Veneto. Mi balena da un po' di tempo l'idea suggestiva di chiedere mobilità qui.

La facciata rinascimentale dell'Ospedale Civile SS. Giovanni e Paolo si apre sull'omonimo campo veneziano, nel sestiere Castello. La struttura architettonica con decorazioni marmoree nasce nel 1260 come edificio laico, sede di una confraternita di patrizi che si dedicavano alla beneficienza e all'assistenza pubblica.

Da duecento anni ha preso il nome dalla Basilica domenicana del XIII secolo accanto, con cui l'ospedale costituisce uno dei più importanti spazi urbani di Venezia. L'Ospedale Civile ha assorbito l'attività dell'Ospedale dei Derelitti e quello dei Mendicanti, anche se oggi i posti letti sono stati drasticamente ridotti a 350 rispetto ai 1500 dei primi anni dell'800.

Si tratta oggi di un ente sanitario pubblico, ma dal 1825 al 1978 è stato anche ospedale Psichiatrico che ha accolto per disposizioni governative le malate di mente che sino ad allora stavano disperse per le province venete, rinchiuse nei peggiori locali degli ospedali civili, e fin anche delle prigioni, senza cura né fisica né morale, abbandonate a sé stesse e alla balia degli ignoranti e forse anche spesso inumani custodi. Questo edificio era già stato destinato al ricovero di “piagati e di pazzi tranquilli” prima che arrivassero le prime dementi sotto la direzione del medico primario dottor Duca.

Questo ospedale non è soltanto una realtà morale per l'umanità che, come in tutti gli ospedali del mondo, si riserva abitualmente ad ogni malato. Non è soltanto un edificio dedicato alla medicina e alla scienza moderna. Qui dentro ci sta anche un mondo di cultura e di storia, di arte e di spiritualità. Questo complesso maestoso di cura e assistenza alla persona ha segnato la storia della medicina italiana ed europea, sin dai tempi dei lazzaretti e delle prime dissezioni anatomiche per indagare e capire il corpo umano.

Il perimetro ospedaliero è vasto e comprende la pianta di dieci pregressi edifici, tuttora esistenti e ristrutturati. Qui prima sorgeva la medievale Scuola Grande di San Marco, l'ex convento domenicano e l'antico ospedale dei Mendicanti. In questi luoghi, tra architetture vecchie e moderne, hanno trovato posto non soltanto reparti e ambulatori ma anche il Museo della Storia della Medicina e una Biblioteca ospedaliera monumentale.

Strumenti medici ed arnesi chirurgici di una volta sono custoditi in scaffali e bacheche con la stessa cura con cui sono stati adoperati da mani esperte e menti curiose. E migliaia di autori di opere di medicina occidentale sono conservati nelle librerie. Anche Ippocrate alberga qui, con tutto il rispetto dovuto ad un padre fondatore della nobile arte del medico. Vi possono accedere i medici in servizio, studiosi e amanti dell'arte e della filologia.

L'ingresso, con la sua portineria, è trionfale. Che si sia un paziente o un visitatore, si è accolti con la stessa fastosità. Si passa attraverso un protiro, un colonnato bianco solenne con un doppio ordine di colonne. La pavimentazione è un po' sconnessa, ondulata, come quella di certi mosaici nelle domus romane di un sito archeologico.

In fondo sto posando i piedi sopra l'acqua. Ho quasi timore a proseguire tanta è la bellezza che non ci si aspetta. Ho la sensazione di naufragare. Magari gli atri di tutti gli ospedali fossero così magnifici, passerebbe d'un colpo il pensiero del malanno. <è>Sulla destra scorgo un'immagine bizantina, portata qui nel 1349. Ha navigato tutto l'Adriatico perché si riteneva capace di fare miracoli di salute anche qui a Venezia, non solo a Costantinopoli. Il loggiato di colonne continua, oltrepasso porte ad arco che mi conducono a suggestivi chiostri. Quasi mi perdo, piacevolmente, nonostante le indicazioni sui cartelli.

L'Ospedale è un misto armonico di luoghi chiusi ed aperti, tra chiostri alberati e stanze moderne, tra lunghi ed ampi corridoi e maestose scale di pietra come quelle che salgono ai piani nobili dei palazzi che si affacciano sul Canal Grande. Gli ambienti spogli, ordinati e funzionali, tipici di un ospedale in piena attività, si alternano a quelli monumentali che sembrano andare più lenti e trovarsi in angoli di silenzio. Scorgo un gatto, oltre ad alcuni veneziani che vanno a curarsi con passo lento. Ci deve essere anche qui una colonia felina, come è normale ci sia in ogni buon ospedale veneto.

I soffitti intagliati a cassettoni sono in legno, dorato. Le sale sono imponenti, decorate con Tintoretto e altri maestri pittori che hanno affrescato i nobili palazzi della Serenissima. Attraversando un portale minore rispetto a quello dell'ingresso principale della scuola marciana, scopro una antica Farmacia. Gli arredi sono ottocenteschi. Ci sono bilancini e quei vasi tipici di porcellana un tempo pieni di sostanze necessarie alla farmacopea. Erbe officinali, china, nicotina, stricnina e caffè. La farmacologia moderna, dentro quei barattoli eleganti e decorati, muoveva i primi passi.

In questa ala del palazzo Napoleone Bonaparte dispose un ospedale militare per i suoi soldati. Era il 1819. Ora ospita il Museo Vesalio, dedicato al medico fiammingo fondatore dell'anatomia moderna. Perdo gli occhi per l'interesse e lo stupore ammirando le prime tavole di studio anatomico e reperti anatomopatologi che documentano i primi studi di paleopatologia. Qui è conservato l'incipit della scienza medica moderna.

Mi inoltro sino alla chiesa di San Lazzaro che è stata sia un luogo di carità per i più poveri tra i veneziani che un tempio famoso della musica. Qui l'impronta è palladiana, tutto è affrescato. Anche la povertà aveva bisogno di bellezza collaterale. Qui oggi ha sede il Pronto soccorso.

L'attività sanitaria si svolge anche negli ambienti grandiosi dell'antico convento dei Domenicani, dove vago nella sala della Libreria della biblioteca bizantina. Esiste una profonda relazione tra la cura e la cultura. Non ci sono cure sul corpo e sulla mente senza i libri. Essi sono un inestimabile lascito del sapere finora scoperto per tutelare il bene più prezioso dell'uomo, la salute.

Imparo che molti medici autorevoli dell'ospedale veneziano hanno fatto la storia della medicina. Per le sue stanze sono passate eccellenze. Il quattrocentesco Dottor Massa fu il primo ad estrarre un peritoneo a scopo autoptico. Il cinquecentesco dottor Della Croce collaborò con Vesalio. Il dottor Salomone Franco fondò l'anatomia patologica nel nuovo stato di Israele. Il dottor d'Arman fu pioniere della radiologia italiana. Il dottor Saraval nel Novecento sostenne l'implantologia orale ossea. Il dottor Delitala operò a Venezia nel primo reparto ortopedico italiano. Il dottor Jona sacrificò la vita pur di non dare ai nazisti i nomi dei medici di origine ebraica. Il dottor Gradenigo fu oculista personale di Gabriele d'Annunzio. Il dottor Giordano fu considerato per lungo tempo il re del bisturi.

Di infermieri non trovo traccia, innumerevoli figure anonime e silenziose che con vesti e profili diversi si sono affaccendate per secoli in queste sale nella cura di dementi, indigenti, piagati e morbosi. Li immagino tra fatiche e condizioni di lavoro peggiori delle nostre, minori competenze e diverse mansioni ma probabilmente con lo stesso spirito di sacrificio, senso del dovere, interesse per la medicina.

Mi piace pensarli almeno molto umani ed empatici, anche se, considerando le loro epoche, forse il lavoro che qui hanno compiuto era dettato dal bisogno più che dall'attitudine e da una scelta di emancipazione sociale e di crescita professionale. In ogni caso, chiunque essi siano stati e qualunque fosse il loro nome dimenticato, senza di loro e senza la loro manodopera, niente qui sarebbe stato possibile. I medici, da soli, non potevano stare, neanche allora.

Da duecento anni, dal 1819, il SS Giovanni e Paolo è quindi a servizio della salute della città e dei milioni di visitatori che ogni anno si riversano tra le sue calle sospese sull'acqua e sulle palafitte. Nonostante il suo valore e la sua storia, ha rischiato qualche anno fa di essere declassato ad ospedale di base per il continuo ed inesorabile spopolamento dei veneziani. Oggi è riconosciuto come un presidio ospedaliero di Primo livello che garantisce assistenza ad un enorme bacino di utenza, costituito dalla popolazione universitaria e turistica oltre a quella insulare e lagunare.

Da questo ospedale partono anche i motoscafi-ambulanze del servizio 118. La gestione dell'urgenza qui è da sempre complessa in un territorio morfologicamente frammentato dove la mobilità urbana è particolarmente critica e certi luoghi sono difficili da raggiungere a piedi se i canali sono asciutti o poco navigabili.

Lascio il Pronto soccorso sull'ala sinistra, sul Rio dei Mendicanti, da dove sono arrivata. Vedo uscire un'imbarcazione a sirene spiegate con un equipaggio di infermieri a bordo. Magari è una medicalizzata, un codice rosso, corre rapida senza ruote e senza il traffico delle strade. Devono sfrecciare facendosi largo tra romantiche gondole, taxi di alberghi di lusso e vaporetti carichi di gente, rispettando il codice di navigazione.

Sul moto ondoso mosso dalla loro veloce partenza mi parte un moto d'orgoglio. Chissà se essere infermiere nel posto più bello del mondo li rende più felici. Chissà se si lamentano come i colleghi della terraferma. Sento un infermiere del Pronto soccorso salutarne un altro, ciao vecio bon turno, come fanno qui i nativi con quel simpatico tono che si è soliti sentire da camerieri, gondolieri e bottegai, andando su è giù dai ponti. Sorrido, felice. Siamo tutti uguali.

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