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Testimonianze

"Noi Infermieri di Pronto soccorso, tra violenze e menefreghismo"

di Redazione

I recenti atti di violenza ai danni di infermieri, medici ed oss dei vari Pronto Soccorso italiani lasciano sgomenti chi ogni giorno mette a disposizione il proprio sapere e professionalità al servizio dei cittadini nel silenzio assordante di chi dovrebbe garantire la sicurezza sul luogo di lavoro.

Gli infermieri di Pronto Soccorso sono troppo spesso vittime dell'aggressività degli assistiti

Al Pronto soccorso qualcosa non funziona

Qualcosa non funziona, qualche ingranaggio della sanità italiana cigola notevolmente e quindi dilaga la violenza, fisica e verbale.

Le statistiche parlano chiaro, ma chiaro forse non è ciò che occorre fare per bloccare l'ondata di rabbia che dilaga ai giorni nostri. L'infermiere dovrebbe educare il cittadino, ma non ha i mezzi per poterlo fare, un po' come il cantante con la tracheite, che prova ad essere intonato, ma non può riuscirci quindi canta in playback.

L'infermiere non ha il playback, quindi diventa preda.

Sarà il sovraffollamento del Pronto Soccorso o forse la mancanza di cultura del Pronto Soccorso stesso in una nazione che si vanta di essere la più civilizzata d'Europa con un Sistema Sanitario Nazionale apparentemente sano; sano come una mela rossa, di bell'aspetto, ma marcia dentro.

Si entra in turno con la speranza che il paziente impaziente non vada in escandescenze disseminando panico, con la speranza che gli altri pazienti in attesa non si aggreghino a quella che potrebbe divenire una rivoluzione, tutti contro pochi, dove quei pochi ne pagheranno le conseguenze con l'unica colpa di essersi trovati nel posto giusto al momento sbagliato.

L'unione fa la forza, ma questa non basta a contrastare la rabbia soppressa di gente che bussa alla porta del PS per segni e sintomi che dovrebbe gestire il medico di famiglia, stanca di aspettare ore l'accesso in sala visita per poi avere come diagnosi una “nullite”.

Non si può fare di tutte un'erba un fascio. È chiaro.

Gli infermieri, in particolare quelli assegnati al triage, vengono visti come nemici da contrastare ed abbattere, i cattivi che non permettono l'accesso del parente per chissà quale motivazione al fianco del proprio caro, “personaggi” sui quali vomitare insulti e qualsiasi altra cattiveria.

Dall'altra parte gli infermieri cercano di empatizzare, di capire lo stato d'animo del figlio che ha il papà o la mamma non perfettamente in salute, magari morente. Spiegano, cercano di instaurare un contatto con quella parte non offuscata del cervello del parente sperando che a prevalere sia il buon senso e non la rabbia.

L'infermiere è anche paziente, somatizza gli avvenimenti chiedendo in cambio sicurezza ed il riconoscimento della propria professionalità e rispetto per la propria persona.

In un menefreghismo totale si cerca di arrancare fino a fine turno come una vecchia auto d'epoca in salita.

Non si può sempre sperare, non si può sempre capire, non si può sempre mediare mentre chi dovrebbe alzare la voce, tace.

Mino, Infermiere

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