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L’arte della cura passa anche dalle parole

di Emozionario dei Professionisti Sanitari

Penso sia impossibile svolgere bene il lavoro di cura senza instaurare una buona relazione, necessaria per una comunicazione efficace. Uno dei 5 assiomi sulla comunicazione di P. Watzlawick dice che ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione e il secondo definisce il primo. Comprendiamo ciò che gli altri ci dicono e diamo un senso alle loro parole basandoci sul rapporto che abbiamo con loro.

Le parole che feriscono, fanno male, anche fisico

Prendersi cura di qualcuno non vuol dire necessariamente far guarire da una malattia, a volte Less is more.

Non può instaurarsi una buona comunicazione se non abbiamo costruito prima una buona relazione.1 Florence Nightingale ci ricorda che l’assistenza è una delle “belle arti”, la più bella delle arti. Richiede devozione e preparazione, come per qualunque opera di pittore o scultore: con la differenza che non si ha a che fare con una tela o un gelido marmo, ma con il corpo umano, tempio dello spirito di Dio.

La “Signora della lampada”, 200 anni fa, aveva colto l’essenza del nostro agire, che non può limitarsi a tecnicismi. La cura della persona passa attraverso i gesti, le parole, che devono essere lievi e caute come farfalle, per non infrangere le strutture vitali, rese fragili dal dolore e dalla malattia.

Non esiste un protocollo: come un artista bisogna osservare, ascoltare, usare la creatività, l’intuito, il silenzio, quello che fa la differenza per quella persona. Nel nostro codice deontologico all’art. 4: “Relazione di cura” si dice: nell’agire professionale l’infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di relazione è tempo di cura.

Come afferma Fabrizio Benedetti, neuroscienziato dell’università di Torino, dal punto di vista neuroscientifico oggi le parole sono passate da simboli astratti a vere e proprie potenti frecce che colpiscono gli stessi bersagli biochimici dei farmaci. Ed è proprio questo il concetto che oggi sta emergendo: parole e farmaci usano gli stessi meccanismi d'azione (…) le parole, i comportamenti, le attitudini del personale sanitario attivano gli stessi meccanismi dei farmaci. E tutto ciò le neuroscienze lo possono descrivere, mostrando cosa succede nel cervello di chi soffre mentre interagisce col proprio medico, mentre gli parla, mentre spera, mentre ha fiducia in lui.2

Le parole che feriscono, fanno male, anche fisico. La prova è nel cervello. Uno studio italiano, con l'aiuto dell'imaging cerebrale, lo ha fotografato: le parole negative e indelicate attivano gli stessi circuiti neurali del dolore.

L’indagine sperimentale, presentata di recente in convegno a Milano, è stata battezzata “Fiore 2” (Functional Imaging of Reinforcement Effects). A promuoverla la Fondazione Giancarlo Quarta Onlus in collaborazione con l'università degli Studi di Padova e il Padova Neuroscience Center (Pnc). Lo studio misura gli effetti di una cattiva comunicazione nel rapporto terapeutico. Risulta che parole o comportamenti che ci offendono o non rispondono ai nostri bisogni provocano un dolore che, a livello di attivazioni cerebrali, è sovrapponibile a quello fisico. Questa esperienza ha una precisa sostanza neuroscientifica, tanto più importante se osservata in una relazione di cura.3

Mi piace segnalare la Fondazione Giancarlo Quarta Onlus4 e l’eBook: “Anche le parole curano”, cheintende sviluppare e diffondere la cultura della corretta relazione di cura per alleviare la sofferenza di malati e loro caregiver. L’analisi dei comportamenti relazionali è al centro dei lavori di questa ONLUS.

L’ebook presenta i risultati dello studio I.P.P.O.C.R.A.T.E.S,5 effettuato presso l’Istituto Nazionale Tumori di Milano e riporta storie significative di pazienti e personale sanitario, mette in risalto i comportamenti eccellenti, basati sulle teorie behaviouriste, per attuare un rinforzo positivo, affinché i giovani medici siano indotti a riprodurre certi comportamenti e anche a migliorarli.

I buoni comportamenti relazionali sono stati individuati attraverso le testimonianze dei pazienti. I risultati dello studio e i modelli comportamentali che ne derivano sono rinforzo positivo per il medico, nella clinica e nella formazione, di base e permanente. Questa esperienza dimostra inoltre che differenze nella comunicazione possono produrre conseguenze diverse sul livello di soddisfazione di bisogni relazionali e sulla gestione di specifici sintomi.

La scrittura autobiografica e la fiducia relazionale possono essere validi strumenti di autocura e di benessere.

In questo caso una maggiore attenzione alle parole ed alla relazione di cura ha portato maggiore soddisfazione anche agli operatori sanitari. Prendersi cura di qualcuno non vuol dire necessariamente far guarire da una malattia, a volte “Less is more” ed è meglio mettere al giusto posto il cuore, la testa e le mani e dare il giusto peso alle parole ed alla condivisione.6

Scritto da Rosa Anna Alagna

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