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Editoriale

Offese agli infermieri: Segno di un paese senza cultura

di Giordano Cotichelli

Qualche giorno fa Vittorio Sgarbi, in un’intervista a Radio 105, ha detto che Di Maio più che il Presidente del Consiglio, al massimo può fare l’infermiere. Alcune sottolineature sono d’obbligo in merito. Di Maio non può fare l’infermiere, perché non è laureato in Infermieristica. E neanche Sgarbi Vittorio può fare l’infermiere, per la stessa ragione. Il resto sono chiacchiere, precisazioni e commenti di vario genere che non riescono a mitigare gli animi in relazione a quello che, nei fatti, è stato un vero e proprio insulto nei confronti di chi fa il lavoro di infermiere e che tratteggia, oltre i protagonisti della vicenda, un orizzonte culturale di riferimento, un sistema-paese, in cui ci sono due tipi di soggettività, ben distinte: chi può impunemente offendere, insultare, mostrarsi arrogante e supponente e chi è costretto a subire, quasi a far buon viso a cattivo gioco.

Il critico di Ferrara e l’infermiera di Benevento

Le boutade nei confronti degli infermieri non sono una novità. Un famoso cavaliere qualche anno fa diceva che, per risolvere la disoccupazione, gli operai potevano anche andare a fare gli infermieri. Alla fine, in questo gioco delle citazioni però, c’è il rischio di piangersi addosso e di non vedere come, in questo paese, non sono solo gli infermieri ad essere insultati, ma lo sono anche i poveri e gli stranieri, gli omosessuali e “quelli di colore”, i meridionali e le donne. Le donne che, se subiscono qualche molestia, in fondo… se la saranno poi cercata.

Ecco, l’uscita infelice di Sgarbi sugli infermieri, l’episodio che sminuisce la professione infermieristica non può essere che letto all’interno di un quadro culturale di riferimento, fortemente impregnato di un disprezzo di classe che continuamente viene riversato nei confronti di chi meno ha e di chi meno è, cui non resta altro da fare se non quello di reagire prendendosela con qualcun altro.

La questione non è tanto come, quanto e quando rispondere a qualche arrogante di turno, ma impedire che la spina cronica degli infermieri, e quella dei più deboli, dei vessati, dei bullizzati di questa società non generi episodi violenti nei confronti del “ghanese” di turno, e riesca a farsi identità sociale e professionale partecipata ed inclusiva, propria di un paese diverso in cui non si umili chi lavora, chi cura e chi assiste o semplicemente chi è diverso

L’esempio dell’episodio razzista di cui è stata protagonista un’infermiera di Benevento è di poco anteriore alle esternazioni del critico d’arte di Ferrara, quindi non correlabile, ma emblematico di una guerra fra poveri che lascia intatto il potere distruttivo di chi disprezza gli ultimi, dove la rabbia e la vergogna si trasformano in uno sfogo pulsionale verso il capro espiatorio di turno.

Di conseguenza la questione non è quindi quella di avere scuse o attestati di stima e rispetto, che quasi rischiano di assumere sapore della beffa. Come il pianto greco che accompagna la ricerca del perdono da parte del marito nei confronti della moglie che fino a cinque minuti prima le ha però gonfiato la faccia di botte. Magari, in qualche caso, quel pianto è anche sincero – qualcuno la chiama psicopatologia del potere – per poi venir dimenticato il giorno dopo e riaprire un nuovo ciclo di botte.

L’esempio può sembrare iperbolico, ma infermieri e assistenti sociali che si occupano di violenza familiare sanno il tipo di relazione patologica che si instaura fra vittima e persecutore, dove la seconda non riesce a liberarsi dalla violenza manipolatrice del primo.

Gli infermieri vengono offesi? Scatta la rabbia, si versano fiumi di inchiostro, partono scuse e precisazioni, sinceri fraintendimenti, e poi… tutto ricomincia appena il chiacchierone di turno, a corto di argomentazioni, nell’enfasi mediatica, si rifugia nell’insulto fine a se stesso.

Una storia infinita cui porre termine necessariamente con uno sforzo in più, con un cambio di paradigma, utile a capire che il razzismo dell’infermiera di Benevento è l’espressione tipica di un razzismo da “blue collar”, in termini sociologici proprio delle classi lavoratrici, che se la prendono con chi è più debole quando non riescono a trovare una soluzione al malessere interiore provocato da una cronica condizione di sudditanza, di rivalsa.

Quella che Elias Canetti in “Massa e potere” definisce come la spina di chi subisce un torto senza aver alcuna possibilità di rimediarvi. Ecco, la questione non è tanto come, quanto e quando rispondere a qualche arrogante di turno, ma impedire che la spina cronica degli infermieri, e quella dei più deboli, dei vessati, dei bullizzati di questa società non generi episodi violenti nei confronti del “ghanese” di turno, e riesca a farsi identità sociale e professionale partecipata ed inclusiva, propria di un paese diverso in cui non si umili chi lavora, chi cura e chi assiste o semplicemente chi è diverso.

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Commenti (2)

c.gugliotta

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2 commenti

Di Maio o Sgarbi?

#2

Complimenti all'autore dell'articolo.
Devo sinceramente dire che sarei onorato di avere un Di Maio come collega, almeno lui è una persona professionale, corretta, simpatica ed onesta.
Di contro se Sgarbi fosse un collega, .....
penso proprio che cambierei mestiere.

chrisbesliu

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1 commenti

Una storia infinita...

#1

La visione dell'infermiere in Italia non poteva essere meglio descritta. Complimenti!