testimonianze

Ecco come da arbitro sono diventato infermiere

di Giacomo Sebastiano Canova

È difficile stabilire quando sia iniziata la mia passione per il fischietto. I miei ricordi iniziano sin dalle elementari; a ricreazione un succo diventava il pallone, gli alberi due porte, e io, ogni giorno, andavo a cercare di tenere ordine tra i miei compagni. Storia di un arbitro che diventa infermiere.

La mia storia da arbitro a infermiere

canova arbitro

L'infermiere arbitro

Di solito, era il più sfigato che arbitrava, peggio quasi di quello chiamato ad andare in porta. Per me non era così, ero io che mi proponevo e i miei compagni mi chiedevano quasi a forza, perché, seppur ingenui bambini di sei anni, sentivano di poter fidarsi di me.

In giardino con mio papà, il sabato pomeriggio sognavo ad occhi aperti di trovarmi in campo con un fischietto, e conservo ancora gelosamente quell’oggetto di ferro contenente una maledetta pallina di plastica che si inceppava una volta sì e una no.

Passano gli anni e mentre passeggio per il centro di Dueville noto un campo di calcetto allestito nella piazza del paese, dei bambini che giocano e due signori che, da seduti, li arbitrano. È stato più forte di me, dovevo per forza fare qualcosa. Vuoi l’ingenuità, vuoi la passione, vado subito a chiedere loro: Scusa, posso arbitrare?. In pochi secondi mi ritrovo a dirigere una partita che finalmente vedeva contendersi delle facce a me non note. Poco importava che fossero bambini di 10 anni, per me quella era la mia vera partita come Arbitro. I signori che mi fecero arbitrare erano dirigenti della squadra del paese, Antonio e Nebrilio; è a loro che devo ogni mio traguardo che avrei raggiunto negli anni successivi. Il giorno dopo, un afoso pomeriggio di agosto, Antonio mi porta una divisa (gialla e rigorosamente a maniche lunghe e di lana), due cartellini e un fischietto. È indescrivibile l’emozione che ho provato indossandola la prima volta, a ripensarci ho ancora la pelle d’oca.

Conoscere loro mi permette di arbitrare tutto il campionato dei pulcini che sarebbe iniziato il novembre successivo; pur sapendo che prima di allora non sarebbe cominciato, da settembre ogni settimana telefonavo a Nebrilio per sapere se fossero usciti i calendari e quando sarebbe cominciato.

L’anno successivo, sempre grazie a loro due, arbitro il campionato Esordienti: 11 contro 11 nel campo grande, il pallone più pesante. Piccole cose che possono sembrare banali, ma che erano per me fonte di una gioia immensa e di sogni sempre più grandi.

Passano i mesi e compio 14 anni: poco importa se per diventare arbitro sia necessario raggiungere il quindicesimo anno di età, due sere a settimana tra ottobre e dicembre frequento il corso presso la sezione “N. Bertoli” di Vicenza. Mai assente a una sera, grazie anche a mio papà che, invece di godersi il meritato riposo sul divano, passava le serate a portare a spasso il nostro cane nel parco antistante la sezione, mentre io frequento le lezioni.

Una volta terminato il corso il mio pensiero era uno e uno solo: che passasse velocemente l’anno successivo. E fu così che, senza accorgermene, mi ritrovai a frequentare nuovamente il corso. Con la differenza che, una volta terminato, ricevetti divisa e tessera. Ero diventato un arbitro E effettivo della sezione di Vicenza. Canova di Vicenza per l’esattezza.

In due anni passo in successione Giovanissimi, Allievi, Juniores, Terza e Seconda Categoria. A 17 anni sono promosso a livello regionale, il più giovane arbitro in Veneto in quella stagione.

L’esordio in prima categoria, le prime trasferte fuori provincia, i primi pranzi lontani da casa. A 18 anni l’esordio in promozione. E qui la novità: non sono più solo, con me ci sono anche due assistenti arbitrali, il viaggio in tre in macchina, il briefing pre gara, i riti nello spogliatoio, l’aperitivo post gara. Sono tutte emozioni e ricordi che solo chi li ha vissuti può capire e provare.

Dopo qualche mese arriva l’esordio in eccellenza: a Castelfranco Veneto dirigo a 18 anni compiuti da poco una partita della massima categoria regionale. Da Dueville parte un vero e proprio pullmino, capitanato da coloro senza i quali nulla sarebbe stato possibile: mio padre, Antonio e Nebrilio.

A questa mia vita sul campo si affianca però un’altra mia passione, quella che mi spingeva ogni volta che sentivo una sirena ad affacciarmi sul balcone. Sto difatti concludendo gli studi universitari, di lì a poco sarei diventato infermiere.

E si sa, per un infermiere non esistono sabati e domeniche, i turni da garantire sono su 365 giorni l’anno, 24 ore su 24

Dopo qualche mese inizio a lavorare al 118 di Verona, impedendomi di scendere in campo e di allenarmi con regolarità. Le gare di eccellenza e promozione iniziano ad essere più sporadiche. Decisione sofferta, ma in una piovosa domenica di maggio decido che quella sarebbe stata la mia ultima volta in divisa. Sono a Vittorio Veneto, gara di eccellenza. La sera prima la passo praticamente insonne, il viaggio verso lo stadio lo faccio con un nodo alla gola. A stento riesco a condurre il briefing con gli assistenti.

All’appello dei giocatori, nello spogliatoio, mi scende una lacrima. Era la mia ultima volta in divisa

Non riuscivo a pensare ad altro. Poi basta, l’emozione è messa da parte, bisogna arbitrare. La partita corre liscia, non senza episodi di difficile interpretazione (un rigore e un’espulsione per una condotta violenta a palla lontana) e le richieste da un punto di vista atletico sono notevoli, come qualsiasi gara di alta classifica imponga. Al 43simo minuto del secondo tempo guardo il cronometro. I miei ultimi due minuti con una divisa addosso. 47 minuti: uno, due, tre fischi. È finita. Non sarei più sceso in una gara ufficiale come arbitro.

De Andrè cantava “c’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo”, e quel pomeriggio le gocce che cadevano a Vittorio Veneto si mescolavano con le lacrime di chi era consapevole che finiva lì. I giocatori, vincenti e perdenti, vengono a darmi chi un abbraccio, chi una pacca sulla schiena. Si compila il referto, si salutano i dirigenti ringraziando per l’ospitalità e si ritorna a casa.

A distanza di qualche anno posso solo dire di essere orgoglioso di aver indossato quella divisa e di aver conosciuto persone veramente speciali in ogni occasione (riunioni in sezione, raduni regionali, allenamenti, cene), alcuni dei quali sento tutt’oggi.

Ah, dimenticavo. La mia passione per le ambulanze che da piccolo mi faceva correre in terrazza mi ha fatto altresì raggiungere traguardi importanti: ora sono di ruolo presso il Pronto soccorso dell’ospedale S. Bortolo di Vicenza, con gli occhi al cielo sperando di poter volare un giorno in elisoccorso.

Si sa, la passione ti porta ad essere ambizioso

E finché avrò passione in quello che faccio non smetterò mai di inseguire con tutto me stesso i miei sogni.

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