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Infermieri all'estero

L'orrore della guerra in Siria con gli occhi di un'infermiera

di Redazione

Quando il dottore mi ha chiesto: “Puoi prenderti cura di questo bambino? Sua madre è morta”. L’ho guardato e l’ho riconosciuto subito: era il figlio di Umm Mohammad, la mia vicina che era stata con noi nel seminterrato fino a pochi minuti prima. L’agghiacciante testimonianza di Bereen Hassoun - infermiera siriana nella città di Harasta, nel distretto siriano assediato di Ghouta orientale – che in un’intervista di Marcel Shehwaro di Global Voices e rirpesa da TpiNews racconta l’inferno della guerra.

Il mondo sa che esistiamo? Il racconto di Bereen, infermiera siriana

Quando circa un mese fa i bombardamenti hanno iniziato ad intensificarsi, mi sono rintanata con la mia famiglia nel rifugio sotterraneo di Harasta. Il rifugio conteneva 50 famiglie, tra cui circa 170 donne e bambini, tutti spaventati e affamati.

I vetri alle finestre erano stati fracassati dai pesanti bombardamenti. Il freddo era brutale, penetrava nelle ossa, e per quanto provassimo a scaldarci non riuscivamo a farlo. Quel freddo è diventato parte di noi. Anche quando indossavo cinque maglioni e tre paia di pantaloni e mi rintanavo sotto le coperte con mio figlio, sentivo ancora freddo.

Mio figlio Husam, di 3 anni, continuava a sussurrarmi all’orecchio: Ho freddo, ho freddo e il mio cuore si raggelava ancora di più.

I nostri bambini hanno sofferto qualsiasi malattia, dall’asma alle infezioni oculari. Perché per ogni bambino se ne ammalava un altro. Questa per me è quella che chiamo la nostra ‘vita di tutti i giorni’ sotto assedio, ma il bombardamento ha rappresentato un ulteriore disastro per noi.

Quando riesci a mangiare tranquillamente, hai come l’impressione che stai rubando. Mangi tranquillamente mentre gli altri dormono. Mangi solo perché non sopporti più la fame.

Non potevamo lasciare il rifugio perché non sapevamo in quale momento il regime avrebbe potuto bombardare Harasta. Il bombardamento era talmente intenso, continuativo, giorno e notte.

Le donne non hanno mai lasciato il rifugio se non per preparare il cibo per i loro figli, ed è così che abbiamo perso Umm Muhammad.

Umm Muhammad era la mia vicina di 28 anni. Un giorno in cui i bombardamenti erano particolarmente pesanti, ce ne stavamo tutte sedute nel seminterrato ad abbracciare i nostri figli. Li abbracciavamo e pregavamo, chiedendo al Signore di proteggerci. All’inizio, l’aereo da guerra ha bombardato da qualche parte in lontananza. Ovunque guardassi intorno a me nello scantinato, vedevo madri calmare i loro figli, pregare e piangere.

Una volta ho chiesto ad uno dei miei vicini: siamo davvero vivi? Gli altri sanno che esistiamo davvero e che siamo vivi in questi scantinati?

Avevamo tutti paura, eravamo tutti in attesa di una possibile morte. Il primo bombardamento ha colpito l’edificio sopra di noi. Poi la protezione civile, quella che è conosciuta come Caschi Bianchi, è arrivata e ci ha messo in salvo.

Non riuscivamo a vedere dov’erano i bambini nella nebbia sollevata dalla polvere. Mio figlio mi era stato vicino per tutto il tempo, ma dopo il primo attacco i bombardamenti si erano calmati un pochino, così aveva iniziato a lamentarsi e lamentarsi che voleva andare a giocare con i suoi amici. Per questo quando è arrivata la seconda bomba non sono riuscita a trovarlo da nessuna parte.

Ho iniziato a cercarlo tra gli altri bambini come una matta: Hussam, Hussam, Hussam!

Pochi minuti dopo il dottore mi ha chiesto: Puoi prenderti cura di questo bambino? Sua madre è morta. L’ho guardato e l’ho riconosciuto subito: era il figlio di Umm Mohammad, la mia vicina che era stata con noi nel seminterrato fino a pochi minuti prima.

Aveva del cibo a casa e voleva dar da mangiare ai suoi bambini che erano affamati. Li aveva portati al primo piano in modo che potessero mangiare, ma la bomba è caduta e l’ha uccisa.

Ci siamo messe a piangere per Umm Muhammad, e perché avevamo paura. Ci chiedevamo se anche noi saremmo andate incontro allo stesso destino e se i nostri figli sarebbero rimasti senza la mamma.

Tenevamo occupate gran parte delle nostre serate con l’immaginazione. Nessuno strano tipo d’immaginazione o fantasticheria, cercavamo per lo più d’immaginarci le risposte alle nostre domande: saremmo mai riuscite un giorno a rivedere i nostri genitori? E loro, avrebbero mai visto i nostri figli? I nostri figli sarebbero mai stati in grado di giocare di nuovo come tutti gli altri bambini? In futuro, avrebbero mai saputo cosa sono le banane?

Una volta ho chiesto ad uno dei miei vicini: siamo davvero vivi? Gli altri sanno che esistiamo davvero e che siamo vivi in questi scantinati?

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