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Salute

L’adolescenza tra medicalizzazione e processi di crescita

di Redazione

L’enciclopedia Treccani definisce la parola adulto come persona giunta, in ambito fisico e psichico, a piena maturità, acquistando la capacità di essere autonoma e di assumersi responsabilità, contestualmente alla cultura o comunità di appartenenza. Per riuscire ad arrivare all’età adulta con un certo livello di maturità deve essere garantito un certo livello di formazione durante l’infanzia, ma soprattutto durante l’adolescenza. Prima la famiglia e poi la scuola sono le due realtà che hanno la responsabilità di tale formazione. La scuola, in particolar modo viene oberata di compiti nei confronti dei giovani: l’educazione, la formazione, la preparazione scolastica, le abilità sociali.

Identificare i disturbi dell’apprendimento

Nel corso degli ultimi decenni sono aumentate le diagnosi da parte dei servizi del territorio rispetto ai disturbi dell’apprendimento. Lo scopo è quello di identificare il disturbo del singolo e rendere i contesti scolastici ed educativi informati e preparati nella gestione della persona e delle sue difficoltà. Aumentano sempre più le richieste di abilità professionali per rapportarsi con i giovani e le loro esigenze specifiche, da trattare con attenzione, creando progetti che permettano loro di crescere in maniera ottimale.

In parallelo a questa costante evoluzione condizionata dallo sviluppo delle neuroscienze e i macro-sistemi, come ad esempio il MIUR che attiva progetti innovativi1, vi sono realtà più piccole che non sempre riescono a lavorare nella fitta rete delle realtà sociali e a mantenere un equilibrio tra esigenze specifiche, tecniche innovative, passaggi evolutivi e aspetti fisiologici.

Quando si parla di pre-adolescenti o adolelescenti si ha a che fare con numerosi aspetti: fisico, ormonale, emotivo, psicologico. Tutte aree accomunate da processi di cambiamento ed evoluzione, spesso inconsapevoli perché nuovi e poco controllati dai giovani che non hanno ancora imparato a gestirsi.

Quante volte ci è capitato di pretendere maturità, serietà, consapevolezza da giovani adulti che incontriamo nelle diverse realtà sociali in cui lavoriamo? Tanto quanto è fondamentale conoscere la diagnosi di un minore per poter costruire un progetto educativo è altrettanto importante ricordarsi che tutti gli adolescenti hanno bisogno di imparare come si diventa adulti, partendo dalla definizione stessa del termine.

La famiglia è normalmente la prima realtà educativa vissuta dal bambino, ma con la crescita aumentano anche i luoghi di socializzazione: la scuola, le attività sportive, contesti ricreativi. Ad oggi la scuola rimane il primo luogo in cui si impara, non solo a studiare, ma anche a socializzare. Con il passaggio alla scuola secondaria di primo grado i pre adolescenti iniziano a sperimentare la loro autonomia, anche grazie a fasi di ribellione e distaccamento dal nucleo familiare. Il parchetto è l’esempio per eccellenza del luogo di ritrovo, richiamo del periodo infantile ma vissuto con meno ingenuità e più ribellione. Il collegamento ai comportamenti “delinquenti” dei ragazzi che distruggono il parchetto è molto rapido. La trasgressione è un aspetto naturale del comportamento adolescenziale ed è necessaria in quanto permette al giovane di costruire la sua identità.

Come lavorare con i giovani per traghettarli verso l’età adulta

La finalità delle realtà educative rivolte ai ragazzi è quella di affiancare i minori in una fase estremamente difficile della propria vita. Difficile perché fitta di cambiamenti, la maggior parte dei quali vengono vissuti in maniera intensa, spesso per la prima volta e quindi spaventano. I Centri di Aggregazione Giovanili sono i luoghi dediti ad accogliere i ragazzi dagli undici a vent’anni, che spesso hanno bisogno di un luogo da sentire loro e di nessun’altro, hanno bisogno di confrontarsi con adulti che però non sono i loro genitori (che non possono sapere le loro cose) né tantomeno gli insegnanti (spesso vissuti come altre figure esclusivamente normative).

I centri giovani sono i luoghi dove a volte non si fa niente, perché niente interessa ma dove si possono anche vivere nuove esperienze attraverso laboratori, botteghe, attività sul territorio. Gli educatori che lavorano nei CAG molto spesso svolgono anche educativa di strada, attività che permette prima di tutto di conoscere la realtà territoriale in cui si trova il servizio, i luoghi frequentati dai ragazzi e conoscere le abitudini dei vari gruppi presenti nel comune o nella zona della città.

L’educativa di strada permette inoltre di intercettare i ragazzi che non usufruiscono dei servizi del territorio ma che comunque hanno dei bisogni educativi. Il famoso parchetto può anche diventare il luogo di incontro tra l’adolescente e una figura adulta che non si avvicina con l’intento di rimproverarlo perché intento a deturpare un luogo pubblico, ma per proporgli un modo diverso di fare l’adolescente.

Il ruolo della scuola

L’istituzione scolastica ha un ruolo fondamentale nell’esperienza educativa e formativa dei giovani perché è il luogo che viene frequentato durante tutti gli anni della crescita e cambia con il loro evolversi. Più gli studenti crescono tanto più aumenta la mole di studio, la complessità dei compiti, le aspettative di insegnanti e di genitori. Lo scopo ultimo: arrivare alla maturità, non solo intesa come esame di chiusura del ciclo scolastico superiore ma anche come compimento di un passaggio all’età adulta. Non a caso l’esame di maturità coincide con l’approdo alla maggiore età, grazie alla quale si può votare, guidare, consumare alcolici, prendere decisioni rispetto alla propria vita.

Il lavoro educativo scolastico, svolto dagli educatori che lavorano a scuola ma anche dagli insegnanti di sostegno e da tutto il corpo docenti, è fondamentale non solo per apprendere al meglio le materie ritenute più difficili, ma per sviluppare delle competenze di secondo livello che esulano dalla materia specifica. Imparare ad apprendere è una capacità che permette di entrare nella fase evolutiva successiva con un grado di consapevolezza non indifferente.

Promuovere e sostenere i diversi stili di apprendimento ormai ben conosciuti come quelli spiegati nel Ciclo di Kolb2, modello pedagogico nato negli anni ottanta, permette di coinvolgere tutti gli studenti durante la lezione a prescindere dalla materia. Utilizzare la Tassonomia di Bloom3 come scala della conoscenza permette agli insegnanti di procedere per gradi quando conducono una lezione così come quando preparano il programma di un anno scolastico. Quest’ultimo strumento, ancora poco usato, permette di identificare i diversi livelli di apprendimento e di non soffermarsi solo al comprendere la materia di studio ma di sviluppare delle competenze metacognitive. La scuola può diventare quindi il luogo dove si acquisisce consapevolezza dei propri processi cognitivi, aspetto di crescita coerente con la definizione di adulto sopra citata.

I dati più recenti pubblicati dal Ministero dell’Istruzione relativi al numero di studenti con disturbi specifici dell’apprendimento sul territorio nazionale sono stati pubblicati nel 2019 e risalgono all’anno scolastico 17/18: 177.212 diagnosi di dislessia, 92.134 diagnosi di disortografia, 86.645 diagnosi di discalculia e 79.261 diagnosi di disgrafia. Gli alunni DSA sono in totale 276.109. Il picco più alto di diagnosi si registra durante gli anni di scuola secondaria di primo grado.

Di fatto, non sono solo aumentati gli alunni con disturbi dell’apprendimento, ma sono aumentate le diagnosi. Ciò vuol dire che, grazie ad una maggiore consapevolezza da parte delle figure professionali che ruotano intorno alle vite degli studenti, sono più tempestive le richieste di diagnosi laddove vengono registrate delle difficoltà a livello scolastico.

Da accorgersi di fatiche scolastiche ad arrivare ad una diagnosi tempestiva il percorso è lungo e molto spesso contorto. Bisogna considerare necessario un tempo di osservazione minimo durante il quale le diverse figure professionali comunicano e condividono i dati raccolti, le forme di resistenza di alcuni genitori che a volte fanno fatica o hanno timore di una possibile diagnosi DSA del proprio figlio, i tempi di attesa delle UONPIA che si trovano a dover gestire un bacino d’utenza sempre più fitto e numeroso che rallenta la produzione di certificazioni e diagnosi richieste dalla scuola.

I bisogni educativi dei minori rimangono sempre più spesso incastrati tra gli ingranaggi della macchina burocratica amministrativa i cui documenti rendono ufficiali le loro esigenze e avvallano interventi di figure professionali volti a sostenerli. Ma senza una certificazione non ci sono bisogni educativi sui quali lavorare? Senza una diagnosi funzionale non ci sono esigenze formative da soddisfare?

Nascono i Bisogni Educativi Speciali (BES): sotto questa voce sono comprese situazioni di difficoltà derivanti da disabilità o da altre cause specifiche. La legge 170/2010 nasce con lo scopo di normare, quindi gestire, la questione dei disturbi specifici dell’apprendimento. In particolare, la Direttiva del 27/12/2012 promuove la definizione di strumenti d’intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l’inclusione scolastica.

Il lavoro di integrazione e di inclusione, promosso dalla Legge 104/92, si intensifica e richiede delle competenze professionali specifiche, delle capacità di analisi rapide e puntuali ed un lavoro di rete con le diverse realtà del territorio che dovrebbero tutelare i giovani, il loro diritto allo studio, la loro crescita ed il passaggio verso il mondo adulto.

- Articolo a cura di Sara Calcaterra – Educatrice Professionale esperta di tematiche giovanili e adolescenziali. Ha maturato una lunga esperienza nelle comunità per tossicodipendenti e ha sviluppato interessi epistemologici per la pedagogia dell’educazione. Attualmente lavora per un CFP e in un CAG

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