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L'intervista

Infermieristica transculturale, verso un'assistenza globale

di Marco Tapinassi

Quello della multiculturalità è un fenomeno reale e dalle dimensioni che si avvicinano all’imponenza in Italia e l’infermieristica transculturale, secondo Abukar Aweis Mohamed - consigliere Collegio Ipasvi di Firenze con delega di migrazione, cooperazione sanitaria internazionale e rapporti internazionali - ha tutte le carte in regole per diventare una specializzazione per l’infermiere.

Infermieristica transculturale, perché dalla conoscenza nasca comprensione

L'infermieristica transculturale ha un ruolo fondamentale nel processo di assistenza globale alla persona

Il nostro paese è parte integrante di un'Europa che vive un periodo di forte immigrazione da parte di popoli provenienti da territori meno favorevoli a livello economico, ambientale e politico.

Secondo i dati rilasciati nell'ultimo anno dall'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), i permessi di soggiorno per i cittadini non comunitari al 1 gennaio 2016 erano quasi 4 milioni e le richieste di asilo politico nel 2015 sono state poco più di 83mila.

Mentre questi eventi storico-sociologici e questi dati alimentano la discussione politica - tanto in aule istituzionali quanto nelle salette dei circoli ricreativi, spesso con le medesime impostazioni di dialogo - l'infermieristica non ha tempo per queste cose e, citando De Andrè, gli occhi dischiuse [...] al giorno, non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete e fame.

A livello assistenziale, già M. Gordon individuava nei suoi sempre attuali modelli funzionali la necessità di valutare valori e credenze del singolo assistito.

Questo aspetto è fortemente ripreso e curato dall'infermieristica transculturale, particolare disciplina che tramite la maggior personalizzazione possibile dell'assistenza mira semplicemente a fare sempre meglio il nostro lavoro.

Per approfondire al meglio l'argomento, ne abbiamo parlato con Abukar Aweis Mohamed, consigliere del Collegio Ipasvi di Firenze con delega di migrazione, cooperazione sanitaria internazionale e rapporti internazionali, membro del coordinamento Regionale Toscana dell'AMSI (Associazione Medici di origine Straniera in Italia) e rappresentante della Confederazione Internazionale UMEM (Unione Medico Euro Mediterraneo).

Che cos'è l'infermieristica transculturale e cosa rappresenta la sua mission?

L'infermieristica transculturale gioca un ruolo fondamentale sul processo di assistenza e nella globalità della persona (e dei suoi caregiver) di culture diverse; rappresenta appunto una sfida significativa per gli operatori, ma soprattutto per il personale infermieristico responsabile dell'assistenza e contribuisce a migliorare gli outcomes delle cure delle persone di altri Paesi.

Cosa pensi possa rappresentare, nel presente e nel futuro, in una logica culturale infermieristica orientata alla comunità?

L'aumento demografico delle popolazioni di culture diverse in Italia porta inevitabilmente una ricchezza nel nostro sistema sanitario.

Ad esempio i dati confermano che oggi il 10% degli abitanti in Toscana è rappresentato da persone di origine "straniera". Questa percentuale così significativa richiede che nei nostri servizi ospedalieri e territoriali ci sia la presenza di un professionista infermiere esperto in materia transculturale, una cosa che oggi manca.

A volte si crea confusione pensando alla figura del mediatore linguistico. Sicuramente anch'esso rappresenta una figura che deve avere delle competenze non solo linguistiche, ma anche culturali, ma resta distante dal comprendere le problematiche del percorso di cura.

In questo campo, senza conoscenza culturale dell'altro, si va poco lontano. Quindi il raggiungimento degli obiettivi sanitari stabiliti sarà disatteso. Questo non aiuta né la persona malata e la sua famiglia né il sistema sanitario. Per ridurre questa sofferenza, occorre senz'altro un percorso post laurea.

Quali sono le motivazioni per le quali l'infermieristica transculturale non ha ancora trovato gli spazi che per sua natura e applicabilità meriterebbe?

Per superare questo ponte occorre un investimento sullo sviluppo politico regionale.

È evidente come stiamo attraversando un periodo socio-economico e politico difficile. Il fenomeno migratorio è in costante crescita e genera una disuguaglianza socio-sanitaria.

Infatti, una delle difficoltà per le quali oggi l'infermieristica transculturale non trova spazi è la scarsa considerazione della stessa da parte di alcune gestioni aziendali.

L'obiettivo a cui dobbiamo arrivare è quello che in ogni azienda ci sia un servizio di assistenza infermieristica transculturale, con riconoscimento contrattuale riguardo le competenze di questi professionisti, magari attraverso l'attivazione di un bando di infermiere ricercatore culturale.

C’è chi sostiene che gli infermieri italiani non siano pronti all'interno della relazione d'aiuto ad un confronto reale ed aperto con altre culture. Cosa ti sentiresti di rispondere a questa affermazione?

Bisogna smettere di dire che l'infermiere è “tuttologo” o “tuttofare”. Comprendere le emozioni e le sofferenze della persona "straniera" non rappresenta un aspetto così facile. Spesso in realtà non si riesce ad andare oltre alle mere istruzioni e informazioni logistiche anche se, in quel momento, è presente un mediatore linguistico-culturale.

Le difficoltà, a mio avviso, ci sono, ma credo anche che l'infermiere si impegni sempre per instaurare un rapporto di relazione e di fiducia con il malato e suoi caregiver.

La maggior parte dei problemi è proprio nella relazione d'aiuto di altre culture, che non può essere scontata in un’organizzazione complessa.

L'assistenza personalizzata basata sulle pratiche culturali richiede una conoscenza nelle Scienze della comunicazione interculturale non indifferente e, soprattutto, non improvvisabile.

Dismettiamo per un momento le vesti infermieristiche. Come cittadino straniero hai esperienze dirette riguardo la necessità di una maggiore diffusione dell'infermieristica transculturale?

Io parto dal concetto che, per qualcuno, ciascuno di noi è straniero. Perciò siamo tutti stranieri.

A mio avviso dobbiamo sempre instaurare un rapporto di fiducia con la persona e con i caregiver: conoscere la sua/loro storia, comprendere i bisogni di salute, socio-politici, economici, culturali e spirituali.

Organizzare incontri di studio, elaborare le criticità, sviluppare, innovare, discutere, trasmettere i casi e partecipare sempre ai dibattiti interculturali.

Fondamentale è prestare attenzione alla comunicazione non verbale nel rispetto delle diverse culture, collaborare con proprio Ente ordinistico e con le comunità di origine straniera.

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