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COVID-19

C’è un infermiere sul tetto

di Giordano Cotichelli

C’è un infermiere sul tetto. Sta in piedi, con le braccia aperte in segno di sfida, o meglio di rivendicazione il cui contenuto riecheggia nelle parole del testo dello striscione al di sotto della figura. C’è scritto: «Né eroi, né codardi!! Personale in stato di agitazione». La didascalia della foto dice che è un infermiere dell’Ospedale San Carlo di Milano. Chissà se è davvero un infermiere. Forse è un medico, o un oss, o un fisioterapista o tutte queste figure messe assieme e vestite dell’abito che oggi accomuna tutti: una tuta integrale bianca, con DPI vari, indossati diligentemente. La protesta, come detto, accade presso gli Ospedali San Carlo e San Paolo, nei confronti della dirigenza aziendale e ha fatto sentire, e continuerà a farlo nei prossimi giorni, il grido di disperazione e sofferenza del personale sanitario.

L’infermiere sul tetto del San Carlo lo si vede lungo tutta la penisola

Il sanitario in protesta sul tetto del San Carlo di Milano

Il comunicato stampa congiunto delle quattro sigle sindacali rappresentate all’interno del Comitato Covid dell’ASST Santi Paolo e Carlo (CGIL, Nursing-Up, USB e USI-Sanità) denuncia oltre 300 contagi che hanno interessato i lavoratori dell’azienda, in una situazione di affanno lavorativo, carenza di personale e collasso dei Pronto soccorso dei due poli ospedalieri a causa dell’alto afflusso di accessi e ricoveri giornalieri.

Lo scorso giovedì una lettera firmata da 50 medici ha sottolineato ulteriormente le criticità presenti e, per il prossimo 14 dicembre è stato proclamato uno sciopero dall’USI-Sanità.

Non doveva andare così, al pari, e per certi versi peggio, rispetto alla prima ondata, a Milano, come nel resto del paese. L’Italia resta, in questo fine mese, lo stato europeo con il più alto numero di vittime giornaliere, con un aumento del 24% dei nuovi casi e del 22% di pazienti in terapia intensiva, rispetto alla settimana precedente. Il tasso di mortalità, ogni 100 mila abitanti, nei 14 giorni precedenti il 5 ottobre e il 15 novembre (fonte: salute internazionale) è passato dallo 0,5 al 10,1, inferiore solo al 10,6 e al 10,4 rispettivamente di Francia e Spagna.

Certo, la mortalità italiana dipende anche da una popolazione anziana maggiormente presente rispetto al resto del continente, dato evidenziato anche da un’età mediana di 47 anni rispetto ai 44 dell’Europa. Inoltre, gli anziani del Bel Paese sono più fragili, vivono meno anni, dopo i 65, in condizione di buona salute. Si vive di più in Italia, ma peggio rispetto a tanti altri paesi.

Non è una novità, anzi è stata proprio la scusante, in era pre-Covid, meglio adottata per giustificare e legittimare tagli alla sanità in quanto la cronicità… costa troppo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il risparmio in realtà è diventato un saccheggio, utile a privatizzare, lottizzare, lucrare ad ogni livello.

Il risparmio di ieri è diventato una concausa di morte oggi. In alcuni quotidiani, i giorni scorsi, è apparsa la notizia della presenza di un solo infermiere per 70 posti letto presso una struttura residenziale di Bronte, in Sicilia. Residenza in cui molti degli ospiti sono ammalati di Covid. Alcune forze politiche hanno chiesto l’immediato intervento dell’esercito a salvaguardia degli ospiti; al pari di quanto sta avvenendo in tutto il paese, dove le forze armate sono mobilitate per arginare, con personale e ospedali da campo, l’emergenza in atto.

Come accade sempre quando c’è un’emergenza, una calamità. Come quarant’anni fa in Irpinia, dove arrivò l’esercito per rimediare i disastri provocati dal terremoto e dalla cattiva/mala-amministrazione. O come accade periodicamente quando piove e strade, ponti, case… si rompono.

Arrivano la protezione civile, l’esercito e l’enorme volontarismo e spirito solidaristico delle persone che si rimboccano le maniche per avere quello che amministratori di vario genere non hanno loro garantito, o peggio hanno tolto.

L’infermiere a braccia aperte sul tetto del San Carlo si riesce a vederlo lungo tutta la penisola, da Milano fino alla Calabria, la regione da cui fuggono i commissari straordinari, mentre le strade cedono agli acquazzoni. Ogni commento non può non considerare che, nella cattiva sorte, siamo un po’ tutti calabresi, poco responsabili della legittimazione di consorterie di potere varie e troppo vittime delle stesse

C’è un infermiere sul tetto e in molti vorremmo essere al suo fianco, anche se non è difficile immaginare il commento di qualche direttore o qualche chiacchierone, di qualche funzionario, o qualche esperto di talk show o giornalista d’assalto: Se hanno tempo di andare a passeggiare sui tetti, allora non hanno poi così tanto da fare, Se uno si può assentare così, allora non è vero che mancano gli infermieri, Chi protesta mentre è in corso una guerra, è un traditore della patria. E chissà quali altre facezie.

La realtà la conosciamo. Molti commentatori hanno detto in questi giorni che è inutile garantire nuove strutture e posti letto se non si ha il personale a disposizione. Si era già detto in precedenza: un rianimatore, un infermiere di area critica e anche il personale di supporto relativo, non si improvvisano dall’oggi al domani.

Torneranno dunque i medici e gli infermieri cubani? Non è questo il punto. La questione è stata sottolineata, sempre dalle pagine di salute internazionale, da Marco Geddes, il quale in un suo contributo ha affermato che in realtà è sbagliato dire che gli infermieri in Italia sono pochi, dato che, in realtà, sono… pochissimi.

L’autore cita i dati degli scorsi rapporti Ocse relativi al personale sanitario nei quali, nell’ultimo rapporto uscito proprio in questi giorni, si vede un ulteriore distacco dell’Italia rispetto sia alla media europea sia a molti paesi del continente. L’immagine utilizzata ad ogni modo da Marco Geddes afferma che necessiterebbero ulteriori 200.000 infermieri (subito) per poter essere a livello della dotazione di personale assistenziale della Francia, il paese che, dopo un crescere dei contagi della seconda ondata, sta attualmente in una fase di discesa della curva pandemica.

A fare da cassa di risonanza alle parole di Geddes arriva, dalla sua stessa regione – la Toscana – la scultura fatta dall’artista Elia Buffa e donata all’Ospedale Apuano di Massa, in cui una figura sanitaria, vestita di DPI, sta a braccia incrociate, in segno di protesta, in un mezzo busto alla cui base è stata posta una targa su cui è scritto: Non chiamateci eroi. Finanziamenti alla sanità pubblica, tutele, sicurezza e assunzioni stabili.

NurseReporter
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Commenti (1)

TomSilver

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2 commenti

Dovreste informarvi e informare meglio!

#1

Scusate, ma sulla vicenda (non ancora chiusa tra l'altro) che ha portato a quel gesto raffigurato nella foto non ho letto qui neanche una parola mentre ne sta parlando diffusamente Il Fatto Quotidiano. 50 sanitari tra i quali diversi nostri colleghi hanno firmato un documento in cui si denunciavano le pessime condizioni di lavoro e le enormi carenze organizzative che mettono a grave rischio la tutela degli utenti e del personale. In tutta risposta l'azienda sanitaria sta mettendo in atto meccanismi di intimidazione e ritorsione verso i firmatari di quel documento oltre ad ostinarsi ad impedire l'accesso ai consiglieri regionali di minoranza che vogliono verificare la veridicità di quanto denunciato. Trovo scandaloso che qui non se ne parli. Dove sono i sindacati di categoria? Dov'è la FNOPI in tutto ciò? Vogliamo permettere che colleghi che hanno detto soltanto le scomode verità di cui tutti siamo a conoscenza vengano trattati in questo modo?