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COVID-19

Sovraccarico PS, personale in affanno da nord a sud

di Massimo Canorro

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Nelle ultime settimane, complice il riacutizzarsi dell’emergenza Covid-19, la situazione nei Pronto soccorso è sempre più complicata, con forti criticità in ogni regione. La denuncia del presidente della Simeu, Società Italiana della medicina di emergenza-urgenza, Salvatore Manca, in merito alla gestione dell’impatto con la pandemia.

Pronto soccorso in sovraccarico: da nord a sud operatori in affanno

Con la nuova ondata di casi Covid-19 i Pronto soccorso sono in sovraccarico un po' in tutta Italia

L’emergenza coronavirus, insieme alla mancanza di operatori – medici e infermieri, ma anche Oss – stanno mettendo a rischio i Pronto soccorso di tutta Italia.

Da nord a sud, infatti, con l’impennata dei contagi le tempistiche per effettuare un tampone si sono ampliate ancora di più e le strutture di emergenza-urgenza sono state colpite da una mole di lavoro del tutto imprevista, dovendo affrontare rilevanti problemi non solo di carattere clinico, ma anche organizzativo.

Dalle numerose ambulanze del 118 che arrivano e sostano all’ingresso dei Ps – convogliando, quindi, anche quei pazienti affetti da patologie minori – al problema, sempre più ingente, della carenza di operatori (in particolar modo degli infermieri che sono già sotto organico, con carichi di lavoro eccessivo e turni no-stop) nonché dei posti letto.

Supporto giunge dai medici specializzandi degli ultimi anni occupati per l’emergenza, ma ciò avviene solo nei grandi ospedali universitari e non nei piccoli nosocomi, che si trovano in maggiore difficoltà. La situazione nei Pronto soccorso è di grave sofferenza – dichiara il presidente di Simeu, Salvatore Manca – con criticità in ogni regione. In questi giorni, i Ps italiani sono presi d’assalto da pazienti con sintomi da Covid-19 che cercano risposte. E ci sono file di ambulanze in attesa.

In tutto il paese, l’affanno costante che gli operatori sanitari stanno vivendo nel corso di questa nuova ondata di casi di Covid-19 è legato anche alle difficoltà che troviamo nel ricoverare i pazienti nei centri Covid identificati, poiché loro non dispongono più di posti letto, prosegue Manca. Che evidenzia: Se da un lato emergono i ritardi nell'effettuazione dei tamponi sul territorio e l’insufficiente disponibilità dei medici di base, dall'altro abbiamo una buona parte di Pronto soccorso che hanno introdotto i test rapidi. Ne consegue che i cittadini scorgano nei presidi ospedalieri gli unici punti di riferimento.

Dunque, la medicina del territorio – dai medici di base alle Asl – non riesce a replicare alla domanda di assistenza e le Unità speciali di continuità assistenziale (Usca) impegnate nelle attività domiciliari per i pazienti Covid-19, sono assai ridotte (in varie regioni d’Italia ne è presente una ogni 180mila abitanti a fronte di una ogni 60mila, come indicato).

Nel dettaglio, si fa riferimento a circa un 30% di soggetti paucisintomatici e asintomatici che potrebbe essere gestita in maniera differente dai medici di famiglia (un anello della catena che non va mai saltato, recandosi al Pronto soccorso soltanto dopo aver contattato il proprio medico di base), dalle Asl e dalle Usca. In tali condizioni risulta inevitabile che la persone si riversino sul 118 o sugli ospedali, conclude Manca.

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