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Le lezioni che questa pandemia dovrebbe averci insegnato

di Mimma Sternativo

Tra qualche anno, sul piccolo e sul grande schermo sfileranno film e documentari sulla pandemia da Covid-19 e qualcuno si chiederà: cosa ci ha insegnato la pandemia? Ecco, a questo bisognerà pensare da subito, soprattutto ora che ci si affaccia ad una modifica di quella che è stata una delle riforme sanitarie più controverse per Regione Lombardia. A questo dovremmo lavorare oggi, per evitare di continuare a commettere gli stessi errori fatti prima, durante e nell’immediato post ondate. Perché certi sbagli sono inevitabili quando vieni colto di sorpresa, ma devono categoricamente essere irripetibili quando ne hai assaggiato le conseguenze.

La politica si prenda cura di chi cura e non lo lasci più solo

Milano è stata la prima città italiana per contagi da Covid, la seconda per decessi. Il triste primato resta quello di Bergamo. Il virus ci ha privato di troppi affetti, in ogni senso possibile. E di tutte le libertà. Il colpo è stato durissimo (anche a livello economico) e farà male ancora a lungo. La pandemia, quindi, dovrebbe averci insegnato qualcosa.

La prima cosa da sfatare è che Milano abbia retto male alla pandemia: falso. La Lombardia tutta non ha perso il suo primato di fiore all’occhiello della sanità, semplicemente ha continuato a “brillare” per le cose che sapeva già fare ed è affondata per quello che da decenni è stato precluso ai cittadini: il territorioLa macchina ospedaliera si è mossa velocemente, anche quando la burocrazia e le indicazioni ministeriali non erano chiare e non aiutavano. Abbiamo improvvisato terapie intensive dove era impensabile farlo, trasformato in poche ore centinaia di posti in reparti Covid. Abbiamo messo assieme lavoratori di ogni disciplina e gli abbiamo chiesto di dare più di qualsiasi altro momento al mondo.

Gli operatori sanitari hanno risposto con coraggio e professionalità, nessuno si è tirato indietro e nessuno ha puntato il dito per quella carenza di organico già troppo evidente in pre-pandemia. Nessuno ha detto di no ai mille cambi di reparto e cambi turno. Tutti sono stati lì come bravi soldatini a combattere la guerra di cui troppo facilmente qualcuno crede di cancellarne i segni. Abbiamo avuto tanti problemi, certo. Ma sfido a trovare una città sul globo che non ne abbia avuti.

A mancare sono state le cure domiciliari, assolutamente non all’altezza di ciò che stavamo vivendo e di ciò che ora dovremo affrontare per il recupero delle liste d’attesa. Sono mancati dei riferimenti chiari ed è mancata la rete. La grande assente è stata la comunicazione tra le parti di uno stesso sistema

Oggi ne siamo forse fuori, ma non abbiamo ancora imparato che riconoscere le professioni sanitarie, attribuire il giusto compenso e il giusto peso sociale a chi di fatto si occupa della salute della cittadinanza non è un dettaglio. Meritocrazia, compensi adeguati, formazione, crescita, mezzi. Date questo ai sanitari e loro, come hanno dimostrato in questo anno e mezzo, dimostreranno il loro valore sul campo. Perché quello che ci è stato chiesto durante questa emergenza è uno sforzo titanico. Ma non si faccia l’errore di credere (legislatori e opinione pubblica) che non lo sia anche quello che in tempi di normalità ci viene imposto.

I tagli alla sanità ammazzano la gente: quelli in corsia per professione o per malattia. Servono investimenti e spesa più oculata. La sanità milanese può guardare negli occhi quella di qualsiasi altra nazione. E questa sanità eccelle, perché lo fanno i suoi professionisti. Iniziamo a trattarli da eccellenza. Bisogna investire nella formazione del personale, sul riconoscimento di quelle competenze avanzate che hanno permesso al SSR di reggere. Bisogna riconoscere la grande capacità manageriale e organizzativa dimostrata dagli infermieri in ospedali in cui troppe volte le Direzioni sanitarie sono state assenti.

Bisogna fare in modo che l’infermiere faccia l’infermiere e non venga demansionato, trascurando prestazioni assistenziali importanti per la cura della persona. È necessario assumere gli infermieri, ma anche gli OSS

Bisogna ridare respiro ai medici ospedalieri incastrati oramai in 7 ore di sola burocrazia. Si assuma subito e con contratti a tempo indeterminato, non come quelli da poco sventolati. Milano ha bisogno di personale e di formarlo velocemente. Perché gli organici già languivano prima della pandemia, oggi sono in secca. Si devono affrontare le liste d’attesa, bisogna curare le altre patologie e viene chiesto ad ambulatori e alle chirurgie elettive di funzionare come nel 2019, peccato che proprio dal 2019 molti, troppi professionisti milanesi (e non solo) non hanno ancora goduto delle ferie. Diritto contrattuale e necessità irrimandabile dopo tutto quello che hanno vissuto.

Si investa sulla digitalizzazione della sanità per aumentare i flussi comunicativi tra professionisti. Si garantisca il sostegno psicologico a tutti i professionisti da sempre impegnati in relazioni di cura che troppe volte lasciano ferite inenarrabili. Le lezioni che questa pandemia dovrebbe averci insegnato sono anche altre, ma queste sono quelle non procrastinabili. Noi combatteremo per far sì che diventino una priorità. La politica ad ogni livello si prenda cura di chi cura e non lo lasci più solo, perché noi con voi non l’abbiamo fatto, anche quando ci mancavano persino le maschere per proteggerci.

Sindacalista

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