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Editoriale

La quiete dopo la tempesta. Forse

di Davide Mori

Il COVID-19 ci ha colpito all’improvviso, assestando un bel destro alla bocca dello stomaco del sistema sanitario. Abbiamo barcollato, siamo caduti in ginocchio, l’arbitro ha cominciato a contare, ma poi ci siamo rialzati. Abbiamo utilizzato le nostre risorse più intime, la nostra competenza professionale, le nostre capacità sociali, abbiamo dimostrato quello che in gergo calcistico chiamerebbero “attaccamento alla maglia”. Di fatto, però, abbiamo sopperito a delle mancanze e ci siamo fatti carico di fardelli lasciati per anni a giacere nello scantinato del sistema sanitario. Ora che la tempesta sembra essere passata e che l’attenzione mediatica piano piano si sta catalizzando verso altri problemi che probabilmente caratterizzeranno gli anni a venire, siamo più che mai esposti al rischio di fallire clamorosamente come categoria professionale e come sistema in generale.

Riorganizzare il sistema sanitario è un obbligo soprattutto morale

Questa volta non aspetteremo che il ciclone ci travolga

Sembra passata un’eternità eppure, calendario alla mano, sono trascorsi solamente quattro mesi dall’inizio della pandemia che ha colpito e stravolto il nostro Paese. Centoventi giorni in cui si è detto e fatto di tutto, enfatizzato e mitizzato il lavoro dei sanitari, ricostruito l’orgoglio nazional-popolare, preso coscienza di un sistema sanitario per troppo tempo lasciato alla deriva, sbandierato proclami politici di ripartenze più o meno improbabili dell’economia e sacrifici, sacrifici da parte dei cittadini ed enormi sacrifici da parte di chi ha combattuto in prima linea un nemico tanto infame quanto invisibile.

Siamo stati chiamati i nuovi eroi e fin da subito abbiamo tentato di ridimensionare il termine evidenziando il valore insito nell’essere dei “semplici” professionisti, ma di fatto la gente continua almeno per il momento a definirci così. Ad alcuni di noi questa santificazione improvvisa inorgoglisce, ad altri esaspera la rabbia maturata dopo anni di vessazioni terminate inaspettatamente per aver fatto semplicemente il solito, criticato, lavoro.

Ne prendiamo atto, in fondo per la società siamo quello che gli altri percepiscono. Si tratta di percezione, la stessa che ci fa capire se ci troviamo di fronte ad un pericolo, ma anche la stessa che istintivamente ci fa dubitare di persone ancor prima di conoscerle.

La percezione, si sa, ci permette di sopravvivere ma in alcuni casi anche di sbagliare, è un bias del genere umano. Così, di fronte alla società adesso siamo degli eroi, degli angeli custodi, abbiamo varcato la soglia del Sancta Sanctorum sociale e da esso derivano e deriveranno delle responsabilità che seppure non scanseremo (come del resto non abbiamo mai fatto) dovremo onorare al meglio.

È proprio qui il punto: con l’aumentare della considerazione altrui, della visibilità e del consenso aumentano le responsabilità e le aspettative che la popolazione nutre verso di noi.

Il COVID-19 ci ha colpito all’improvviso, assestando un bel destro alla bocca dello stomaco del sistema sanitario. Abbiamo barcollato, siamo caduti in ginocchio, l’arbitro ha cominciato a contare, ma poi ci siamo rialzati. Abbiamo utilizzato le nostre risorse più intime, la nostra competenza professionale, le nostre capacità sociali, abbiamo dimostrato quello che in gergo calcistico chiamerebbero “attaccamento alla maglia”. Di fatto, però, abbiamo sopperito a delle mancanze, e ci siamo fatti carico di fardelli lasciati per anni a giacere nello scantinato del sistema sanitario.

Ora che la tempesta sembra essere passata e che l’attenzione mediatica piano piano si sta catalizzando verso altri problemi che probabilmente caratterizzeranno gli anni a venire, siamo più che mai esposti al rischio di fallire clamorosamente come categoria professionale e come sistema in generale.

Se prima della pandemia eravamo in qualche modo giustificati per aver reagito, seppure efficacemente, in stile armata Brancaleone, ora che sappiamo con chi e cosa avremo a che fare non avremo più alcuna scusante. La guerra non è finita e per accorgercene basta affacciare la testa al di là dello stretto di Gibilterra, dove i contagi salgono a ritmi sfrenati.

Non possiamo sapere se quello che stiamo vivendo sia effettivamente la proverbiale quiete dopo la tempesta o semplicemente la breve pausa fornitaci dall’occhio di un ciclone. Se ne parla tanto, ma all’orizzonte ancora nulla, una riorganizzazione del sistema sanitario è d’obbligo e lo è in ossequio alle mancanze del passato ma soprattutto come obbligo morale e professionale per non vanificare gli sforzi ed i sacrifici fatti fin ora.

Tutto tace come fossimo affondati in un profondo oblio e, coperti con una mascherina alla bocca, si cerca di ripartire. Si riparte, ma senza un concreto piano d’azione, si vive alla giornata e la rotta è decisa a vista. La percezione che si vuole dare alla gente è che il meccanismo sia ben oliato che tutto sia pronto per la nuova possibile ondata, ma è veramente così?

L’aria che si respira da dentro è di profonda incertezza, della serie: speriamo che non succeda di nuovo se no non ce la facciamo”

Ci troviamo nuovamente ad essere marinai alla deriva. In realtà più che marinai siamo dei vogatori da stiva, di quelli che si trovavano sulle triremi romane, schiavi che all’occorrenza venivano armati e sacrificati in battaglia. Ma non siamo eroi, siamo professionisti e come tali vorremmo essere trattati e considerati.

Vorremmo disporre di una pianificazione concreta, vorremmo conoscere almeno quale sarà la direzione verso cui saranno dispiegate le vele del sistema sanitario. Vorremmo poter contribuire in maniera cosciente e coscienziosa al progetto salute del nostro Paese e vorremmo farlo con cognizione di causa. Purtroppo, però, non sembra essere ancora il momento, le direttive politiche stentano ancora a sintonizzarsi con quelle scientifiche e gli operatori sanitari per l’ennesima volta sono sballottati a destra e a manca da un sistema ancora troppo incerto e convalescente.

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