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Editoriale

Riapertura delle scuole e infermiere scolastico

di Giordano Cotichelli

La riapertura delle scuole si sta avvicinando e il dibattito in merito è alquanto partecipato. Già dal 30 agosto la FNOPI ha ricordato la necessità dell’istituzione dell’infermiere scolastico, a copertura dei bisogni di 57 mila istituti statali e parificati presenti in Italia, per una popolazione scolastica che registra un numero di 246 mila alunni con disabilità. A tale proposito il comunicato ricorda le indicazioni della American Academy of Pediatrics, in cui si sottolinea che: gli infermieri scolastici moderni valutano i problemi di salute, assistono gli studenti con speciali esigenze di assistenza sanitaria, partecipano alla gestione delle emergenze e delle situazioni urgenti, gestiscono lo screening sanitario, l’immunizzazione e la segnalazione di malattie infettive, identificano e gestiscono i bisogni di assistenza sanitaria cronica.

Per la riapertura delle scuole servono gli infermieri, ma non solo

Con la riapertura delle scuole servirebbero infermieri ma non solo

Per fronteggiare i pericoli epidemici, intanto, il Commissario all’Emergenza garantisce che verranno distribuite circa 11 milioni di mascherine al giorno e 170 mila litri di gel igienizzante; gratuitamente, unico caso al mondo. L’aspettativa e l’apprensione sono elevate e cresce anche il timore per un rialzo ulteriore dei contagi come accaduto in altri paesi (Francia, Germania, etc.).

Di conseguenza segue a ruota il consueto strascico di polemiche e fake news utili sole a coprire il vuoto culturale e politico di chi le agita. Appellandosi ad un minimo di ratio e conoscenza scientifica la SIP (Società Italiana di Pediatria) ricorda che le mascherine non fanno male ai bambini e la necessità di indossarle, dai 12 anni in poi, ha le stesse modalità degli adulti, mentre dai 6 agli 11 deve essere valutato il contesto del momento, i tempi, etc.

La SIP si sofferma invece sulla necessità di avere classi con un numero ridotto di bambini, problema esistente anche prima della pandemia attuale e che ricorda come le tante questioni legate alla riapertura delle scuole sia in larga parte il frutto di una politica di tagli portata avanti da circa un trentennio.

Il 65% degli edifici scolastici è stato costruito prima dell’entrata in vigore della normativa antisismica e la loro sistemazione procede molto a rilento tant’è che, in particolare, secondo il XIX° Rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente del 2018, nelle provincie del Sud del paese tre scuole su quattro sono costruite in aree a rischio sismico.

Sul fronte del personale la situazione è ugualmente drammatica, dato che la riapertura vede un vuoto di 60 mila posti di docenti da assegnare in un mondo in cui la quota di precari arriva a circa 200.000. Alcune organizzazioni sindacali parlano di 170–180mila posti vacanti non assegnati e coperti invece con le supplenze.

C’è poi il problema dei trasporti e delle mense. Questioni di non facile soluzione che, probabilmente, verranno affrontate in maniera spiccia, in alcune zone del paese, garantendo servizi a qualcuno e negandoli ad altri. Come fu il caso delle mense scolastiche negate a Lodi per le fasce di popolazione maggiormente bisognose, o come vorrebbero fare, in materia di trasporti pubblici, alcuni politici lungimiranti, recuperando pulmini per gli scolari e negandone l’uso agli immigrati.

Un po’ come può garantire i servizi sociali un’assessora che se ne va in giro per la città a togliere le coperte di dosso ai barboni. È accaduto a Como. Il teatro dell’assurdo però non finisce qui.

È di pochi giorni fa la notizia della chiusura, nella prima giornata di nido, dell’accesso ad alcuni figli di medici, Oss e infermieri impegnati in reparti Covid nella città di Pisa. Alla fine, gli esempi fatti e i numeri citati mostrano come sia abbastanza limitativo chiedersi cosa accadrà con la riapertura delle scuole se non si prende atto della necessaria chiave di lettura per interpretare la realtà che stiamo vivendo, pandemica in generale e dell’istruzione in particolare.

Nella sostanza l’attuale situazione è figlia, come detto, di decenni di tagli del welfare. In termini economici questo tipo di politiche vengono definite di retrenchment. Al di là di cosa le generi e le perpetui dovrebbero essere, ad ogni modo, affiancate da scelte ulteriori di ricalibration.

In pratica se un certo servizio è diventato obsoleto nel tempo, o mal funzionante e costoso, non deve essere solo ristrutturato, ridefinito o abolito addirittura, ma bisogna fare in modo che i bisogni mutati trovino nuova copertura assistenziale, nuovi servizi e figure. Nei mesi scorsi, in piena pandemia, il mancato sviluppo in molte regioni italiane, della sanità territoriale, la loro necessaria articolazione e autonomia, non come porzione ancillare della permanente visione ospedalo-centrica, ha mostrato tutti i suoi drammatici limiti.

Se il decreto 34/2020 di maggio, convertito in legge 77/2020 a luglio, ha previsto l’impiego di 9.600 infermieri di famiglia, questa è certamente una risposta immediata all’urgenza del momento, ma che rischia di restare fine a se stessa dato che diventa difficile l’implementazione dell’infermiere di famiglia, o dell’infermiere scolastico, in un sistema ancora a tutt’oggi appiattito sulla dimensione ospedaliera dominante, ove quella territoriale è resa prestazionale e residuale.

Ancor più in una società in cui crescono le disuguaglianze sociali e sanitarie – e dell’istruzione – e i risultati poi si pagano a lungo termine, con l’impoverimento drammatico del tessuto sociale, della dimensione culturale, delle capacità empatiche.

NurseReporter
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