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Daniela Poggiali, le motivazioni della sua assoluzione

di Massimo Canorro

I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Bologna spiegano la sentenza nei confronti della 49enne ex infermiera accusata di aver ucciso la paziente Rosa Calderoni, 78 anni, con iniezioni di potassio: Ora, dopo sette anni, si può dire con assoluta certezza che non esistono uccisioni avvenute in passato o morti causate dalla Poggiali. A questo punto la Procura generale dovrà decidere se impugnare o no, per la terza volta, in Cassazione. È una sentenza che resterà negli annali, ha dichiarato l’avvocato difensore Lorenzo Valgimigli.

Corte d'Assise d'Appello spiega perché è stata assolta l'ex infermiera

Non ci sarebbe stata alcuna manipolazione, da parte dell’imputata, dei reperti. Ma anche assenza di un movente plausibile, nonché indici statistici sulla mortalità in corsia non riconducibili a specifiche condotte e – tutt’altro che in ultimo – la metodologia con la quale era stata attribuita l’iniezione mortale di potassio non è stata accolto in moda unanime dalla comunità scientifica. Sintetizzando sono queste le motivazioni con le quali la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha spiegato l’assoluzione (perché il fatto non sussiste) pronunciata il 25 ottobre 2021 nei confronti della 49enne Daniela Poggiali, l’ex infermiera accusata di avere ucciso l’8 aprile del 2014 presso l’ospedale Umberto I di Lugo (Ravenna) la paziente Rosa Calderoni, 78 anni, poche ore dopo il ricovero.

Ora, dopo sette anni, si può dire con assoluta certezza che non esistono uccisioni avvenute in passato o morti causate dalla Poggiali, scrive la Corte in un passaggio delle 253 pagine di sentenza. Le motivazioni depositate portano la firma del presidente Stefano Valenti andato in pensione alla fine del 2021. E si sviluppano, appunto, in oltre 250 pagine di sentenza: una mole (anche) giustificata dalla singolare e articolata storia di questo processo approdato al sesto grado di giudizio (lo stesso presidente della Corte ha parlato di una vicenda processuale molto complessa, che come tale espone a un serio rischio di disorientamento).

Già, perché l’ex infermiera (radiata dall’albo) a seguito della condanna in primo grado all’ergastolo con l’accusa di aver assassinato la 78enne con una iniezione di potassio, era stata assolta in due successivi appelli a Bologna sconfessati da altrettante Cassazioni di Roma. Un appello-ter, quindi, quello dinanzi al quale ci si trovava, una situazione assai rara verificatasi pochissime volte in tutta la storia della Repubblica. Si legge ancora nelle motivazioni: Se nel testo della relazione il consulente tecnico della Procura avesse avuto cura di chiarire meglio i confini, invero minimali, del consenso del suo metodo, si sarebbero probabilmente evitati i cinque gradi di giudizio e forse anche lo stesso rinvio a giudizio. E ancora, i medesimi autori dello studio hanno fatto ricognizione dei loro errori ammettendoli ed emendandoli con uno studio del 2020.

Tanto che se un anno dopo la consulenza fosse stata affidata agli stessi esperti il risultato sarebbe stato neutro. In merito ai due scatti che hanno destato particolare clamore – quelli che ritraggono la ex professionista sanitaria di Lugo sorridente e con i pollici alzati accanto a una paziente di 102 anni appena deceduta (mi dispiace, se tornassi indietro non le rifarei, ha poi ammesso Poggiali) – si tratta di condotta deprecabile che evidenzia una personalità di bassa caratura morale e spirituale: foto la cui esibizione ha sicuramente ma indebitamente impressionato i giurati ma che non risultano valutabili come elemento di prova né come indice di personalità portata all'omicidio.

In rapporto alle statistiche che fin dal principio attribuivano a Poggiali tassi di mortalità in corsia superiori di 3-5 volte a quelli degli altri infermieri, avrebbero potuto avere valore di input conoscitivo per orientare una articolata indagine. Ma questo fu compromesso dalla frettolosa e maldestra sovrapposizione della iniziativa inquisitoria e repressiva adottata dai vertici Asl pur a fronte di un sospetto omicidio, e quindi indebitamente.

Ora, dopo sette anni, si può dire con assoluta certezza che non esistono uccisioni avvenute in passato o morti causate dalla Poggiali.

Adesso la Procura generale di Bologna dovrà decidere se impugnare oppure no per la terza volta in Cassazione nei confronti dell’imputata, difesa dagli avvocati Lorenzo Valgimigli e Gaetano Insolera. Per il caso di un precedente paziente morto in ospedale a Lugo il 12 marzo 2014 – il 94enne Massimo Montanari – per il quale Poggiali era stata assolta sempre il 25 ottobre scorso a fronte di una condanna in primo grado in abbreviato a 30 anni con conseguente giudicato sulla custodia cautelare in carcere, non c'era stata alcuna impugnazione: uguale a immediato passaggio in giudicato della sentenza a inizio marzo.

Oggi, però, l’avvocato Valgimigli non ha dubbi: Mai visto approfondimenti di questo tipo, una sentenza di impegno straordinario. Una sentenza, secondo il legale dell’ex infermiera, destinata a restare negli annali, soprattutto su alcuni temi: in particolare sullo statuto della prova scientifica e sull’affermazione di taluni principi di diritto che compaiono nell’ultima parte, con particolare riferimento alla presunzione di non colpevolezza, all’onere della prova e alla completezza delle indagini.

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