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Infermiera

Lodi, coordinatrice si dimette per un posto da segretaria

di Giada Martemucci

Dopo 36 anni di servizio Sabrina Iachetti, coordinatrice infermieristica e referente regionale Irc (Italian resuscitation council) si dimette dall’Ospedale Maggiore di Lodi e sceglie di lavorare come segretaria nell’azienda di famiglia.

Da infermiera a segretaria: Ritmi infernali, non ce la facevo più

Sabrina Iachetti si è dimessa dal suo lavoro di infermiera coordinatrice: Troppo stress (foto Corriere della Sera Milano)

Pandemic Fatigue, è la diagnosi che Sabrina Iachetti, 55 anni, coordinatrice infermieristica presso l’ospedale Maggiore di Lodi e referente regionale dell’Italian Resuscitation Council, ha ricevuto dopo quasi due anni di lavoro in un reparto Covid. La pandemia ha comportato per tutti i professionisti sanitari ritmi al limite del sopportabile e sono in tanti a subirne le conseguenze anche ora che l’emergenza sanitaria è finita.

Non ce la facevo più, turni impossibili e ritmi massacranti - ha dichiarato l’infermiera intervistata dal Corriere della Sera - Ho gestito il primo reparto di sub intensiva in Europa, curando pazienti che per complessità sono inferiori solo alla rianimazione. Non è stato facile

Dopo 36 anni di servizio e prossima alla pensione, Sabrina Iachetti sceglie di dare una svolta alla propria vita iniziando a lavorare come segretaria per l’azienda di impianti fotovoltaici gestita dai fratelli. Una scelta sofferta, come quella di chiunque che, pur amando il proprio lavoro, è costretto a subire circostanze che impongono scelte radicali. L’infermiere è sottopagato e stressato. Non è facile andare avanti e capisco anche i tanti colleghi che hanno deciso di lasciare, prosegue Iachetti. Ma non è il Covid il solo responsabile dell’addio alla professione infermieristica, le ragioni vanno ricercate più in profondità e riguardano i profondi cambiamenti del mondo sanitario negli anni, le mancanze di rispetto nei confronti dei sanitari e l’eccessivo carico di stress a fronte di stipendi inadeguati.

Sappiamo bene che gli stipendi degli infermieri italiani sono tra i più bassi d’ Europa e, mentre la maggior parte degli stati europei investono sulla sanità, sull’aumento degli stipendi e sulla formazione dei professionisti attirando giovani da tutta Italia, nel nostro Paese si arranca anche sulla chiusura del nuovo Ccnl del comparto sanità. La pandemia da Covid-19 ha sicuramente reso evidenti le lacune e le mancanze strutturali del nostro sistema sanitario, eppure oggi, dopo due anni vissuti in emergenza, si fa fatica a dare risposte concrete ai professionisti sanitari, mentre sono sempre di più gli “eroi”, gli “angeli del covid” a lasciare le corsie.

Quello che abbiamo vissuto all’ospedale di Lodi nei primi giorni del Covid non lo dimenticherò mai - spiega Iachetti al Corriere - la paura, i pazienti che arrivavano, l’incertezza. Per 40 giorni consecutivi, in pratica fino a Pasqua 2020, sono rimasta in corsia. Turni lunghi, senza mai un giorno di riposo. Ma la seconda ondata, iniziata a ottobre 2020, è stata per certi aspetti ancora più violenta. Tutto il personale si è trovato a gestire i malati Covid, che aumentavano costantemente, trasformando interi reparti in aree dedicati ai pazienti con il virus, ma nel frattempo dovevamo anche cercare di recuperare le liste d’attesa per le visite ambulatoriali. E gli infermieri per l’area Covid erano sempre meno.

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