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editoriale

Bravo Burioni, ma per altre cose

di Giordano Cotichelli

Ancora una volta bisogna ringraziare il noto virologo Roberto Burioni per la sua capacità di sollevare questioni importanti. Purtroppo la butade sulla bellezza delle donne riflette una visione che non è affatto bella, che vuole ancora la donna come oggetto e non solo semplicemente estetico. Rivela, detta da un sanitario, una visione pericolosa, gerarchica, dove qualcosa è giusto e qualcosa no, quasi eugenetica, e ad ottanta anni dalla promulgazione delle leggi razziali in questo paese, anche semplicemente sollevare la questione della bellezza giusta, dovrebbe far riflettere.

La bellezza secondo Burioni

Ancora una volta bisogna ringraziare il noto virologo Roberto Burioni per la sua capacità di sollevare questioni importanti.

Sull’obbligo vaccinale e le fake news correlate, in questi mesi ha fiorettato sui social in maniera egregia. Ed ancora, sui social, in maniera meno egregia, ha fatto sentire la sua opinione, quasi una butade, sull’estetica italiana delle donne.

Burioni, dopo l’immaginabile valanga sui social, si è prontamente scusato; anche se oggi va un po’ di moda dire tutto, scusarsi, affermare il contrario e così via.

E se questo lo pensa un uomo di scienza, il maschio italiano medio, analfabeta di ritorno, testosterone dipendente, cosa arriva a pensare? O a fare? Bravo Burioni, anche questa volta – in senso negativo però – hai fornito stimoli di ragionamento. Per chi vuol ragionare, ovviamente, altrimenti… ruspa. Pardon, botox!

In verità è bene chiarire un concetto: non esistono donne belle o brutte, vale anche per gli uomini del resto. Esistono persone che hanno un aspetto confacente ai canoni culturali della società in cui vivono, e persone che non li hanno.

Il perché non li posseggano è il punto che deve destare interesse. Dal punto di vista estetico? Morale? Erotico? Affatto! Dal punto di vista infermieristico. È bene andare in ordine.

Essere “brutte” può essere legato ad un problema fisico che, magari non si è in grado di risolvere. Il peso controllato, le diete, un’alimentazione sana, un’attività sportiva costante, l’uso di indumenti appropriati e altro ancora appartiene ad un insieme di cose che si possono fare facilmente?

Davvero crediamo che essere obesi, diabetici, ipercolestolemici, iperuremici, etc. etc. sia colpa del singolo? O quanto meno unicamente del singolo? Qualcuno risponderà di sì, accostandosi ad una visione in cui la salute dipende per il 50% dalle nostre azioni. Visione alla base del modello sanitario privato presente negli USA.

Ma dato che ancora siamo in un sistema sanitario universalista (ancora) e pubblico (per poco), dovrebbe essere chiaro a tutti, specie ai professionisti della salute, che lo star bene dipende da quelli che si chiamano determinanti della salute e della malattia, dove i comportamenti individuali hanno peso, ma strettamente correlati al livello culturale, al reddito, all’istruzione, al lavoro svolto, alla residenza e così via.

Ed allora “essere belli” è un lusso che pochi si possono permettere. Vogliamo fare qualche esempio? Prendiamo quel manager o quel politico, o quella deputata, quel calciatore o quell’attrice, etc. etc. e pensiamo ai cambiamenti fatti in questi anni e a tutta una serie di interventi che implicano tempo, costanza, soldi.

Intendiamoci, mangiare sano dovrebbe essere una scelta per tutti, ma chi non ha tempo, conoscenze, soldi (ancora!), strumenti per farlo, cede alla facile tentazione di un devastante pezzo di carboidrato o di un colesterolo fumante, o anche del fluido alcolico. E, non solo non ha altra soddisfazione che farsi male chimicamente, ma gli altri lo criticano pure e gli fanno la paternale.

Siamo sicuri che basta veramente poco per essere più belle? Una sistematina ai capelli? Forse, ma c’è tinta e tinta, parrucchiere e parrucchiere e l’estetista di turno non credo che tutte le donne che lavorano in un call center se lo possano permettere.

Lo so che non sono questi i tempi in cui va di moda ragionare, analizzare, pensare, ed è molto più facile parlare per slogan. Abiti in un palazzone fatiscente? Buttiamo giù tutto! Il perché, o il come, o il se questo è possibile, vengono dopo. Sei un tossico? E magari spacci pure? Eh, allora te le cerchi!

Lo sanno i colleghi che stanno nei Sert cosa significa lavorare con coloro che hanno un problema di dipendenza. Lo sanno bene e, molto spesso, anche a spese loro. È decisamente defaticante fidarsi di una persona con una dipendenza, stargli dietro, assisterlo, curalo… guarirlo. È qualcosa che ogni professionista interessato può ben dire, in prima persona, al pari dei pazienti seguiti, di vivere: “Sulla mia pelle”.

Ed il cibo non è forse una forma di dipendenza? Un piacere così a portata di mano, molto spesso economico e immediatamente appagante. Di conseguenza, forse, ci si dovrebbe chiedere cosa significa essere grassi, non avere possibilità di fare una dieta, di avere tempo per prestare attenzione a sé stessi. A sé stessa, per essere bella! Bella poi per chi, per cosa, per quali modelli di valori culturali da seguire.

Purtroppo la butade sulla bellezza delle donne riflette una visione che non è affatto bella, che vuole ancora la donna come oggetto e non solo semplicemente estetico. Rivela, detta da un sanitario, una visione pericolosa, gerarchica, dove qualcosa è giusto e qualcosa no, quasi eugenetica, e ad ottanta anni dalla promulgazione delle leggi razziali in questo paese, anche semplicemente sollevare la questione della bellezza giusta, dovrebbe far riflettere.

Ed ancora una volta riferita alle donne. Interessa questo agli infermieri? I perché sul piano assistenziale sono già stati detti. Rimangono quelli sul piano identitario, che pongono la questione dell’essere belle o brutte ad una professione che ha circa il 70% di professioniste donne (vale anche per le OSS, le dottoresse, le impiegate… le lavoratrici tutte) che, dopo essere costrette a fare il doppio lavoro (casa e corsia), prendere magari di meno (part-time per stare dietro ai figli), rinunciare alla carriera (e magari ti passa avanti quella un po’ più … carina) e fare un lavoro pesante, si sente dire anche che non è bella e che dovrebbe curarsi di più?

E se questo lo pensa un uomo di scienza, il maschio italiano medio, analfabeta di ritorno, testosterone dipendente, cosa arriva a pensare? O a fare? Bravo Burioni, anche questa volta – in senso negativo però – hai fornito stimoli di ragionamento. Per chi vuol ragionare, ovviamente, altrimenti… ruspa. Pardon, botox!

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