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Editoriale

Su Mastrogiovanni abbiamo commesso una barbarie

di Giordano Cotichelli

Francesco è morto invano perché ancora oggi nei reparti di psichiatria degli ospedali italiani, gli utenti ricoverati in trattamento sanitario obbligatorio continuano a morire a causa della contenzione meccanica (...) Fu sconfitta l’umanità della parola rinunciando al compito di una psichiatria umana e civile. Così concorremmo ad uccidere Mastrogiovanni ed io mi ritrovai ad essere un omicida. In una lettera il mea culpa di uno degli infermieri che ebbe in cura Francesco Mastrogiovanni. Un atto non scontato, più di una semplice ammissione di colpa.

Caso Mastrogiovanni, la lettera dell'infermiere: Siamo stati barbari

Torna a far parlare di sé il caso di Francesco Mastrogiovanni, il maestro elementare di 59 anni morto nel reparto di Psichiatria del “San Luca” di Vallo della Lucania, dopo più di 80 ore di contenzione seguita ad un TSO.

Accadeva dieci anni fa e, dopo un lungo iter processuale, medici ed infermieri sono stati condannati a varie pene detentive. A porre in risalto la vicenda questa volta è la lettera inviata dall’infermiere Nicola Oricchio alla sorella Caterina e al cognato di Mastrogiovanni, Vincenzo Serra.

Oricchio, oggi in pensione, è stato condannato a otto mesi per la vicenda. Dopo la missiva inviata ha incontrato la famiglia di Francesco la quale si aspetta anche dagli altri condannati delle scuse.

Le parole scritte da Oricchio sono scelte con cura, al fine di raggiungere due precisi obiettivi: da un lato scusarsi per ciò che è accaduto – Sento il dovere di scrivervi - e mostrare la sua prossimità alla famiglia nel dolore provato e nelle energie spese in questi lunghi anni per ottenere giustizia, e dall’altro riuscire a farsi strumento di denuncia di qualcosa di molto brutto, qualcosa che non doveva essere, non doveva concretizzarsi e che dovrebbe scomparire lungo l’orizzonte assistenziale.

Abbiamo commesso una barbarie, non abbiamo capito la richiesta di aiuto di Franco strappandolo al vostro affetto. Vi esprimo la mia vicinanza, queste sono alcune delle parole di una lettera che acquista ulteriore peso in un j’accuse senza appello nel momento in cui viene scritto:

Francesco è morto invano perché ancora oggi nei reparti di psichiatria degli ospedali italiani, gli utenti ricoverati in trattamento sanitario obbligatorio continuano a morire a causa della contenzione meccanica

Il pensiero non può che andare al caso di Elena – ultimo caso in ordine di tempo – morta ad agosto nel reparto di psichiatria dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Nella lettera di Oricchio la narrazione scritta viene modulata dal riandare ai giorni della sofferenza di Francesco, sottolineando come si siano realizzate una serie concatenata di errori (e reati) in cui prevalsero l’inerzia, la sciatteria e il lassismo.

Condizioni che portarono a quella che fu – nella definizione dell’infermiere – una sconfitta dell’umanità, intesa come risorsa propria dell’assistenza. In tutto ciò penso che il gesto di Oricchio debba essere tenuto in grande considerazione.

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