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editoriale

La salute non si nega a nessuno

di Monica Vaccaretti

Il caso del boss mafioso arrestato dopo trent'anni di latitanza sotto casa e il caso dell'anarchico, che in carcere protesta con lo sciopero della fame sino allo sfinimento psicofisico contro il regime duro, infiammano il dibattito politico e pubblico di questi giorni ed accendono aspre polemiche, sino alle proteste di piazza e alla bagarre in un'aula parlamentare. È costume nazionale e popolare polemizzare su ogni cosa nel nostro Paese, anche nel bel mezzo delle peggiori crisi non perdiamo questa insana abitudine. Che sia “cosa nostra”, un gruppo anarchico che si dà appuntamento in piazza su telegram o la Rai che invita Zelensky alla serata conclusiva del festival di Sanremo.

Anche i detenuti hanno diritto a tutela della salute e accesso alle cure

L'anarchico Alfredo Cospito e il boss mafioso Matteo Messina Denaro

Guardando ai fatti e non alle opinioni, i due casi evidenziano che, secondo quanto stabilito dalle norme nazionali e sovranazionali, tutti i cittadini hanno diritto alla tutela della salute e all'accesso alle cure.

Anche i soggetti detenuti, anche quelli reclusi secondo il 41 bis, vedono rispettato questo diritto soggettivo assoluto.

È un diritto principe di cui il cittadino detenuto rimane titolare. Lo sanciscono l'articolo 2 della Costituzione, che è rivolto dallo Stato ai suoi cittadini liberi e a quelli ristretti, e l'articolo 3, secondo il quale la tutela della salute da parte dello Stato è uno strumento di elevazione della dignità sociale dell'individuo.

Il trattamento penitenziario prevede che il diritto alla salute del recluso venga esercitato contemporaneamente al dovere di esecuzione della pena. È quanto lo Stato sta esercitando sia nel caso dell'anarchico - le cui condizioni di salute sono drammaticamente e volontariamente peggiorate in seguito al digiuno di protesta che lo mette in pericolo di vita – sia nel caso del boss che deve continuare in carcere le cure salvavita iniziate nella clinica esterna.

Da una parte lo Stato ha un uomo che alla sua vita vuole porre fine in nome di un senso di ingiustizia di cui si sente vittima, dall'altra c'è un uomo che a quella vita non vuole affatto rinunciare. Il secondo comma dell'articolo 32 della Costituzione stabilisce che nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può violare in ogni caso i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Anche una persona privata della libertà personale deve essere curata, anche se non vuole. Anche se lo vuole

Scopriamo che il mafioso è alla fine soltanto un uomo. Anche se di malaffare ha paura della morte, quando a morire non sono gli altri per sua mano ma la morte è la sua. L'omertà della sua gente lo ha protetto nel paesello siciliano e le sue false identità gli hanno permesso di farsi curare, come un comune mortale qualsiasi, in una buona clinica oncologica.

Andava agli appuntamenti e alle terapie, sedendosi sulla poltrona di lillà, condividendo la sua quotidianità sanitaria insieme ad altre persone malate di cancro, ignare (?) del suo vero nome e della sua vita prima della malattia. Celava la sua esistenza con un volto chirurgicamente rifatto e con documenti fasulli, presi in prestito.

Aveva a cuore la sua pelle, come tutti, il mafioso ritenuto responsabile di infamie. Nella clinica in cui si recava agli appuntamenti per le cure e le visite mediche, era ben informato sulla sua malattia, come capitava spesso, e si documentava per conto proprio suggerendo ai sanitari le cure migliori che pretendeva, a modello di quelle israeliane.

Dal carcere in cui è rinchiuso ora esige privilegi nel trattamento. Le cure, senza togliere niente a nessun altro paziente dentro e fuori l'istituto di pena, gli vengono garantite in una stanza allestita ad ambulatorio adiacente alla sua cella nel carcere di massima sicurezza aquilano.

Forse sappiamo anche troppo del suo tumore all'intestino, in fondo anche un mafioso ha diritto alla privacy e alla tutela dei suoi dati sensibili. La stampa racconta anche che i sanitari del reparto ospedaliero che, competente per territorialità lo ha preso in cura, hanno negato una comoda poltrona da chemioterapia come forma di rivolta civile ed obiezione.

Forse è soltanto narrazione, in ogni caso l'atteggiamento del mafioso indispettisce il sanitario come ogni buon cristiano che rispetta la legge. A volte sono inopportune certe pretenziose richieste da parte dei pazienti che esigono cure impossibili o fantomatiche oltrepassando la competenza e la responsabilità del medico.

Ma è un comportamento umano comprensibile, anche se arrogante, nelle condizioni di malattia grave. Se le persone sono tutte uguali davanti alla legge e alla salute, questa esigenza che nasce dalla paura e dall'attaccamento alla vita la si può capire anche da parte di una persona che delinque ed uccide.

È un cittadino italiano registrato come paziente nel sistema sanitario nazionale che sta ricevendo cure di qualità, quelle garantite dallo stato italiano. Niente, pertanto, gli è dovuto come privilegio ed ha gli stessi diritti e doveri di ogni cittadino e di ogni paziente.

Anche l'anarchico lo è, pur non riconoscendo l'autorità e le giuste intenzioni dettate dal diritto della forma di governo che lo ha incarcerato. Ed è proprio per salvargli la vita che lo Stato lo ha trasferito in un penitenziario più adeguato dove il personale sanitario gli può garantire la miglior assistenza possibile, nonostante la sua protesta.

La sanità penitenziaria

Il nostro sistema giuridico prevede non solo la necessità del singolo individuo di essere curato e di poter usufruire delle cure, ma anche l'interesse della comunità di avere individui sani. La tutela della salute pertanto fa parte del patrimonio giuridico inalienabile di ogni persona, indipendentemente da quale sia la sua condizione rispetto alla libertà personale, libera o detenuta.

Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha emanato direttive specifiche sulla questione. Secondo il Principio di equivalenza delle cure, viene sancito che si devono garantire al detenuto le stesse cure mediche e psico-sociali che vengono assicurate a tutti gli altri membri della comunità.

I servizi sanitari si fanno garanti quindi dell'equità del diritto alla salute e delle cure senza alcuna discriminazione, nemmeno della condizione di detenuto. Questa garanzia vale per tutti i cittadini

La Sanità Penitenziaria, riformata nel 1999 con il D.L. 203, è ispirata dal principio che i detenuti e gli internati hanno diritto al pari dei cittadini in stato di libertà all'erogazione delle prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione e che siano efficaci ed appropriate, sulla base degli obiettivi generali e speciali di salute e dei livelli essenziali ed uniformi di assistenza individuati nel Piano sanitario nazionale, nei piani sanitari regionali e in quelli locali.

Tale riforma ha determinato la necessità che il sistema sanità e il sistema giustizia si interfaccino condividendo linguaggi e strumenti in nome di un obiettivo comune, garantire cioè il diritto alla salute della persona detenuta. Tale diritto è stato stabilito già nel 1970, con la legge n. 740 che prevedeva per il cittadino detenuto il diritto di ricevere cure mediche all'interno del carcere.

La legge 354/1975 stabilì inoltre che le prestazioni sanitarie dovevano essere erogate da medici incaricati per l'assistenza di base, da medici specialisti e da infermieri che contribuivano anche all'osservazione scientifica della personalità del detenuto, come valutazione del suo stato psichico.

L'articolo 11 di tale norma regolava l'assistenza sanitaria negli istituti di pena stabilendo che ogni struttura deve avere la presenza garantita di servizi sanitari adeguati alle esigenze della popolazione detenuta, e di specialisti in psichiatria, ed è possibile avvalersi della collaborazione dei servizi pubblici sanitari locali, ospedalieri ed extraospedalieri, d'intesa con la Regione e secondo gli indirizzi del Ministero della Sanità.

L'ordinamento giuridico mette a disposizione della magistratura diverse possibilità di tutela della salute nei casi di malattia grave. Secondo gli articoli 146 e 147 del Codice Penale può essere disposto il differimento della pena e la scarcerazione in via di urgenza nel caso di grave malattia qualora si verifichino condizioni particolari come il rischio suicidario, il danno psichico e la sofferenza aggiuntiva causata dalla detenzione.

La ragioni di tali disposizioni, che rappresentano un’eccezione al principio che le pene inflitte devono essere espiate, si spiegano con l'articolo 27 della Costituzione secondo il quale le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono sempre avere una finalità rieducativa.

Tenere in carcere persone per le quali le cure mediche sono inutili, perché in uno stadio troppo avanzato della malattia è considerato contrario a tale senso umanitario. Non ha senso tenere in carcere persone afflitte da patologie così gravi da non sentire più nemmeno l'effetto rieducativo della pena.

Secondo la giurisprudenza il giudice deve tenere sempre conto di questo senso di umanità, indipendentemente dalla compatibilità o meno dell'infermità con le possibilità di assistenza e cure offerte dal sistema carcerario. Tali disposizioni di differimento della pena sono ammesse tuttavia soltanto quando si verifica una malattia che colpisca l'integrità del corpo fisico e non una malattia della mente.

Anche se in realtà corpo e mente sono due realtà inscindibili, come ampiamente riconosciuto, il differimento della pena e quindi la scarcerazione è ammessa in presenza di malattie psichiche soltanto se di gravità tale da incidere gravemente sull'infermità fisica. È il caso di disturbi di tipo psicotico altamente invalidanti come l'anoressia e la depressione maggiore.

Nel caso dei due famosi detenuti saliti agli onori della cronaca di questi giorni lo Stato sa certamente come comportarsi nel rispetto del suo ordinamento giuridico. Sono cittadini, privati della libertà per non aver rispettato le leggi dello Stato, di cui lo Stato si fa carico, nonostante la loro colpa, in nome della sicurezza sociale degli altri cittadini e in nome del rispetto della loro salute, riconoscendone l'umanità e la titolarità. I diritti si equivalgono e sono bilanciati dai doveri.

Lasciamo pertanto allo Stato ogni giusto dibattito, nelle opportune aule della magistratura con il Codice Penale sul banco. La salute, in Italia, non si nega a nessuno. Né agli italiani, né allo straniero. Né al santo né al peggior delinquente. Ed è di questo che ogni cittadino, libero o detenuto, dovrebbe andare fiero sentendosi al sicuro.

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Commenti (1)

MaxGen76

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48 commenti

Tutto presumibilmente giusto, ma noi?

#1

Fermo restando che “nessuno tocchi Caino” è una regola che andrebbe rispettata (anche se Caino “non l’ha fatto nei confronti di Abele”)…fermo restando che il giudizio Divino si basa su leggi a noi sconosciute ed è totalmente differente da quello umano (quindi per chi ci crede ci sarà il vero giudizio anche per loro, come per tutti), fermo restando che tutti, ma proprio tutti coloro che necessitano di cure DEBBANO essere curati. La domanda che bisogna porci è perché strumentalizzare politicamente vicende che hanno segnato la storia dell’Italia, purtroppo negativamente e schierarsi per forza da l’una o dall’altra parte! Lasciamo operare alla magistratura, basta con i processi mediatici, alla quale ognuno (anche se giustamente) pone dei quesiti ed opinioni! La legge, al di là che possa essere interpretata, segue delle logiche basate su articoli, decreti, commi, ecc ecc! Ma immaginiamo se per un attimo noi infermieri dovessimo adottare comportamenti “brutali” per far valere i nostri diritti SANCITI da leggi risalenti ormai ad oltre 30 anni fa, MA MAI APPLICATE, cosa dovrebbe accadere? Finirebbe la sanità e tutto il SSN! Eppure continuiamo la nostra mission di curare e prenderci cura, anche se:
•DEMOTIVATI, perché privi vera di autonomia lavorativa, bloccati professionalmente dal vincolo d’esclusiva e ancora visti come ancillari dei medici e così etichettati dai mass media;
•SFRUTTATI, perché ancora rivestiamo più ruoli essendo tutto fare;
•DEMANSIONATI/SOTTO PAGATI, perché inquadrati come operai/impiegati invece di QUADRI!
La nostra LOTTA resterà comunque pacifica, e sicuramente non farà tanto scalpore, ma ciò non deve distogliere la politica, i sindacati, la FNOPI a non prendere a cuore la nostra grave situazione, in cui versiamo da ormai troppo tempo, in quanto se vogliamo una sanità giusta equa ed a misura di cittadino, bisogna avere il coraggio di applicare tali leggi, senza se e senza ma! Basta promesse e pacche sulle spalle, MA FATTI CONCRETI!