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editoriale

Vaccini, quando la bufala si erge a scienza

di Giordano Cotichelli

La sensazione finale in chi legge la proposta di legge sulla riforma vaccinale avanzata dal M5S del Lazio non è soltanto quella di fastidio rispetto a come viene trattata la questione vaccini, ma di vera e propria inquietudine rispetto al retro-pensiero degli estensori del testo in cui domina una visione etica dello stato in termini valoriali, giudicanti, chiamati a valutare elementi psico-comportamentali dei componenti della famiglia (politici, sessuali, religiosi o che altro?), l’identità genetica (quale?), ed una corretta igiene di vita cinetica (per vaccinare una persona ci informiamo se fa movimento?), socio-culturale (quale sarebbe il tipo o il livello di cultura corretta?). Alla fine c’è il rischio di perdere il filo del discorso correndo dietro ad un testo il cui stile e la cui forma sono degni del contenuto che vogliono veicolare.

Il tempo in cui l’odio diventa normalità e la bufala si erge a scienza

Ho letto l’editoriale di Daniela Berardinelli. Non me ne vogliano l’autrice e la redazione, non è mia abitudine commentare il lavoro delle colleghe infermiere e redattrici su questa testata, ma in questo caso sono chiamato a farlo perché è un articolo che ha due elementi di fondo da sottolineare.

Il primo è quello immediato, che ti fa leggere il pezzo in maniera rapida e ti fa dire: “Era ora!”. Sì, perché dell’odio e della stupidità che stanno dilagando giorno dopo giorno non se ne può proprio più e lo scritto di Daniela è di quelli che ti ricorda come sia ancora possibile parlare in maniera semplice, umana e intelligente e che non tutti hanno rinunciato a piegarsi al “cattivismo” che domina. Al pressapochismo che avanza.

L’uno alimenta l’altro. Ed in merito può essere utile soffermarsi sull’attualità delle questioni politiche e sanitarie, ed in particolare sulla proposta di legge formulata dal gruppo consigliare M5s del Lazio in tema di vaccinazioni.

Una proposta che ha suscitato molti commenti, favorevoli e contrari. I primi prevalentemente di parte, gli altri più di ordine scientifico e professionale.

Il retro-pensiero che allarma

Non è il caso di entrare in merito alla necessità e validità di una simile legge, alla sua costruzione strumentale e a come la questione dei vaccini, in ambito sanitario, stia assumendo un portato che è ormai andato ben oltre il suo campo specifico di azione.

Quello che credo debba essere messo in rilievo nelle 29 pagine presentate, oltre la sostanza, è lo stesso linguaggio che viene usato.

Una fraseologia ed una impostazione sintattica che rischia di essere figlia del peggior darwinismo sociale che così tanti lutti ha prodotto in passato. C’è un ripetere, quasi ossessivo e fine a sé stesso, dell’elencazione dei molti fattori che inducono stati di salute o di malattia, quando sarebbe stato sufficiente in molti passaggi della proposta di legge, parlare semplicemente – e scientificamente – di determinanti della salute e della malattia.

Ma c’è dell’altro, che trascende la stessa proposta di legge e ne inserisce però il portato culturale all’interno di una prospettiva e lettura di vita che riportano all’articolo di Daniela.

La malattia è ancora vista e sentita come una devianza

L’altro elemento da porre in rilievo è la dimensione del contesto assistenziale, specie quello ospedaliero e del mandato professionale dei sanitari in generale, dei professionisti in maniera specifica e dell’infermiere in particolare.

È bene sottolineare che l’ambiente sanitario è un ambiente gerarchico e categorizzante. C’è una gerarchia di professioni e professionisti e c’è una categorizzazione delle persone in “sano” e “malato”, declinate in cardiopatici, broncopatici, terminali, etc.

La malattia ancora è vista e sentita come una devianza, così come suggeriva il sociologo statunitense Talcott Parsons. Se sei malato non sei normale, di conseguenza devi essere “curato”, e“Noi” sappiamo come. Ne consegue la costruzione dell’istituzione sanitaria come istituzione totale, definizione coniata da un altro sociologo, Erving Goffman.

L’istituzione totale è quella che fa riferimento ad un luogo “altro”, alieno dal mondo restante, che rappresenta egli stesso un mondo a sé con le sue regole, i suoi tempi, la sua popolazione rigidamente divisa in due: lo staff e gli altri.

I primi decidono dei tempi e degli spazi di vita dei secondi. Tipica istituzione totale è l’ospedale, il manicomio (che qualcuno vorrebbe riattivare), la caserma, il collegio, la scuola, il carcere e così via.

In questo la presa in carico del “deviante” diventa qualcosa che si deve fare. Categorizzare, imporre, valutare, intervenire, diventano degli imperativi che si fanno forti di un mandato istituzionale e professionale che troppo spesso vengono considerati al di sopra di qualsiasi discriminante, specie individuale, sociale e umana.

Dal canto nostro, come cittadini di uno stato di diritto (non di uno stato etico, quello era lo stato nazista) e professionisti della salute non resta che adoperarsi nel promuovere l’uguaglianza riconoscendo tutte le diversità, senza gerarchie di sorta e riconoscendo a Jenner il merito di aver posto i pilastri di uno degli strumenti salvifici dell’umanità: i vaccini.

NurseReporter
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