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editoriale

Voghera, Italia

di Giordano Cotichelli

Tragedia a Voghera, dove un uomo di origini marocchine di 39 anni, Youns El Boussetaoui, ha perso la vita, colpito da un colpo di arma da fuoco. A premere il grilletto è stato Massimo Adriatici, avvocato e assessore leghista alla sicurezza del Comune di Voghera (Pavia), nella giunta di centrodestra guidata dal sindaco Paola Garlaschelli.

Come può la vita di un essere umano venire stroncata così miseramente?

L’omicidio di Voghera è argomento di attualità. I social strabordano più di commenti che di notizie. Tanti e tali sono gli aggettivi e gli avverbi usati nella narrazione dell’accaduto, che la realtà sembra cedere il posto all’interpretazione. Quasi al rovesciamento dei fatti, verrebbe da dire.

Alcune testate giornalistiche e alcune penne eccellenti si son da subito prodigate nell’assolvere all’obbligo di dare ad ogni modo una descrizione della vittima: pregiudicato ed irregolare, quasi a far apparire… meno grave il reato commesso. Perché di reato si tratta, qualsiasi sia l’interpretazione, la lettura, le scusanti e le ricostruzioni fantasiose, allo stato attuale in Italia un civile non può girare armato di pistola per di più, se fosse vera l’ipotesi del colpo sfuggito accidentalmente, caricata con il colpo in canna. Viene voglia di chiedersi: perché tutto ciò è accaduto? La città di Voghera, o le sue strade, o alcune sue zone sono tali da giustificare ronde paramilitari improvvisate?

La vittima si chiamava Youns El Boussetaoui, aveva 39 anni. Non se la passava bene ed è morto nel pieno delle giornate della “festa del sacrificio”, che quest’anno si celebrano appunto fra il 19 e il 23 luglio. La ricorrenza in arabo è chiamata ʿīd al-aḍḥā e celebra il mancato sacrificio del figlio di Abramo – Ismaele – grazie a Dio che, all’ultimo, ferma la mano del patriarca e gli ordina di uccidere un montone al posto del ragazzo.

Le somiglianze con la tradizione biblica giudaico-cristiana del sacrificio di Isacco sono molto forti e rimandano alla comune origine delle tre principali religioni monoteiste della storia dell’umanità; nate tutte laggiù, nella mezzaluna fertile, terra oltremare di sepolcri e crociate, traffici e guerre mai pacificate.

La festa del sacrificio dura dunque qualche giorno, si mangia carne di montone – o di altro tipo in qualche caso – si indossano gli abiti migliori e si prega. Momento di fede e di tradizione insomma che aiuta ancora di più a sopportare il peso di giornate rese difficili dall’emigrazione o dalla povertà, dal lavoro duro o dalla lontananza di casa. O da qualsiasi cosa grava sull’animo umano di coloro che altro modo non hanno di conservare un minimo di dignità e di felicità se non quello di alimentare un minimo legame con la terra d’origine, con la sua cultura. Specie se le cose vanno male.

Non sappiamo se Youns El Boussettaui si stava preparando o meno per la festa del sacrificio, anche se, contro la sua volontà, la sua vita stessa è stata sacrificata sull’altare della cattiveria e dell’arroganza umana. Perché così è e così è stato e la prova non va ricercata solo nella dinamica dell’accaduto, ma nell’azzardo logico del pensiero che porta a chiedersi: Se invece della morte di un marocchino per mano di un italiano, fosse accaduto il contrario?

Non è difficile immaginare le conseguenze, i commenti e il tipo di garantismo che sarebbero trasudati dai soliti media d’avanguardia. Niente di nuovo. Un ulteriore tassello che disegna una certa identità di questo paese. Lo stesso verso il quale meno di due settimane fa quasi tutto il mondo faceva il tifo durante gli europei di calcio, in omaggio ad una squadra meritevole e preparata, ma pensando soprattutto ad all’Italia narrata, quella dei brand, della grande bellezza e degli italiani brava gente. Un’Italia che ha indotto addirittura un telecronista arabo a commentare il gol dei rigori con la spagna di Jorginho gridando “Bella ciao”. Un po’ come ha fatto, pensando di rendere omaggio alla sua cultura e alla sua storia, il nuovo entrato nella Lazio, il calciatore albanese Hysaj. Insomma ‘sti stranieri… qualche volta pare che se la cerchino!

Ma la realtà italica è ben altra e, mentre i contagi tornano a salire, l’afa estiva ricorda il cambiamento climatico causato dall’uomo, tornano alla ribalta i drammi umani legati ad un razzismo da operetta tanto meschino e provinciale quanto tragico e criminale. E si ritorna a chiedersi il perché di tutto questo. Come può la vita di un altro essere umano venire stroncata in maniera così misera?

L’unica risposta che riesco a pensare è legata ad un’espressione che connota un aspetto di questo paese, di chi ne detiene in maniera egoistica e prepotente forme di potere da ostentare ed esercitare ad ogni costo, col fine, quasi, solo di poter dire: Perché Io so Io, e Voi non siete un …..

Sì, forse la miglior rappresentazione di parte della nostra cultura sembra proprio essere data dalla maschera beffarda del Marchese del Grillo, personaggio immaginario della narrativa cinematografica, reso simpatico dalla godibile e magistrale interpretazione di Alberto Sordi, ma nei fatti decisamente esecrabile e antipatico.

Nella sostanza un uomo frustrato della piccola nobiltà nera della Roma papalina che non trova nulla di meglio da fare che fare scherzi crudeli a chi è meno potente di lui: una bambina trattata come una strega e un carbonaro alcolizzato, un artigiano ebreo e una combriccola di avvinazzati giocatori di carte. Insomma un mondo che non è quello ricco, garantito, nutrito e ben vestito del marchese, ma è la schiuma dell’umanità sofferente della condizione perenne di miseria che la sottomette e costretta a subire ulteriormente lo scherno da parte del piccolo nobile frustrato di provincia.

Ecco il personaggio di fantasia, in una commedia molto lontana dalla tragedia della realtà, riesce a descrivere bene la parte peggiore di questo paese, sempre pronto ad essere forte con i deboli e debole con i forti. E tutto ciò si ripete nel ventennale di quelle che fu la macelleria messicana delle giornate di Genova del G8 del 2001. Verrebbe da pensare che le cose non accadono mai per caso, ma il fatalismo mal si addice a chi crede ancora possibile cambiare in meglio questa società. Si chiamava Youns El Boussetaoui, ucciso un giorno e venti anni dopo Carlo Giuliani.

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