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Gli effetti della sofferenza dei pazienti sul benessere degli infermieri

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Non possiamo dare agli altri se prima non ci siamo presi cura di noi stessi

La professione infermieristica rientra nelle cosiddette professioni d’aiuto, ovvero quelle professioni che si occupano di assistere e fornire cure a persone che manifestano un certo grado di sofferenza sia essa fisica che emotiva.

L’infermiere è prima di tutto una persona e così il suo vissuto, le sue aspettative verso gli altri e le esperienze di vita che lo hanno plasmato, si intrecciano con quelle del paziente.

L’infermiere è la persona con la quale i pazienti si relazionano più di frequente durante la loro permanenza in strutture ospedaliere e questo significa per l’infermiere un maggior contatto con la sofferenza rispetto ad altre figure professionali.

Quali sono gli effetti di questo prolungato contatto con il dolore delle persone sulla salute e sul benessere degli infermieri? 

Uno studio europeo del 2011 ha riportato che circa il 30% degli infermieri manifesta sintomi di estrema fatica ed il sentirsi mentalmente logori dal lavoro.

Una review del 2012 ad opera del National Institute for Occupational Safety and Health at the Centers for Disease Control and Prevention americano, ha indicato quella dell’infermiere come una delle professioni più stressanti in assoluto.

Molti infermieri abbracciano questa professione proprio spinti da motivazioni altruistiche, con la voglia di essere d’aiuto, di empatizzare ed alleviare le sofferenze delle persone. Nonostante le premesse, con il passare del tempo, il carico di richieste può eccedere le proprie risorse diventando eccessivo ed opprimente e portando ad una situazione di stress cronico.

Lavorare a stretto contatto con la sofferenza ha delle ripercussioni sulla sfera emotiva ed in particolare le reazioni più frequenti sono un senso di tristezza, impotenza, fallimento e sensazione di sovraccarico emotivo. Secondo alcuni studi, molti infermieri hanno manifestato la loro difficoltà a gestire queste emozioni negative e l’esigenza di avere uno spazio dedicato di confronto per alleviarne le conseguenze.

In alcuni casi possiamo assistere a dei veri e propri casi di burnout.

Le caratteristiche del burnout


Il burnout è un termine di derivazione anglosassone che sta a indicare una forma di esaurimento fisico e mentale, di logoramento, fatica o apatia risultante da un carico eccessivo e prolungato di stress lavorativo. Le professioni d’aiuto hanno una maggiore probabilità di sviluppare questa condizione e pertanto l’infermiere è da considerarsi una categoria a rischio.

Christina Maslach, professoressa di Psicologia dell’Università di Berkley (California) è considerata una dei pionieri degli studi sul burnout. Il suo modello prevende tre dimensioni che caratterizzano il fenomeno:

    • Esaurimento emotivo: si riferisce al sovraccarico emotivo e alla sensazione di essere svuotati del proprio mondo emotivo ed affettivo;
    • Depersonalizzazione: si riferisce ad una modalità eccessiva di distacco dagli altri e di cinismo. In genere avviene come conseguenza dell’esaurimento emotivo e, almeno nei primi momenti, può rappresentare una forma di difesa. Tuttavia, con il passare del tempo può portare ad una forma di “deumanizzazione”;
    • Ridotta realizzazione personale: si riferisce ad una riduzione del senso di autoefficacia personale e senso di competenza. È associata ad un abbassamento del tono dell’umore e favorita da scarso supporto sociale.



Alcuni segni tangibili del burnout sono:

Stanchezza cronica, continuo rimuginìo sui temi del lavoro, dolori fisici di natura psicosomatica come emicranie o disturbi gastrici, sintomi dell’area ansiosa e/o abbassamento del tono dell’umore, difficoltà nel sonno, riduzione di interesse nelle attività quotidiane, aumento dell’irritabilità, eccessivo cinismo, perdita della motivazione e della passione sul lavoro.

Secondo alcuni studi, gli ospedali con una maggiore percentuale di casi di burnout hanno un minore livello di soddisfazione percepita da parte dei pazienti ed un maggior rischio di infezioni.

Compassion fatigue


Nello specifico dell’ambiente sanitario, alcuni autori preferiscono parlare di “compassion fatigue” letteralmente “stanchezza da compassione”. Questo termine è stato usato proprio per indicare le conseguenze del prendersi cura della sofferenza delle persone: mostrare continua empatia e compassione nei confronti di chi soffre può portare a questa condizione che potremmo definire come una forma di trauma vicario.

Fu proprio un’infermiera la prima ad usare questo termine, ad indicare una particolare forma di burnout che colpisce gli individui che ricoprono ruoli di aiuto.

La compassione può essere confusa con la pietà, ma c’è una differenza tra questi due sentimenti: la compassione ci spinge a fare qualcosa per l’altro e ci rende coinvolti in prima persona nella sofferenza, mentre la pietà è una valutazione negativa della sofferenza di un’altra persona ed è accompagnata spesso da un giudizio di inferiorità e distacco. Nella compassione, al contrario, ci mettiamo sullo stesso piano della persona sofferente.

La compassion fatigue implica un processo di internalizzazione della sofferenza dell’altro, ed è descritta come una cronica assenza di self-care: di cura di sé stessi.

Sono più a rischio gli infermieri che lavorano in contesti in cui il paziente non può tornare ad uno stato precedente di benessere (ad es. hospice, malattie cronico/degenerative) o che hanno un contatto molto lungo con lo stesso paziente (ad es. dialisi, RSA).

Alcuni sintomi hanno delle similitudini a quelli riscontrabili nel burnout. Un criterio differenziale prende in considerazione l’esordio: nel burnout abbiamo un esordio progressivo e conseguente indifferenza e disimpegno dal lavoro. Nella compassion fatigue l’esordio è improvviso e può essere precipitato da un episodio di eccessivo coinvolgimento emotivo con un paziente.

I sintomi principali riguardano tre aree:

    • cambiamenti comportamentali: incapacità di mantenere un bilanciamento tra empatia e obiettività, depressione, eccessivo carico di lavoro o evitamento, irritabilità, risposte di allarme eccessive, difficoltà di concentrazione, abuso di sostanze;
    • cambiamenti emotivi: ridotta capacità di provare gioia, ridotta autostima, alte aspettative personali, demoralizzazione, senso di impotenza, ansia;
    • cambiamenti fisici: fatica cronica, ipertensione, tachicardia, emicrania, tensione muscolare, problemi gastrici.

Disturbo Post Traumatico da Stress

A proposito di trauma vicario, ricordiamo che non dobbiamo necessariamente essere coinvolti in modo diretto in un evento traumatico per sviluppare sintomi da disturbo post traumatico. Anche assistere alla sofferenza di altre persone può portare a questo quadro sintomatologico di cui ricordiamo i principali sintomi:

    • Ricordi intrusivi, ricorrenti ed involontari che possono assumere la forma di flash back (la persona si sente come se l’evento traumatico si stesse ripresentando);
    • Evitamento pervasivo degli stimoli collegati anche solo indirettamente all’evento traumatico;
    • Alterazioni negative di pensieri ed emozioni, come ad esempio vissuti di colpa, indegnità, marcata paura o sentimenti di distacco;
    • Ipervigilanza (iper arousal) con conseguenti risposte eccessive di allarme, problemi di concentrazione e di sonno;
    • Derealizzazione (percepire l’ambiente circostante come irreale) e depersonalizzazione (sensazione di irrealtà del senso di sé).

Quali misure prendere?

Il primo passo è la consapevolezza: non sottovalutare il rischio al quale si è sottoposti lavorando a stretto contatto con la sofferenza degli altri. Essere consapevoli delle proprie emozioni è fondamentale perché rappresenta un termometro del nostro stato di salute. Se iniziamo a percepire dei cambiamenti emotivi, cognitivi o comportamentali dobbiamo fermarci un attimo e prenderci cura di noi stessi, anche ricorrendo ad un aiuto professionale qualificato. Ascoltiamo i nostri bisogni, molto spesso ci comportiamo in virtù di doveri autoimposti: chiediamoci “devo o dovrei”.

Possiamo prevenire?

A livello preventivo sarebbero utili dei programmi di intervento finalizzati alla promozione della resilienza. La resilienza è la capacità di “resistere” agli eventi avversi della vita. Non vuol dire essere invincibili o esuli dalla sofferenza, ma evitare le conseguenze negative nel lungo termine.

Essere resilienti racchiude diverse abilità e tutte possono essere insegnate.

Le componenti che sono maggiormente importanti nelle professioni d’aiuto riguardano:

Abilità riflessive: ovvero la capacità di riflettere sui propri pensieri e le proprie emozioni. Alcuni studi hanno dimostrato che potenziare questa abilità negli infermieri non solo è collegato ad un aumento della resilienza, ma anche del benessere psicologico.

Competenza emotiva: la capacità di esprimere, comprendere e regolare le emozioni. Infermieri con maggiore competenza emotiva mostrano minori livelli di stress e si ammalano meno. Empatia e compassione, abbiamo visto, sono due caratteristiche che rappresentano le fondamenta del lavoro dell’infermiere, ma da risorsa si possono trasformare in problema: in mancanza di strategie di gestione delle emozioni, ne possono essere utilizzate altre meno adattive e tese ad evitare queste emozioni o a disimpegnarsi attraverso un freddo cinismo. Questa modalità rappresenta un fattore di rischio per lo sviluppo di conseguenze negative sulla salute.

Abilità sociali: troppo spesso si da per scontato che un professionista della salute possegga già queste competenze in modo intrinseco e quindi il loro potenziamento viene sottovalutato. Alcuni studi hanno dimostrato che gli infermieri con maggiori competenze sociali, mostrano un più elevato grado di resilienza e maggiore capacità di creare una rete di supporto sociale, cosa fondamentale per prevenire le conseguenze negative nel lungo termine dello stress nelle professioni di aiuto.

Citando un vecchio proverbio “non si può bere da una tazza vuota”, ovvero non possiamo dare agli altri se prima non ci siamo presi cura di noi stessi. Il benessere psicologico dovrebbe essere in cima alle priorità non solo individuali, ma anche organizzative.

Bibliografia:

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