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Bambini vittime di guerra, un’infermiera al fronte li racconta

di Massimo Canorro

Sotto le bombe dell’Ucraina così come in Afghanistan oppure tra le onde del Mediterraneo, salvare un bambino è salvare il mondo intero. Perché ogni guerra colpisce, prima di tutto, l’innocenza. Nasce da qui il volume “Vorrei vedere i bambini giocare”, scritto da Marina Castellano, professionista laureata in infermieristica ed esperta in emergenza clinica. Dal 2002 ha collaborato con importanti Ong e oggi si dedica al soccorso dei migranti nel mare, occupandosi di organizzazione sanitaria su navi search and rescue. A Nurse24.it racconta la sua l’esperienza diretta sul campo.

Vorrei vedere i bambini giocare: storia di un'infermiera dentro la guerra

La guerra in Ucraina è l’ennesimo, triste esempio di come la prima vittima nei conflitti sia solo e soltanto l’innocenza: perciò colpisce così tanto i bambini. Almeno duecento – ma i numeri, va da sé, sono continuamente da aggiornare – quelli già uccisi dallo scorso 24 febbraio, data che ha segnato l’invasione del territorio ucraino da parte della Russia (in tal senso, l’emblema è il vile attacco all’ospedale pediatrico di Mariupol. Ma sono tante le giovanissime vittime delle guerre nel mondo.

Nurse24.it ne ha parlato con Marina Castellano – laureata in infermieristica ed esperta in emergenza clinica, da anni opera sul campo con Ong come Emergency, Medici senza frontiere, Resq people – che ha scritto il volume “Vorrei vedere i bambini giocare, storie di un’infermiera dentro la guerra”.

Edito da Libreria Pienogiorno, il libro (con una nota di Cecilia Strada) nasce dalla sua esperienza sul campo.

A casa nostra io e mio fratello siamo cresciuti con le storie di papà e degli zii che avevano vissuto la guerra. Quando ho concluso gli studi in infermieristica ero consapevole che avrei potuto fare qualcosa per “combattere” i conflitti, ma sapevo che era basilare avere esperienza nell’ambito dell’emergenza e continuare la formazione, spiega Castellano.

Nel momento in cui mi sono sentita pronta – continua – ho inviato la domanda ad Emergency. E così ho iniziato. Dal 2002 sono partita in missione con aspettativa personale e ministeriale perché lavoravo in un ospedale pubblico a Torino. Dodici anni dopo ho deciso di licenziarmi e dedicarmi in toto al campo umanitario.

Oggi, con “Vorrei vedere i bambini giocare”, l’approdo su carta. Ho lavorato a gran parte del libro quando la guerra in Ucraina ancora non c’era, ma ne avevo già conosciute tante, spiega l’autrice, precisando poi le ragioni che l’hanno indotta alla pubblicazione.

Nel 2014, in Repubblica Centrafricana, ho fatto una promessa ad un 14enne. Era ricoverato presso il reparto di chirurgia pediatrica che era gestito dall’Ong con la quale collaboravo. Gli piaceva sentirsi raccontare delle storie sulla vita in Italia, sulla mia famiglia. Il giorno che è andato via dall’ospedale, mentre si allontanava con la macchina che lo stava trasportando, mi ha urlato più volte: “Marina, racconta la mia storia, promettimelo”. Ci ho messo un po’, non è stato semplice ma ho mantenuto l’impegno con Emanuel.

Di quest’ultimo, in particolare, Castellano ricorda il sorriso, che mi ha conquistata fin dalla prima volta che l’ho incontrato nel Pronto soccorso dell’ospedale che gestivamo a Bangui. Sarebbe stato un grande medico proprio come lui sognava di diventare. Senza dimenticare Tim, un reporter inglese che ho conosciuto a Misurata, in Libia, nel 2011. Abbiamo avuto poche ore per conoscerci ma la guerra, soprattutto in circostanze drammatiche, riesce a legare le persone per la vita. Nella mia vita professionale, anche in Italia, più volte mi sono trovata a dover tentare di rianimare qualcuno, ma mai mi era capitato di doverlo fare ad un amico. È stato devastante. Entrambi sono ancora qui, ben presenti nella mia vita.

E in un conflitto sono proprio i civili le principali vittime di quegli “effetti collaterali” che sembrano essere divenuti quasi la normalità. Soprattutto donne e bambini – riprende l’autrice del volume – e per conoscerli, ahimè, bisogna toccarne le ferite, pulirle, curarle. Così si riesce ad entrare nella loro anima e capire cosa stanno provando. Ed è tremendo ciò che si conosce.

Castellano ha operato in parecchi teatri di guerra – dall’Afghanistan alla Repubblica Centrafricana, dal Kurdistan alla Libia fino alla Sierra Leone – e conosce molto bene, per averli vissuti sulla propria pelle, gli attacchi all’assistenza sanitaria che, come rimarcato dall’Oms alla luce di quanto sta avvenendo in Ucraina, sono in costante aumento.

Marina Castellano, autrice del libro Vorrei vedere i bambini giocare

Purtroppo è sempre così. Nel 2015 a Kunduz, in Afghanistan, l’ospedale gestito da Medici senza frontiere è stato bombardato per una notte intera da aerei americani: sono morti decine di pazienti e di nostri colleghi. Cinque anni dopo nello stesso Paese, ma a Kabul, un commando di uomini armati di kalashnikov è entrato nel reparto materno infantile – sempre gestito dall’organizzazione internazionale non governativa, fondata il 22 dicembre 1971 a Parigi da medici e giornalisti – ed è stata una strage di mamme e bambini. Una nostra collega, per continuare ad assistere due donne durante il parto, non si è messa in sicurezza. E poi in Siria, Iraq, Yemen, Libia.

La lista, dunque, è corposa e l’Ucraina rappresenta solo l’ultimo Stato – in ordine di tempo – ad essere colpito a morte nel sistema più debole. Mi riferisco alla sanità – circoscrive Castellano – che offre la cura e l’assistenza necessarie a chi ne ha bisogno senza fare mai distinzioni né di razza, religione, genere, cultura, colore della pelle. E io credo tanto nella nostra professione, che ovunque rappresenta un esempio di pace. Non lo scordiamo mai, neppure nel lavoro quotidiano nei nostri ospedali.

A questo proposito sorge spontaneo chiedere all’autrice di “Vorrei vedere i bambini giocare” una riflessione sul decreto “Misure urgenti per l’Ucraina” – pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 21 marzo 2022 e divenuto operativo 24 ore dopo – che permette l’esercizio temporaneo delle qualifiche professionali sanitarie e della qualifica di operatore socio-sanitario, come riporta l’articolo 34, ai professionisti cittadini ucraini residenti in Ucraina prima del 24 febbraio, che intendono esercitare nel territorio nazionale, presso strutture sanitarie o sociosanitarie pubbliche o private, una professione sanitaria o la professione di operatore socio-sanitario, in base a una qualifica professionale conseguita all’estero.

So che c’è questa possibilità di lavoro per i colleghi ucraini qui in Italia ma non ho molte informazioni al riguardo. Per i colleghi al fronte spero ci sia un’attenzione non solo italiana, ma internazionale. Le guerre sono tutte pericolose e si è sempre a rischio. Gli organi internazionali di tutela della professione credo debbano intervenire con i vari governi affinché prevalga il dialogo e non l’invio di armi. È un argomento che non può scindere dalla politica. E sempre a proposito dell’emergenza Ucraina, a livello di sostegni da inviare Castellano non nutre alcun dubbio: Manca il materiale per il trattamento dei feriti di guerra (medicazioni, farmaci, strumenti) e non ci sono neppure spazi sicuri dove operare. E ancora, c’è necessità di una mappa esatta dei luoghi di cura dove stanno intervenendo in emergenza. E poi di personale formato sull’emergenza di guerra.

Sulla terza di copertina del libro, Cecilia Strada scrive: Mio padre diceva che la morte vince una volta sola, la vita può vincere ogni giorno. Un’affermazione che trova l’autrice – oggi si dedica al soccorso dei migranti nel Mediterraneo (continuiamo a navigare perché ce n’è bisogno e perché davanti alle storture del mondo si fa così, scrive nel volume, occupandosi di organizzazione sanitaria su navi di salvataggio (search and rescue) – del tutto concorde: Non ho più una sicurezza economica né presente né futura, ma sono diventata ricca di sentimenti belli e umani. Se mi sono mai pentita? No, anzi rifarei questa scelta ogni giorno.

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