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Lucia, Infermiera in Inghilterra: "venite nel Regno Unito e costruitevi qui il vostro futuro"

di Angelo Del Vecchio

Lucia

Lucia lavora attualmente all'Harefield and Royal Brompton Nhs Trust. È diventata famosa per la sua lettera al Presidente dell'IPASVI di Verona. Le abbiamo posto cinque domande provocatorie, vediamo cosa ci ha risposto...

HAREFIELD. Lucia Meneghelli è l'Infermiera oramai inglese che ha fatto parlare più di sé e della professione infermieristica nell'ultimo mese. Salita agli onori delle cronache di settore (e non solo) per aver scritto e inviato una serie di lettere aperte al Presidente del Collegio IPASVI di Verona, Franco Vallicella (che le ha risposto su Nurse24.it).

Lucia ha 24 anni, si è laureata in Infermieristica con una tesi su Musicoterapia e l'Alzheimer dove ha cercato di dimostrare che è possibile migliorare la qualità della vita di chi è affetto da questa tristemente inabilitante patologia e controllarne i disturbi comportamentali senza ricorrere a farmaci sedativi o ansiolitici.

LuciaMeneghelli

Lucia Meneghelli si fa intervistare da Nurse24.it, vediamo cosa ci ha risposto...

Lavora attualmente in Inghilterra per Harefield and Royal Brompton Nhs Trust di Harefield, ospedale specializzato in chirurgia toracica e cardiaca (trapianti e impianti di LVAD). Più precisamente la nostra interlocutrice presta la sua opera professionale nel reparto di Terapia Intensiva dal gennaio 2015.

"Ho letto la lettera di Vallicella, bel modo che ha di cambiare i toni quando deve pararsi i cosiddetti...; comunque l'unica roba che ho ottenuto è una risposta che ha confermato che l'Ipasvi c'è sul serio, ma non funziona come dovrebbe"  ha commentato Lucia in premessa.

Ma vediamo cosa come ha risposto alle nostre domande.

 

Sei partita per il Regno Unito nel 2014, dopo essere stata delusa dalla tua Italia e provieni da un piccolo comune dell'entroterra Veronese. Come è stato il primo impatto con la nuova realtà lavorativa e linguistica?

Direi molto positivo. Nella nursing home sono stata affiancata da infermieri più esperti per circa due mesi prima di essere lasciata “da sola”, durante i quali ho svolto i training obbligatori (pagati dal datore di lavoro). Il tipo di assistenza infermieristica che viene svolto nella nursing home è più organizzativo e di ufficio, in quanto l’infermiere si occupa di identificare i bisogni assistenziali dei pazienti, scrivere i care plans, cooperare con gli assistenti sociali, logopedisti, fisioterapisti, medici, chiama gli infermieri specialisti (ad esempio l’infermiere diabetico o specializzato sull’epilessia o sulle ulcere da decubito...) se necessario, si relaziona con la famiglia e coordina gli OSS nelle attività di assistenza quotidiana.

Ho scelto di iniziare in nursing home per capire come funziona il sistema sanitario inglese, conoscere la cultura inglese e per approfondire la conoscenza dell’inglese medico/infermieristico, ma il mio obiettivo è sempre stato quello di lavorare in terapia intensiva.

Dal punto di vista linguistico, direi che i primi due mesi sono serviti per capire l’accento e i modi di dire inglesi, soprattutto degli anziani. Ho sempre trovato persone disponibili a ripetermi le cose più volte e a spiegarmi quando non capivo, non mi sono mai sentita emarginata. Dopo qualche mese mi sono iscritta a un corso di inglese organizzato dal comune e indirizzato a tutti gli stranieri e mi ha aiutato molto. A tutti quelli che pensano di partire mi sento di dire che il problema linguistico è il minore, basta non aver vergogna e buttarsi. La difficoltà maggiore è stata trovare un appartamento, ma grazie all’aiuto dei colleghi siamo riusciti a trovarlo, firmare il contratto ed entrarci in sei giorni.


In questi giorni non si fa che parlare sui social-network della tua lettera al Presidente dell'Ipasvi di Verona. In realtà al di là delle polemiche qual era il tuo intento iniziale?

Denunciare la ridicola offerta di lavoro che ho ricevuto e che altri colleghi italiani continuano a ricevere. Denunciare la “deprofessionalizzazione” che stiamo subendo in Italia e che sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. Denunciare e sperare che il Collegio prenda azioni serie verso queste agenzie. Far sentire la mia voce e urlare la mia indignazione perché queste cose succedevano già due anni fa, prima che lasciassi l’Italia e continuano a succedere senza che nessuno si prenda le dovute responsabilità e metta in atto delle azioni concrete. Essendo l’Ipasvi l’organo di vigilanza e tutela degli Infermieri, mi aspetterei che si assumesse le responsabilità e applicasse delle punizioni e sanzioni. Non voglio che un mio familiare venga assistito da tali agenzie, ma che ci fosse un sistema assistenziale domiciliare efficiente dal momento che quello esistente non è sufficiente per coprire tutte le richieste assistenziali.

Il secondo intento, attraverso la mia storia e testimonianza è invitare tutti a denunciare e a far sentire la propria voce, in modo che si rendano conto che a noi non sta bene. Dal momento che gli Infermieri sono necessari alla società si vedrebbero costretti a prendere delle azioni pena la perdita dell’assistenza che offriamo. Non dobbiamo aver paura e temere azioni punitive solo perché lottiamo e mettiamo in evidenza i nostri diritti. Capisco che certe volte il timore possa esserci, poiché spesso accade che gli stessi rappresentanti dei Collegi hanno cariche all’interno delle ASL e si teme che se gli si dà fastidio, il nostro nome venga segnalato ed escluso a priori per una eventuale assunzione, ma bisogna uscire da questa mentalità e farsi sentire.

Infine, ma non ultimo in ordine di importanza, dare coraggio e speranza a tutti gli infermieri. Il nostro è un lavoro bellissimo ed esistono posti dove lo possiamo svolgere nel migliore dei modi e dove veniamo apprezzati e valorizzati. Se l’Italia chiude una porta, l’Europa apre un portone.

Il Presidente Franco Vallicella (IPASVI Verona) non ci è sembrato così scortese nella sua risposta alla tua lettera, tuttavia non abbiamo capito la sua freddezza nei tuoi confronti, quasi se il problema del lavoro in Italia non esistesse. Per buttare acqua sul fuoco delle polemiche, qual è la tua proposta al Collegio veronese? Cosa faresti per cambiare la stasi attuale?

Il Presidente Vallicella dà la colpa al mercato del lavoro e se ne lava le mani, quasi a voler dire che non può fare niente per cambiarlo. Certamente lui in persona non può creare posti di lavoro, sanare il marcio che scorre nelle agenzie e risolvere il problema. Mi rendo conto che il problema è complesso ed è collegato in parte alla crisi economica e mancanza di fondi, ma bisognerebbe metterci più volontà e tenacia. In tal senso inviterei i nostri rappresentanti a far sentire la propria voce in Parlamento ogni giorno e a lottare unitamente per raggiungere l’obiettivo. Ad esempio qui nel Regno Unito hanno lottato per circa un anno e alla fine hanno ottenuto un aumento degli stipendi di tutti gli infermieri dell’1% e soprattutto, nonostante la crisi economica sia presente anche qui, non possono permettersi di bloccare le assunzioni pena scioperi e rivolta di tutti i rappresentanti degli Infermieri. Tutto ciò è stato portato avanti dal Royal College of Nursing unico “sindacato” specializzato e rivolto solo a infermieri. Proporrei di avere in Italia un corrispettivo in modo che cooperando con l’Ipasvi possa raggiungere risultati importanti.

Una cosa che cambierei, ispirandomi al mondo anglosassone, è eliminare i collegi provinciali/regionali e creare un unico collegio nazionale. Sarebbe innanzitutto un risparmio di soldi dal momento che ci sarebbe un solo Presidente, una sola Assemblea e un solo unico grande Collegio da mantenere. In secondo luogo sarebbe un modo per uniformare e avere le stesse regole da nord a sud, eliminare il divario e lavorare come un corpo solo. Superare l’interesse personale individuale della terra di origine e fare l’interesse degli Infermieri italiani e non solo dei veneti o lombardi o campani o emiliani. Essere di larghe vedute, ma allo stesso tempo avere un codice di norme uguale, univoco e rispettato da tutti.

Lavori in una Rianimazione Intensiva in un grande ospedale Inglese, cosa hai notato di diverso dal punto di vista assistenziale e professionale dal lavoro svolto in Italia come volontaria o come tirocinante?

C’è un abisso, tenterò di sintetizzare in maniera ordinata.

  1. Il rapporto infermiere-paziente qui è 1:1, quindi ad ogni infermiere viene affidato un solo paziente;
  2. Esistono diverse “bande” per identificare le competenze e l’esperienza dell’infermiere, nonché stipendi diversi. Partendo dal basso verso l’alto : junior banda 5 (infermiere neolaureato), banda 5, banda 6, senior banda 6, banda 7 e banda 8 (matron alias capo sala). Ogni infermiere può realisticamente aspirare a far carriera e a salire di banda, basta ad esempio fare un master per poter diventare senior banda 6;
  3. la figura del/della nurse in charge responsabile dell’unità di terapia intensiva per tutta la durata del turno. Non segue un paziente, ma coordina tutto il reparto, gestendo ammissioni, dimissioni, emergenze, colloqui con famiglia ecc. Fa riferimento ai propri infermieri per essere aggiornata di quel che succede al letto del paziente.


  • il caposala o manager fa solo lavoro di ufficio;
  • medici e infermieri lavorano sullo stesso piano, non esistono reverenze ma si lavora insieme. Al letto del paziente si discute insieme la situazione clinica e insieme si pianifica la giornata, nessuno dà ordini, invece si collabora. Ci si dà del tu e il rapporto e rispetto tra persone viene sempre prima di tutto il resto.
  • c’è un alto livello di specializzazione e ognuno fa il suo. Le competenze sono diverse e non si accavallano tra diversi professionisti
  • se non hai partecipato al training e non hai un certificato delle tue competenze, non ti avventuri a far qualcosa. Ad esempio se non hai fatto il training per la venipuntura, non puoi fare un prelievo di sangue. Sono molto fiscali, ma per dirla all’inglese in questo modo è tutto più “safe" per i professionisti e per i pazienti;
  • c’e il tempo e le risorse per offrire un servizio di assistenza eccellente. Non sono mai andata a casa frustrata perché non ho avuto tempo di fare qualcosa o non ho avuto abbastanza tempo per prendermi cura anche della famiglia dell’assistito;
  • tutti i nuovi assunti hanno un periodo di affiancamento ben pianificato: quattro settimane in sovrannumero dove osservi e impari da un infermiere esperto che ha fatto un determinato training per farti da tutor, quattro settimane in supervisione e poi cominci a seguire un paziente da solo ma sempre sotto l’ala protettiva dell’education team per i primi sei mesi;
  • il team multidisciplinare è reale e non solo scritto nei libri e funziona. Anestesisti, chirurghi, fisioterapisti, logopedisti, nutrizionista, farmacista, psicologo, infermieri di terapia intensiva, infermieri specializzati sulla gestione del dolore, infermieri specializzati sulla prevenzione e trattamento delle ulcere da decubito, infermieri specializzati in cure intensive che fanno consulenze intraospedaliere e che seguono il paziente dopo che è stato dimesso dalla terapia intensiva, ecc.


So che ti manca l'Italia e la tua terra, quel Veneto che da sempre ha visto i suoi uomini e le sue donne migliori partire e far fortuna in altre nazioni. Cosa faresti per tornare in patria?

In questo momento non voglio tornare, non vedo futuro in Italia. Mi auguro solo che la mia famiglia resti in buona salute, altrimenti quella sarebbe l’unica ragione per ritornare. Se tornassi, non so se riuscirei a lavorare come infermiera.

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