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Neolaureata, sola con 70 pazienti: Questo non è fare l'infermiere

di Redazione

Sovraccarico di lavoro, rischio di errore sempre dietro l'angolo, giornate piene di frustrazione professionale e personale. Questo è quello che sta vivendo Ada (nome di fantasia), giovane infermiera neolaureata, che, nonostante tutto, vuole fare un appello ai colleghi, più o meno giovani: Non arrendetevi a condizioni di lavoro impossibili. Questo non è fare l'infermiere. Cercate altro, lottate fino in fondo per la nostra professione, crediamoci insieme.

Sola con 70 pazienti: Tutta la mia rabbia per un lavoro che è una maratona

La rabbia di Ada, infermiera: Sola con 70 pazienti non è fare l'infermiere

Sono una giovane infermiera, neolaureata dopo tanti sacrifici e dopo quattro anni di studio, anni in cui spesso sono stata messa alla prova da vicende personali e vicende legate al mondo universitario.

Dopo avere raggiunto il tanto agognato traguardo della laurea, mi sono messa subito alla ricerca di un lavoro. Non avevo idee specifiche in testa. Avrei fatto qualsiasi lavoro, convinta che la professione dell’infermiere sia sempre la più bella del mondo.

Dopo neanche un mese dalla laurea e vari curricula inviati via email o consegnati a mano in strutture varie, dopo qualche parentesi di impieghi saltuari, trovo lavoro in una R.S.A.

Ero contenta, mi avevano subito assunta con un contratto vero ed avrei iniziato a lavorare di lì a poco in un luogo molto vicino a casa e facilmente raggiungibile. Ma presto il mio entusiasmo ha lasciato il posto a rabbia ed insoddisfazione.

Dopo qualche giorno di affiancamento (4-5 giorni), vengo catapultata in questa nuova realtà (il mio primo lavoro): sola a prendermi cura di una settantina di ospiti (sottolineo: 70 ospiti).

Il mio lavoro era unicamente terapia, tutto il giorno, terapia – terapia – terapia ed al mattino medicazioni ed eventualmente qualche visita medica. I ritmi di lavoro sono al limite della follia, ore e ore di fila senza fermarti mai, né a bere né a mangiare né ad andare in bagno.

L’errore terapeutico vicinissimo e possibilissimo, perché siamo umani e perché con carichi di lavoro del genere ancora di più c’è il rischio di dimenticanze e sbagli imprevisti.

L’ambiente di lavoro, inteso come persone umane, non aiuta: in un ambiente del genere la frustrazione si fa sentire pesantemente e questo compromette anche i rapporti umani tra colleghi.

Dopo una ventina di giorni, decido di licenziarmi, senza un’altra occupazione, ma convinta di potere avere di meglio. La struttura mi chiede di rimanere qualche altro giorno in attesa di cercare nuovo personale. Io accetto e nel mentre mi chiama un’altra struttura presso cui avevo lasciato il curriculum.

Tutti nel frattempo mi dicono che ho fatto una follia, che il lavoro è questo, che avrei dovuto essere meno arrendevole.

Avrei voluto qualcuno che mi dicesse che avevo avuto coraggio, il coraggio di dire di no di fronte all’ingiustizia ed allo sfruttamento, il coraggio di credere che esista un futuro e un luogo migliore dove potere esercitare la propria professionalità. Il coraggio, il diritto - chiamatelo come volete - di non accontentarsi dello stipendio, della vicinanza a casa

Come dicevo, nel frattempo mi chiama un’altra struttura. Hanno posto per un nucleo Alzheimer in cui stanno ottenendo la certificazione per il modello Gentle Care. Io accetto, speranzosa che quel posto possa darmi di più e magari, viste le sue specificità, essere più stimolante ed innovativo.

Dopo 7-8 giorni di affiancamento mi comunicano che non hanno niente da dire sul mio operato in quei giorni, ma ancora devo acquisire sicurezza. Mi dicono che di norma l’affiancamento dura di più, ma che loro non me lo possono garantire per carenza di personale, poi “sei capitata in un periodo particolare: decessi, nuovi ingressi, il reparto molto incasinato… “. Insomma, mi impongono di trasferirmi in un altro padiglione, in una R.S.A classica.

Io, un po’ demotivata e stanca dei continui cambiamenti, non posso fare altro che accettare quest’altra modifica. Mi fanno un giorno di affiancamento, poi rimango due giorni da sola e poi un altro giorno di affiancamento. Poi per loro posso iniziare a gestire il tutto da sola.

L’organizzazione è diversa dai precedenti luoghi di lavoro – gli ospiti sono diversi – personale e medico diverso. In breve tempo mi accorgo che qui devo imparare a fare tutto: dalla segretaria amministrativa, all’Oss e, qualche volta, riesco a fare anche l’infermiera. Il tutto per neanche 1200 euro al mese, lo stipendio di un operaio (cui nulla voglio togliere).

Ho studiato tanto e sto continuando a studiare, quando torno a casa dal lavoro, dopo turni massacranti, per amore dei miei ospiti e della mia professione.

Ho 3000 cose in mente, ogni giorno acquisisco informazioni in più e le sto acquisendo da sola. Tutti quelli che lavorano con me, spinti forse dallo stress lavorativo, dalla delusione, dall’amarezza, dalla rabbia, pensano a loro stessi, a portare a casa la “pagnotta” e basta.

Ho comunicato alla struttura che mi piacerebbe continuare a studiare con un master (con 4 mesi di anticipo rispetto alla presunta data di inizio dello stesso), chiedendo se era possibile avere un punto di incontro per conciliare almeno turni lavorativi e lezioni, per potere crescere professionalmente lavorando con loro e da parte loro nessuna risposta. Orecchie da mercante.

Non è così che immaginavo l’essere infermiere e confesso che spesso mi domando se questo sia davvero quello che voglio dalla vita.

Sono attimi di sconforto, perché – e lo dico per i neolaureati o per chi, prossimo alla laurea, si affaccia al mondo del lavoro – l’ambiente in cui esercitare la professione dell’infermiere non è certo rose e fiori. Ci sono tante spine, che entrano nel fianco e fanno male.

Ma voglio continuare a credere che un futuro migliore è possibile, ma sarà possibile solo non arrendendosi e rifiutando condizioni lavorative insostenibili e, per di più, pericolose sotto tanti punti di vista.

A chi sente quello che sento io vorrei dire questo: lottate fino in fondo, per una professione migliore, cercate il lavoro che fa per voi, che risponda alle vostre aspettative ed alle vostre esigenze. Un infermiere insoddisfatto non sarà mai un bravo infermiere e non potrà mai prendersi cura al meglio dei propri pazienti. Non accontentatevi e cercate la felicità, io ancora ci credo

Ada, Infermiera

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Commenti (4)

andrymagg

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Oh bella

#4

Be' si scopre per così dire l'acqua calda, io sono entrato in un RSA dove un infermiere è chiamato a garantire assistenza a ben 82 pazienti. Queste cose non le dicono in università, questa professione si è ridicolizzata abbastanza fino ad oggi.
Poi quando ho lavorato con tirocinanti infermieri e gli ho raccontato queste realtà mi sono sentito snobbato, dicono i ragazzini " ma l'infermiere non è un lavoro usurante" ... Ma svegliatevi tutti

Giojd92

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Tu, come moltri altri

#3

Tu, come moltri altri purtroppo, hai dovuto fare a pugni con la realtà. Ormai l'utopia lavorativà è nel pubblico, e l'inferno nei privati, non vi è, e se ci sono sono molto poche, le realtà private che permettono una condizione lavorativa adagiante, stimolante.
Anche io, laureato nel 2016 a 25 anni di età lavoro presso una casa protetta per anziani, al quale è associata una casa famiglia, per un totale di 50 pazienti rispetto ad 1 Infermiere e 3 OSS per turno, tranne per la notte che il rapporto di 50 è rapportato con 1 infermiere ed 1 OSS. Lavoro a tratti frustrante, l'infermiere oltre all'assistenza deve provvedere ad altri lavori non proprio di competenza.
Inutile dirti di non mollare, arriverà la luce della ribalta anche per noi!

Marika.nurse

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Non sei sola

#2

Ciao. Voglio solo dirti che no, non sei sola. Che anche io mi sono trovata in una realtà che sui libri non ti raccontano.. ritrovata non solo a preparare terapie su terapie ad oltre 60 pazienti.. ma anche a fare igiene medicazioni terapie varie e di ogni genere.. messa sull'agonia se invece che tirare un secchio d'acqua addosso ai poveri ospiti.. provavi a fare le tue consegne preservando un po di dignità alla persona a cui le stavi praticando..
Circondata da un mondo di frustrazione.. di solitudine e di cattiveria verso chi non si adattava a quel "sistema".
Chi cerca trova.. e ti assicuro che fuori c'è molto altro ?

giuseppe261

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Sola con 70 pazienti

#1

Se ci fosse un collegio più serio come quello degli avvocati o dei medici...Oggi la nostra professione sarebbe più appagata a livello professionale che retributivo.