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Infermiere

Infermiere storico dell'arte, tutto è iniziato agli scout

di Redazione

Lottare con il richiamo più o meno nascosto verso una professione della quale non si pensava di essere all’altezza, scegliere altri percorsi di vita per poi, inevitabilmente, finire a fare – e ad essere – proprio quello. L’infermiere. È quello che è accaduto a Manuel, che oggi, fiero di essere un infermiere, ci racconta il suo percorso “non convenzionale”, partito da una toppa sulla divisa da scout e passato per lo studio della storia dell’arte.

Scout prima, storico dell'arte e infermiere poi: La storia di Manuel

boyscout

L'ho sempre saputo, ma non volevo accettarlo. Forse per paura di non esserne all'altezza o per paura di non farcela negli studi per la difficoltà degli esami.

Eppure sin da piccolo avevo questa predisposizione, perché volevo sempre aiutare gli altri, per quel che potevo, per ciò che mi competeva; ricordo il mio primo brevetto o per meglio dire Specialità, visto che si trattava del gruppo scout AGESCI, manco a farlo apposta: Infermiere.

E caspita, quanto orgoglio nell'apporre quella toppa, triangolare con croce rossa, sulla manica della camicia e nel preparare e custodire la cassetta di Pronto soccorso donatami dai capi scout.

Avevo circa 10 anni, ma già sentivo una responsabilità enorme e non solo nei panni del "soccorritore" del gruppo scout, ma nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità, nelle piccole cose.

Gli anni passarono, i pensieri sul mio futuro aumentavano e la professione sanitaria era accantonata, non ci pensavo quasi più e prendevo in considerazione facoltà diverse.

Così, nel 2006, per restare vicino casa e non pesare sui miei, scelsi beni culturali, perché amavo l'arte, perché affascinato dal gusto del bello, o almeno così mi sforzavo di credere; per fortuna gli esami li superavo con media difficoltà, ma nonostante ciò tornavo a casa pensieroso, quasi triste, al punto che i miei credevano fossi stato rimandato.

In quel periodo però, un giorno quasi per caso, mi alzai con un pensiero in testa: voglio fare del volontariato, aiutare qualcuno, regalargli un sorriso facendogli dimenticare per un attimo i suoi problemi e così, ricordando i vecchi momenti di "infermierino" del gruppo scout, scelsi la Croce Rossa Italiana della mia città.

Il corso, i primi brevetti, le uscite in ambulanza per svolgere il tirocinio formativo, i primi servizi in 118, le giornate formative nelle scuole per dar nozioni di primo soccorso, disostruzione pediatrica, malattie sessualmente trasmissibili e più ce n’erano, più ne facevo.

Forse non mi ero reso conto che stavo mettendo le basi reali per tracciare il percorso della mia vita professionale con tutte quelle esperienze formative e di vita che mi avvicinavano al reale senso della vita, in un mondo dove solo la sofferenza può aprirti gli occhi e farti apprezzare ciò che abbiamo la fortuna di avere.

Aprile 2009, Abruzzo. Navelli precisamente, il terremoto dell’Aquila devasta la provincia, sono migliaia gli sfollati e c’è bisogno di persone che diano supporto logistico e speranza a quella povera gente, che in pochi minuti aveva perso tutto, e così decisi di partire con l'ANPd'I (associazione paracadutisti) di Cosenza per questa nuova missione, o meglio, esperienza di vita che segnerà indelebilmente il mio cuore facendo emergere, finalmente, quella consapevolezza del voler stare in prima linea nel prendersi cura di chi necessita di assistenza e cura.

Tornai a casa, terminai gli studi letterari (restavano 5 esami da sostenere), presi un anno sabatico per lo studio dei test di selezione per la facoltà di infermieristica e mi allontanai da casa, dove nessuno poteva conoscermi, dove nessuno sapeva che ero un soccorritore 118 CRI o uno dei tanti ad esser stato in Abruzzo.

Ero solo io, a dimostrare a me stesso che potevo farcela...

Sono fiero di poter dire di essere un infermiere, sono fiero di indossare la mia tuta arancione e salire in ambulanza, pronto per una sfida, pronto per provare a salvare una vita mettendoci tutto me stesso...

Non siamo eroi, siamo esseri umani con una missione: donare tutto noi stessi per la cura di chi ha più bisogno.

Anche questa è Arte, no?!

Manuel Aquila, infermiere

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