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Bisogna avere mani, anche se alle volte non bastano

di Monica Vaccaretti

Qualsiasi gesto delle mani - uguale e ripetuto per tutti - acquista un significato diverso e più profondo se fatto per una persona che rischia di perdere quanto ha di più prezioso, la salute e la vita. Ed il valore di quanto si fa a mano sulla persona con un bisogno di salute è inestimabile. Ecco perché ci vogliono mani buone per essere infermiere. Ma le mani degli infermieri, a volte, non bastano. “Bisogna avere mani. Alle volte non bastano” (da un verso di poesia di Edoardo Gallo).

Ogni arte ha bisogno di mani, compresa l’infermieristica

Faccio appoggiare la robusta mano destra di un giovane uomo su un telo azzurro, sopra il lettino dell’ambulatorio della chirurgia plastica. Sfogliando la documentazione, realizzo che si tratta di una complessa medicazione post intervento di qualche giorno prima.

Mentre attendo il medico per la visita del paziente, prendo la sua mano tra le mie ed incomincio a sfasciarla con cautela, togliendo la benda tubolare, le garze, le medicazioni avanzate e la stecca di Zimmer facendo attenzione al filo di Kishner.

Scopro che la cute è lacerata e suturata, due dita sono amputate a livello della seconda falange, il tendine lesionato. Mentre ancora taglio e srotolo la fasciatura intrisa di sangue, chiedo curiosa come d’abitudine: Che è successo a questa mano? Un infortunio sul lavoro o qualche incidente a casa?

E mentre ascolto il racconto che mi descrive nei minimi dettagli di come la sua mano sia finita accidentalmente sotto la sega circolare, le sue lamentele sul primo soccorso in falegnameria e la sua preoccupazione di perdere funzionalità e lavoro, mi ritrovo a fissare la sua mano malconcia e mi soffermo a riflettere sulla bellezza e sull’importanza di questa parte del corpo. E guardo distratta le mie, con i guanti addosso posate in grembo.

Ogni arte ha bisogno di mani, anche quella infermieristica, penso. È opinione diffusa che le cose fatte a mano e ben fatte non siano impossibile da valutare tanto sono preziose, per le ore spese e per la passione con cui le si fa.

Bisogna avere mani buone, come queste belle e forti di questo falegname, per essere infermiere. Ma esiste, credo, una sottile e sostanziale differenza tra le mani di un sanitario e quelle di qualsiasi altro lavoratore.

Mi vien da pensare, senza togliere importanza a ciò che le persone fanno per guadagnarsi da vivere, che qualsiasi gesto delle mani - uguale e ripetuto per tutti - acquisti un significato diverso e più profondo se fatto per una persona che rischia di perdere quanto ha di più prezioso, la salute e la vita.

Il valore di quanto si fa a mano sulla persona con un bisogno di salute è inestimabile

Le mani di chi esercita l’arte antica del curare e del prendersi cura sono professionali nell’atto sanitario, ma conservano e riscoprono in ogni momento la loro umanità. Sono strumenti efficienti quando sono a servizio degli atti assistenziali e delle rigorose manovre tecniche, diventano mezzi di espressione quando la loro gestualità si accompagna ad altre forme di linguaggio non verbale come il toccare e il sentire. Con tatto e gentilezza d’animo.

Le mani degli infermieri sanno fare tanto

Le mani degli infermieri, come le loro divise, sono spesso colorate. Di azzurro, di verde, d’avorio. A seconda del guanto che calzano. Ci sono misure per ogni forma di mano. Le scatole di guanti in nitrile e in vinile non mancano mai e sono sempre aperte sui carrelli e sulle mensole.

Le mani degli infermieri restano nude, colore della loro pelle, soltanto per poco quando sono libere da prestazioni, si rivestono ad ogni cambio di persona che toccano. Sono mani bagnate per i frequenti lavaggi sociali e chirurgici, talvolta asciugate in fretta, spesso sudate perché inguantate per troppo tempo. Si arrossano, si seccano, si screpolano.

Sono mani che sanno fare tanto, versatili, leggere, decise. Imparano veloci. Se hanno dubbi, si fermano per chiedere. Se hanno certezze, si muovono da sole. Se non ce la fanno, cercano aiuto. Se sono di troppo, aiutano altre mani in difficoltà.

Alle volte non bastano. Non bastano mai perché il lavoro è sempre tanto e il personale talvolta manca. E non bastano da sole perché si lavora in équipe. Purtroppo capita anche che non bastano a salvare, nonostante il loro impegno e la loro competenza.

Quando si è fatto il possibile e non c’è più niente da fare, le mani comunque non si fermano: riordinano, ricompongono, consolano e stringono altre mani che ringraziano per quanto hanno saputo fare.

Le mani non bastano nel senso che non fanno tutto da sole. Per fare bene, senza cadere in aridi automatismi, servono altri organi. Cuore, mente, piedi. Servono sensibilità ed empatia per imprimere loro il desiderio di fare.

Necessitano di ragionamento, intuito, spirito critico per farle muovere. Servono piedi che sappiano fare quello che le mani non possono, come stare fermi per ore durante un intervento chirurgico per consentire alle mani di operare oppure correre veloci lungo i corridoi quando si spingono barelle.

L’arrivo del medico mi distoglie da questa ultima penosa riflessione e riprendo la concentrazione, focalizzando le mie mani sulla mano ferita che necessita di cure. E le mie mani, come sempre, fanno ciò che sanno fare e lo fanno bene. Come una cosa ben fatta. Fatta a mano.

E terminato il lavoro, la mano buona del paziente stringe la mia senza guanto, con un grazie sull’uscio dell’ambulatorio. Avanti il prossimo, chiamo.

Entra una mano sinistra ustionata. Oggi è la giornata delle mani, sorrido tra me facendola accomodare sul lettino. Buongiorno, che è successo a questa mano?

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