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Infermiera

Quasi per caso, ma nello sguardo del paziente ho trovato tutto

di Redazione

Professionalità, disponibilità, educazione, gentilezza, comprensione e empatia sono doti che un professionista deve possedere per essere infermiere e non fermarsi solo al “fare l’infermiere”. Quando sei infermiere, sai che tutti i giorni toccherai una vita e una vita toccherà la tua.

Ho 25 anni e ho deciso di essere infermiera

infermiera dialoga con una paziente

Mi chiamo Maria Lucia, sono una ragazza di 25 anni che nella vita ha scelto di essere infermiera. Come per la maggior parte dei miei coetanei, mi capita spesso di uscire a fare conversazioni con amiche, parenti e conoscenti ed è proprio da uno di questi semplici e consueti scambi di idee che nasce questa riflessione.

Qualche giorno fa mi sono incontrata con una delle mie più care amiche, anche lei un’infermiera. Sia io che lei siamo innamorate della nostra professione e siamo state entrambe curiose di scoprire di più riguardo il nostro lavoro.

Oltre all’adrenalina che sale in corsia o durante un’emergenza e alla consapevolezza di aiutare le persone, il bello della mia professione riguarda il riscontro emotivo e l’empatia che si instaura con le persone con cui hai a che fare quotidianamente.

Fin da bambina dicevo a mia madre che avrei voluto lavorare in ospedale. Per me era chiaro e inequivocabile che il mio futuro mi avrebbe visto con il fonendoscopio in mano a fare la pediatra.

La vita però non va sempre come la immagini e quando non sono riuscita ad entrare a Medicina ho visto il mio sogno improvvisamente sgretolarsi e mi sono arrabbiata con me stessa.

Dopo aver passato il test di ammissione per le professioni sanitarie ho deciso, a malincuore e con poca convinzione, di iscrivermi al corso di laurea in Infermieristica pensando che comunque non fosse la mia strada.

La sensazione di impotenza e di confusione che avevo nei confronti del mio futuro si è dissolta completamente durante i primi giorni di tirocinio quando, per la prima volta, ho davvero realizzato chi fosse l’infermiere e chi volessi essere io.

Facevo tirocinio in geriatria e una volta superata la timidezza e la paura di parlare con persone malate, molto più grandi di me, passavo molto tempo con le signore che erano ricoverate nel mio reparto, instaurando con loro un buon rapporto di fiducia e collaborazione.

Una mattina durante un giro visite di routine, il medico espose rapidamente il caso della paziente: patologia, intervento subito, andamento del post chirurgico, piani terapeutici da cambiare, piani assistenziali da attuare e salutò la paziente con un cenno e uscì; io, rimasta dentro per ultima, venni chiamata dalla signora: “Ragazza, dopo mi spieghi cosa ha detto il dottore? Come sto? Cosa mi faranno? Non ho capito niente, quel dottore usa solo paroloni, ma mi sembra di fare la figura dell’ignorante a fare domande”.

In quel momento ho realizzato che le occhiate che mi aveva mandato durante la visita del medico, erano per cercare il mio aiuto, il mio appoggio e sostegno, uno sguardo amico tra i tanti distaccati e impersonali, che almeno le facesse capire se quelle che diceva il medico fossero cose positive o negative.

È stato emozionante e di grande soddisfazione capire che le persone fanno affidamento su di me, non solo perché sono quella che vedono più spesso, ma perché le vivo durante il periodo più brutto, le seguo e le accompagno fino al momento migliore in cui possono tornare a casa; parte della loro esperienza ospedaliera è legata a come le faccio sentire. A come le facciamo sentire noi, infermieri.

Ho notato spesso di aver instaurato rapporti del genere con la maggior parte delle persone che ho incontrato sul mio cammino ed ho capito che l’immagine che avevo di me all’interno dell’ospedale non era col fonendoscopio in mano, ma a fianco dei pazienti.

Un'altra scena esplicativa del profondo legame che si instaura tra paziente e infermiere prescinde dalla quantità del tempo che si passa con lui, ma è determinata interamente dalla sua qualità.

Uno degli ultimi reparti in cui ho fatto tirocinio è stato la terapia intensiva. Chiaramente, il paziente è addormentato per la maggior parte del tempo che trascorre in questo reparto o meno, a seconda della patologia che ha.

Immaginate quale può essere il carico di ansia, di spavento, di tensione che affronta il paziente, strappato da parenti e amici, circondato da macchine, tubi, fili attaccati, facce sconosciute, in un ambiente non familiare. In questa realtà spesso il medico non è mai presente tutta la giornata in reparto e una delle poche persone con cui il paziente parla e in cui riconosce la propria identità come persona è l'infermiere.

Non avendomi insegnato nessuno quale atteggiamento tenere in certi casi, ho scelto io stessa di adottare quello che più mi piacerebbe ricevere se fossi al posto del paziente: l’educazione, la disponibilità, il sorriso e la comprensione.

Una mattina mi trovai davanti un uomo sulla quarantina molto spaventato e disorientato; mi presentai, gli feci alcune domande per rompere il ghiaccio e, col mio solito sorriso, ascoltai le sue risposte e conversammo alcuni minuti. Gli spiegai dov’era e perché si trovava lì. Gli chiesi cosa facesse nella vita, del suo lavoro, della famiglia, dei suoi interessi, per cercare di distrarlo e farlo sentire a suo agio il più possibile.

Episodi di questa natura mi fanno innamorare continuamente del mio lavoro. Al di là della pratica assistenziale, del somministrare farmaci, applicare e gestire dispositivi di supporto, medicazioni, prelievi, la parte più gratificante ed emozionante è vedere che regali qualcosa di tuo alle persone che incontri e, a loro volta, queste fanno crescere e arricchiscono te.

Non c’è niente di più bello che sentirsi dire che la nostra presenza, fisica ed emotiva, migliora, per quel che è possibile, le situazioni difficili e le rende più affrontabili.

Il legame che si instaura con le persone che si riprendono, migliorano e guariscono lo si ha, però, anche con quelle che non possono guarire, peggiorano o muoiono. Spesso si è chiamati a rassicurare, spiegare, consolare o far accettare la dura realtà al nostro assistito e ai suoi parenti.

Il rischio che si corre è quello di affezionarsi troppo alle persone e farsi coinvolgere dalle loro storie, portandole nella nostra vita privata, non riuscendo a lasciare in corsia lo stress derivato dal veder soffrire e talvolta morire i propri pazienti.

La verità è che avere a che fare con la morte, anche di persone sconosciute, sconvolge e destabilizza, è un evento più grande di noi, a cui non ci si abitua mai e che lascia sempre con un po’ di desolazione dentro e un grande senso di impotenza.

Vedere gli occhi di una persona che si disanimano, è un’esperienza che lascia il segno e spesso ci cambia.

Queste persone hanno bisogno di una figura di riferimento, professionale, capace e affidabile, che sia in grado di fargli capire che questo avvenimento rappresenta una deviazione sulla strada della vita che, se percorsa con lo stesso spirito con cui percorrevano quella principale, può essere ugualmente ricca di gioie e soddisfazioni.

Professionalità, disponibilità, educazione, gentilezza, comprensione e empatia sono doti che un professionista deve possedere per essere infermiere e non fermarsi solo al fare l’infermiere. Quando sei infermiere, sai che tutti i giorni toccherai una vita e una vita toccherà la tua.

Maria Lucia Punzo, Infermiera

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