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Noi Genovesi siamo molti tristi

di Fabio Albano

Genova, la mia Genova, per l’ennesima volta, è stata violentata, stuprata, ferita che non si rimargina. Genova, la mia Genova, non ha pace, passaggio da un disastro all’altro, da un disastro naturale a uno causato dall’uomo; pur se i disastri naturali hanno sempre bisogno dell’uomo. Vero Don Lagomarsini?

Lettera alla mia Genova

Ponte Morandi di Genova crollato

Questa città affascinante, ricca di storia che in pochi conoscono, è vittima dell’incuria dell’uomo, delle debolezza umane, di una politica che l’ha distolta dalla propria essenza portuale e ha provato a darle un’immagine turistica che poco le si addice.

Venite a Genova a vedere l’acquario, uno dei più grandi e belli d’Europa, dice la pubblicità.

Ma ciò che non dice e non può spiegare è la vera anima della mia città, quell’anima combattente che l’ha vista, unica in Italia, far firmare l’armistizio, a Villa Migone, ai nazifascisti a opera dei Partigiani. Villa Migone, una villa nascosta in uno dei tanti centri di Genova, che fai fatica a trovare, perché come tutte le cose e le persone che vivono in città, non si danno arie, prediligono una vita nascosta, quasi in penombra. Un vezzo dei vecchi genovesi, che chi vive in Genova fa presto a fare proprio. a

Genova multicentrica che ha un solo cuore, il Porto il quale oggi a fatica respira e a fatica si regge sulle proprie gambe, ma un tempo fu lato base di quel triangolo industriale detto: GE-MI-TO. Quel porto che ci ha visto tutti crescere in un intrigo di solidarietà verso i suoi portuali, ma pure verso gli altri lavoratori. I portuali che partivano in massa quando un disastro colpiva una città o un paese amico, i Portuali genovesi che primi in questo maledetto paese, avevano saputo diventare imprenditori di sé stessi, sfidando i poteri forti di allora, la borghesia che fu! I Portuali con in testa il “Console” Paride Batini, il Papa laico di una città forte e orgogliosa. La città che nel 1960 seppe resistere, combattendo, in piazza al neofascismo del Governo Tambroni. La mia Città tanto cara al Presidente Pertini.

I Portuali genovesi che ci hanno insegnato il significato di multietnico, facendo propri quei valori che furono parte intrinseca di quella Genova del “siglo de oro”, che ha fornito i più grandi banchieri all’Imperatore di Spagna Carlo V. La nostra città che Andrea Doria ha reso potenza a cavallo del XVI e XVII secolo e che ha saputo convivere e sconfiggere Kahir Ad Din, detto il Barbarossa. Uomo incredibilmente importante di un Impero turco che occupava gran parte del Mediterraneo. La città che ha Strada Nuova, oggi Via Garibaldi, che il Rubens ha saputo magnificare nelle proprie opere. Quel Rubens che nella chiesa del Gesù ha probabilmente dipinto i primi quadri in stile barocco presenti sul suolo italiano. Quella chiesa del Gesù posta dirimpetto al Palazzo Ducale, così a porre in contrasto il potere ecclesiastico a quello temporale.

Genova con il più grande centro storico d’Europa, mai risanato e in gran parte invivibile. Quartiere ghetto di un’immigrazione invisibile.

Genova, la mia Genova, multicentrica colpita sempre nei suoi centri vitali, quelli abitati una volta da Portuali e Operai e oggi pure da disoccupati e immigrati regolari. Quartieri che da est a ovest hanno visto abbattersi su di loro, sui propri abitanti e sulle proprie case, alluvioni su alluvioni e oggi pure il disastro del ponte Morandi.

Si perché Genova è una città settaria dove i facoltosi benestanti e il resto della vita civile non si mischiano, dove i confini dei quartieri borghesi, si distinguono per l’ordine e la pulizia delle loro strade, delle loro piazze, dei propri giardini e spazi comuni; mentre i quartieri popolari restano spesso abbandonati al proprio destino. Come banlieu.

Genova, la mia amata Genova, mai così divisa, mai così povera. Il disastro del 14 agosto avrà conseguenze terribili sull’economia cittadina e sulla vita dei genovesi, ma soprattutto rischia di lasciare senza casa più di 600 famiglie; quelle che abitavano sotto il ponte Morandi. Che ne sarà di questa povera gente? Che ne sarà del destino della mia città?

Il ponte Morandi inaugurato il 4 settembre 1967, è stato costruito quando le abitazioni civili di parte di quel quartiere erano già state edificate. Siamo nel pieno boom economico, negli anni dell’edificazione selvaggia, proprio in quegli anni sono state compiute le più abominevoli nefandezze urbane di cui città sia mai risultata vittima.

Non è un caso se tutte le tragedie di questa mia città colpiscono sempre le persone e le famiglie meno abbienti, quelle residenti nei quartieri popolari. L’edilizia genovese del dopo guerra è censurabile e per tipologia di costruzioni e per tipologia di materiali usati, ma pure per l’incapacità di creare nuovi insediamenti urbani vivibili in modo decente dai propri abitanti. Sono stati edificati interi quartieri privi di esercizi commerciali, con spazi comuni inesistenti e con una viabilità precaria; veri quartieri dormitorio.

Ps. Sono triste e incazzato, ma ancora abbastanza lucido da poter porgere il mio cordoglio ai famigliari di tutte le vittime, con la massima comprensione verso chi ha scelto per oggi 18/08, che il rito funebre venisse effettuato in forma privata. E’ difficile oggi per noi, figuriamoci per i Parenti delle Vittime credere nelle istituzioni (maiuscole e minuscole non sono casuali).

Inoltre sento il dovere e il desiderio di ringraziare tutte quelle persone che da ormai più di 90 ore stanno lavorando, giorno e notte, alla ricerca dei superstiti o dei corpi delle Persone decedute; così come tutte quelle figure che si stanno adoperando, sempre lavorando giorno e notte, per porre in sicurezza quella parte di città che ancora e chissà ancora per quanto, no lo è.

Ai Colleghi Infermieri, ai Medici, ai Volontari e ai Vigili del Fuoco va il mio Grazie, loro stanno rappresentando la parte sana e più bella di questo maledetto Paese. Loro rappresentano la speranza delle generazioni future, l’ultima a loro disposizione! Invece noi, che riusciamo ancora a piangere e a non nascondere i nostri sentimenti, siamo quelli che provano a resistere allo scempio fatto al nostro territorio, alle nostre esistenze. Tutti noi, insieme, siamo quella parte del Paese che non deve provare MAI il sentimento della vergogna. Condizione, quest’ultima, che mal si addice a tanta parte dei nostri amministratori della cosa pubblica e privata.

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