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editoriale

Stiamo lottando contro l'avversario sbagliato

di Davide Mori

Ci vogliono far credere che siamo professionisti riconosciuti e stimati e poi si emanano leggi medioevali, che se torna il mansionario siamo fortunati. Sforzi su sforzi, goccia di sudore dopo goccia di sudore. Un viaggio omerico, un’odissea di professionisti della salute e mentre ci troviamo su questa grande barca, i “proci” che ormai abitano i palazzi del potere decidono cosa fare di noi, della nostra sanità, della nostra storia, della nostra faccia. E allora cosa ci sta distruggendo? Chi ci mette l’uno contro l’altro? Medici contro infermieri, infermieri contro medici, medici contro pazienti, pazienti contro infermieri. Un rimpallo di responsabilità. Eppure ci sappiamo ancora dire grazie l’uno con l’altro. Ci deve essere qualcosa che non funziona.

Odissea della salute: un viaggio di cambiamento. Riflessioni 10 anni dopo

6 agosto 2018, sono le 6.30 di mattina e tra poco, dopo una notte infernale, i colleghi arriveranno salvifici a darci il cambio. Ci troviamo a Roma in un agosto afoso come solo la Capitale ci sa regalare. L’aria densa penetra dalla porta d’ingresso della sala d’attesa di questo importante PS pediatrico e, con essa, il primo timido raggio di sole di un nuovo giorno che sta iniziando.

C’è un’atmosfera surreale, come soldati dopo una battaglia siamo lì seduti a guardare il nulla, siamo stanchi, logorati, esausti. Se si guarda bene si può scorgere perfino una nebbiolina sottile diramarsi dal pavimento.

Medici ed infermieri alla deriva ondeggiano tra i pensieri. Il silenzio si è da poco fatto spazio tra le grida dei piccoli pazienti e dei loro genitori, ed è proprio grazie a questa atmosfera che la mente trova il modo di viaggiare, di rilassarsi, di tornare a qualche anno fa, circa una decina.

La crisi politico-economica (una delle tante italiane) era appena iniziata ed insieme ad essa anche il blocco del tournover.

Sono figlio, insieme a molti altri, di un sistema malandato, di un sistema sanitario assassinato dalle scelte infelici di pochi che, negli anni, hanno determinato la perdita di fiducia di un’intera popolazione nei confronti del sistema sanitario e la lotta interna tra chi questo sistema lo compone.

Allora rimugino. Mi comincio a chiedere perché dopo 10 anni nulla sia cambiato. Ci dicono che la sanità si sta riprendendo, eppure i tagli continuano inesorabili a decapitare l’assistenza.

Ci dicono che i concorsi riprenderanno, ma di fatto (non parlo della mia realtà lavorativa che in questo caso rappresenta una positiva eccezione) i colleghi che prestano il loro servizio presso le altre strutture non riescono a coprire le prestazioni minime, senza sacrificare la loro vita familiare.

Qualche anno fa mi battevo contro il sistema medicocentrico, difendevo la mia professione, pensando che fossero loro a gettarci fango e invece, alla luce di quello che vedo ora, mi battevo contro l’avversario sbagliato. È una lotta tra poveri, una lotta di classe, che come ci ha insegnato la storia di Marx, non porta da nessuna parte.

Allora cerco di concentrarmi, di ragionare su quale siano i miei obiettivi, nella vita e nel lavoro. Ripenso al primo anno di corso, quando ti insegnano che la nostra professione è l’assistenza, è creare un rapporto di fiducia con l’utente (paziente? cliente? No, Persone.) e di come questo sulla base teorica si possa costruire e mettere in pratica.

Ripenso a come mi pongo oggi, dopo 10 anni da infermiere. Sbaglio qualcosa? Sicuramente in qualche errore e qualche considerazione affrettata sarò caduto durante questi anni, ma la stima dei colleghi, dei medici e delle persone che quando vanno via ti ringraziano, mi fa pensare che forse sono troppo critico con me stesso e con la categoria che rappresento.

E allora provo a pensare ad altre cause. Sono in burnout? No, ancora mi piace troppo la sensazione di poter dare aiuto, di saperlo dare. Ancora mi emoziono quando il bambino che ho davanti, dopo uno scambio di sguardi, mi sorride e mi batte il cinque, poco importa che hai il camice bianco e lui di te aveva paura fino ad un minuto prima. Per non parlare del grazie, tra le lacrime, di un genitore con il figlio terminale...

Ma cosa vuol dire terminale? L’assistenza, l’empatia, e l’aiuto non terminano mai e quei genitori, che sanno bene di cosa sto parlando, spesso si rifugiano in un nostro abbraccio, strappato via da quella cortina di fumo che abbiamo imparato ad erigere in queste situazioni.

Il divide et impera

E allora cosa ci sta distruggendo? Chi ci mette l’uno contro l’altro? Medici contro infermieri, infermieri contro medici, medici contro pazienti, pazienti contro infermieri. Un rimpallo di responsabilità. Eppure ci sappiamo ancora dire grazie l’uno con l’altro. Ci deve essere qualcosa che non funziona.

Cosa determina questa mancanza di fiducia nel nostro agire? E allora provo a pensare a come la politica si sia presa cura di noi, di come ci abbia assistito, prima come cittadini e poi come professionisti e pazienti. Sembra un pretesto, una soluzione comoda e facile, eppure spesso è nelle soluzioni semplici che risiede la verità.

Non voglio scaricare la responsabilità su altri, cerco solo di ragionare. Quindi mi domando: e se questi conflitti fossero stati creati ad hoc per far comodo a qualcuno intento a nascondere le storture del sistema? Un vecchio proverbio latino recita: “divide et impera”. E la politica, con le sue istituzioni, in questo è stata sempre maestra.

Ci dividono, cercano di spartirsi la pagnotta attraverso campagne contrapposte e di schierarci l’uno contro l’altro. Siamo merce di scambio. Hanno creato tre poli, ma sappiamo tutti che facciamo parte della stessa alleanza terapeutica, paziente-medico-infermiere. Non possiamo esistere l’uno senza l’altro.

La cura non può esistere senza l’assistenza e la persona ha bisogno di entrambe

E allora mi fermo un attimo, sorseggio quel caffè che ormai è diventato freddo perché preparato qualche ora prima e riprendo a pensare.

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