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Testimonianze

OSS e assistenza ai diversamente abili: la storia di Laura

di Paola Botte

“Opera, coopera, collabora”. È questo il motto che ogni giorno muove gli animi di centinaia di OSS della "Fondazione Don Gnocchi Onlus" di Milano. Per Laura, 40 anni, madre di Riccardo ed Emma e moglie di Carlo, lavorare all’interno della struttura per garantire e promuovere il benessere integrale delle persone svantaggiate o affette da disabilità è diventato ormai uno stile di vita.

Oss assiste paziente durante un laboratorio di psicomotricità

Più competenze e una maggiore sensibilità

Prima come ASA e poi come OSS, Laura presta servizio presso la Fondazione sin dal 2001, ma è entrata nel mondo dell’assistenza molto prima con la malattia del padre, affetto da una rara patologia, che ha colpito anche il fratello e la sorella. Questa travagliata storia famigliare le ha permesso di sviluppare una speciale empatia con le persone che assiste.

Ha iniziato la sua gavetta prestando agli utenti un’assistenza di base, che negli anni si è perfezionata lavorando per la "Residenza Sanitaria per Disabili" della Fondazione stessa.

Gli utenti che trattiamo sono persone affette da patologie più o meno gravi – racconta Laura – Paralitici totali o parziali, sindromi di Down o sindromi rare, bambini e adulti affetti da malattie neurologiche importanti e molto altro. Per ognuno di loro è necessario pianificare un’assistenza di base ad hoc e creare, in collaborazione con gli educatori, i terapisti e i medici, progetti che permettano loro di riabilitarsi o mantenere le capacità acquisite.

Quello alla Residenza è stato un periodo molto educativo per la mia carriera – spiega - In reparto prestavo un’assistenza a 360°: soddisfacimento dei bisogni primari, dalla cura dell’igiene personale all'imboccamento; inserimento sociale ed educativo degli utenti organizzando uscite programmate al cinema, al museo, al ristorante o alle sagre. Poi c'erano le colonie: tre settimane di assitenza al mare e tre in montagna.

Spesso si pensa che il ruolo dell'OSS sia solo quello di cambiare un pannolone, dimenticando che un aspetto fondamentale del nostro lavoro, così come quello dell'infermiere, è il rapporto che si instaura con il paziente. A maggior ragione quando si fa l'OSS in una realtà come questa, dove c'è continuità nella conoscenza di una persona.

La maggior parte degli utenti arrivano nella struttura da bambini e poi continuano a viverci. Questo comporta un maggiore coinvolgimento emotivo e psicologico dell'OSS, già messo a dura prova dalla necessità di immedesimarsi nella loro persona, nel loro dolore e nelle scelte che si pensa possano voler fare.

L'OSS che lavora a contatto con le persone diversamente abili deve quindi usare, in forma categorica, i cinque sensi. Non basta mettere in pratica le conoscenze socio-sanitarie, deve usare tanto l'istinto e il buon senso.

Dove non arriva la parola, può arrivare una carezza, oppure uno sguardo in più

Osservare è senza dubbio il primo passo verso un'assistenza completa - dice Laura - Si osservano i bisogni, ma anche i desideri e quando ci si impegna a realizzarli per gli altri si deve mantenere la parola.

Proprio per mantenere una parola data, molti anni fa mi sono ritrovata in Bosnia per accompagnare Kledi, un ex residente della Fondazione diventato paraplegico a soli otto anni a seguito dell'esplosione di una mina antiuomo. Mi aveva fatto promettere che un giorno, dopo più di dieci anni, avrebbe rivisto la madre e così è stato. Abbiamo viaggiato da soli su un pulman che ci era stato concesso dalla struttura e che ho guidato fino in Bosnia. Un itinerario per certi versi difficile, ma che ripercorrerei mille volte, solo per rivedere quella gioia nei suoi occhi.

Alla Fondazione, però, Laura ha seguito anche diversi laboratori, da quello creativo - mettendo in pratica le sue conoscenze artistiche - a quello di psicomotricità, dove si valuta l'atteggiamento del disabile in gruppo oppure da solo, in relazione ad un gioco o al compagno.

Lavorare al "Don Gnocchi", a fianco di educatori esperti, mi ha dato la possibilità di sviluppare maggiormente l'aspetto sociale del mio lavoro, che viene spesso messo da parte a favore di quello assistenziale/igienico sanitario. Per me hanno la stessa importanza.

Quando sono stata trasferita dal reparto Residenziale alla "Scuola speciale per l'infanzia ed elementare", ho assistito bambini critici e messo in pratica ciò che avevo imparato in reparto. Come nel caso di Jacopo. Autistico. Aggressivo. Incapace di controllare il suo dolore, il suo disagio legato prevalentemente all'ipertensione. Grazie ad un costante lavoro portato avanti dall'educatrice, dall'insegnante e anche da me, il ragazzo ha smussato il suo carattere. Siamo riusciti a misurargli la pressione arteriosa, cosa che odiava fare; a portarlo in infermeria per pesarlo, ritenuta prima una missione impossibile.

Le competenze di Laura non si esauriscono. Relazionarsi tutti i giorni con i fisioterapisti e i paralitici che vanno trasferiti dalle carrozzine a letto per fare le terapie, o in bagno, richiede un'ottima conoscenza delle manovre e dei presidi di sollevamento e movimentazione.

Un OSS, coinvolto in prima persona nell'igiene e negli spostamenti, non deve mai dimenticare che una posizione sbagliata può essere letale per persone affette da gravi patologie associate alla respirazione, alla deglutizione, alle ossa del corpo.

Ricordo Marghes, una bambina colpita dalla Sindrome di Aicardi, una malattia che riduce l'aspettativa di vita a quattordici anni. Quando l'ho conosciuta, all'età di tredici anni, era affetta da numerosi disturbi, uno dei quali era legato proprio al trasferimento nel lettino, che le provocava profondi dolori all'anca lussata. Con un'attenta osservazione e un lavoro d'équipe si è riusciti a risolvere questo problema. L'amore e le cure dei famigliari, le nostre piccole attenzioni hanno permesso a Marghes di arrivare oggi a 19 anni e di sperare per il futuro.

Osservare, studiare, eseguire, comunicare e tenersi aggiornati. Sono questi, secondo Laura, gli strumenti di base di un OSS, gli stessi a cui lei non ha mai rinunciato e che le hanno permesso di diventare una professionista riconosciuta.

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