Operatore Socio Sanitario

Se oggi sono Oss lo devo al grande cuore di mia madre

di Paola Botte

Si può vivere due volte? Secondo me sì. E ne sono ancora più convinta dopo aver ascoltato la storia di Mario, OSS pugliese in servizio a Lodi. Non si sta parlando di nulla di trascendentale e spirituale, bensì di amore. Di quello che lega profondamente una madre e un figlio e che ha permesso ad uno dei due di rinascere nelle azioni e nelle scelte dell'altro.

Operatore Socio Sanitario per amore, la storia di Mario

Quando ero solo un adolescente, il mio sogno era quello di fare l'odontotecnico e così, finite le scuole medie ho deciso di frequentare l'istituto tecnico - racconta Mario - Ho svolto questa professione per molti anni e anche se nella città in cui vivevo gli stipendi non erano molto alti, ho portato a casa enormi soddisfazioni.

”Poi è successo qualcosa che ha stravolto il mio equilibrio. Mia madre, una delle persone più generose e altruiste che conoscessi, si è ammalata. Un tumore al seno. Proprio lei che per trent'anni aveva sacrificato la sua vita per gli altri, lavorando come OSS in un istituto psichiatrico, svolgendo il suo lavoro con amore e dedizione, stava accadendo qualcosa che l'avrebbe potuta portare via da me".

A quel punto a Mario non rimaneva che prendere una decisione. Lasciare il suo lavoro, che lo portava spesso in giro, per stare al fianco della madre. Era l'unico della famiglia che potesse farlo. Il padre lavorava e il fratello si era sposato da poco.

Fare assistenza ad una persona cara che sta male non è mai facile. Soprattutto se si tratta di una madre, la donna che ti ha messo al mondo, che ti ha accudito sin dalla nascita

Mia madre era sempre stata una donna forte, una grande lavoratrice e vederla soffrire era diventato insopportabile. L'unica cosa che potevo fare era cogliere tutti i segreti del suo mestiere e usarli per farla stare meglio.

Ogni giorno Mario apprendeva dalla madre le tecniche di base dell'assistenza e le ha usate per accompagnarla fino alla fine dei suoi giorni. Tre lunghi anni di sofferenze, ma anche di momenti che non dimenticherà mai, dove ha avuto l'opportunità di conoscere meglio sua madre, di confrontarsi con lei e condividere le stesse passioni.

Ho iniziato a realizzare la morte di mia madre dopo circa un anno dalla sua scomparsa. Prima di accettare quello che era accaduto e prendere una decisione su cosa avrei fatto in futuro, ho svolto molti lavori, passando dalla pizzeria ai campi agricoli. Ho viaggiato con alcuni amici cercando di riprendere in mano la mia vita e ho riflettuto su ciò che mi era capitato. A soli ventiquattro anni, avevo perso mia madre, il mio lavoro e la mia ragazza, ma era arrivato il momento di essere felice.

La decisione che mi ha cambiato la vita è stata quella di frequentare il corso per OSS. Durante il tirocinio, a fianco dei pazienti, rivedevo mia madre e quello che mi aveva insegnato. Ogni volta che qualcuno mi ringraziava per avere fatto bene il mio lavoro, ripensavo a quando da bambino mia madre mi portava con sé nell'istituto in cui lavorava e i suoi pazienti, per ringraziarla della sua gentilezza, mi regalavano un gelato o delle caramelle. Sarò felice finché riuscirò a fare questo lavoro con amore, così come lo faceva lei.

Essere Oss per Mario è diventato dunque prima di tutto una missione e poi un lavoro. Adesso presta servizio in una Rsa e quando si approccia al paziente il suo saluto risuona come una benedizione nella stanza di chi lo aspetta per le cure.

Guardare Mario a lavoro vuol dire essere orgogliosi di far parte di una categoria di lavoratori che dovrebbe avere come unico obiettivo il benessere totale dell'altro.

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