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Blocco operatorio, qui mi si è aperto un mondo nuovo

di Redazione

Ho sempre immaginato il blocco operatorio come un ambiente freddo, dove il personale non può far molto per condizionare l’umore del paziente. Un ambiente dove vige un lavoro meccanico e poco empatico. Mi sbagliavo. Ed è qui che ho capito di aver fatto la scelta più giusta che potessi mai fare.

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Commenti (1)

Giulia Gottardi

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1 commenti

Lavorare in sala operatoria...

#1

Sono tre anni che lavoro in Blocco Operatorio di Fondazione Poliambulanza a Brescia e leggendo questo articolo non posso che rispecchiarmi nelle parole di Nicole. Quando ho deciso di iscrivermi al master per strumentisti, nel mio immaginario la Sala Operatoria era qualcosa di rigorosamente sterile sia da un punto di vista tecnico che umano. Tuttavia, dal primo giorno in cui entri a fare parte di questo ambiente, con il timore di sbagliare atteggiamento o risposta, capisci che non è così: nel momento in cui accogli il paziente e inizi a monitorarlo per l'intervento, si instaura subito un legame attraverso il quale riesci a "inquadrare" chi ti trovi di fronte anche solo da poche frasi e espressioni. È difficile spiegare come accadde, probabilmente la ragione di questo immediato rapporto risiede nel fatto che la persona che hai difronte è in quel momento priva di ogni maschera, consapevole che tu sei, volente o nolente, colei a cui si deve affidare. Per questo, da subito ho capito che la Sala Operatoria non è come si pensa umanamente sterile ma anzi un ambiente carico di emozioni e dinamiche velate, concentrate in quella fase che precede l'anestesia, breve tempo in cui tu devi essere contemporaneamente sostegno emotivo e professionale per il malato che ti è stato affidato.
Non c'è posto diverso da questo dove vorrei lavorare,
luogo in cui precisione, ordine e rigore si fondono a empatia e cortesia in pochi minuti.

Giulia.