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COVID-19

Non arretriamo di un centimetro

di Redazione

Sono un'infermiera di Pronto soccorso. Sono positiva al COVID-19, così come tanti altri miei colleghi. Sono chiusa da un paio di giorni in casa, aspetto che il tempo passi e che questa camera mi sembri un po’ meno piccola. Mio figlio di 2 anni con il suo papà è rimasto fuori da questa stanza tenendosi una parte del mio cuore, che si spezza ogni volta che lo sento piangere mentre mi chiede se può entrare solo per darmi un bacino e farmi passare la bua. Rimango sola e mi sento fortunata, i miei colleghi che l'han preso insieme a me sono ricoverati; io sono quella fortunata che riesce ancora a respirare senza bisogno di aiuti. Respirare, è vero, si è fatto più faticoso, ma fortunatamente posso rimanere in questa camera perché fuori fa decisamente più paura. Mi guardo allo specchio e quella che vedo non sembro neanche io, i capelli sono diventati bianchi e quelle iniziali rughe sul viso sono ormai dei solchi. Darò la colpa del precoce invecchiamento al coronavirus, in fondo ho solo 36 anni.

36 anni di cui 13 passati in Pronto soccorso

13 anni di cui vado fiera. In tutto questo tempo non è la prima volta che ho paura, che abbiamo paura. In questi 13 anni non è la prima volta che rischiamo sulla nostra pelle di portare qualcosa a casa che poi difficilmente sarà curato. Ogni giorno il nostro nemico è silenzioso, il più delle volte invisibile e quando diventa riconoscibile per noi è già tardi.

Quante volte mi sono sentita dire, ci siamo sentiti dire: Bisogna prendere la profilassi con il Ciproxin per una esposizione da meningite e ho pensato: Come Pronto soccorso non abbiamo neanche le indennità infettivi eppure siamo sempre a prendere prevenzioni per questo e per quello.

Ho visto alcuni miei colleghi piangere per aver dovuto prendere antiretrovirali post esposizione ad una goccia di sangue che avrebbe potuto cambiargli la vita, nonostante i DPI, ora famosissimi, diventati la sicurezza per tutti (per noi lo sono sempre stati). Quelle volte siamo stati fortunati, ma non sempre va così.

Ci hanno promesso 100 euro in più in busta paga per il mese di marzo a causa di questa emergenza, ma vi assicuro che questa promessa anche se fatta in buona fede è stato più un affronto che una consolazione, perché al posto di questi soldi preferiremmo di gran lunga avere mascherine, visiere e camici da poter cambiare ogni giorno per sentirci più sicuri noi e per prenderci meglio cura dei nostri pazienti. E nulla potrà ridarci la serenità che questi giorni ci hanno tolto e hanno solcato le nostre anime.

Forse un giorno capirete perché al posto di questi 100 euro preferiremmo un contratto nuovo che venga finalmente rinnovato ad ogni scadenza e che tenga conto della nostra professionalità, dei rischi che ogni infermiere affronta ogni giorno nel proprio reparto di appartenenza e che finalmente vengano riconosciute le indennità a noi che rischiamo in prima linea anche quando non siamo eroi

Così come ai nostri colleghi Oss riconoscano il ruolo di sanitario, perché lavorando al nostro fianco rischiano in prima linea con noi.

Sono qui, chiusa in questa stanza, il mio unico contatto con il mondo è il mio cellulare nel quale arrivano molti messaggi, la maggior parte dei quali dai miei colleghi che non vogliono farmi sentire sola raccontandomi le loro giornate in prima linea.

E allora ho pensato di racchiudere qui un pezzo del nostro lavoro, in questo momento, per non dimenticarci mai che non siamo eroi, ma siamo dei professionisti e quello che oggi vedete voi, io lo vedo dal primo giorno che ho indossato la divisa ed ho guardato negli occhi il mio primo paziente, perché anche quando abbiamo paura noi rimaniamo e siamo lì per Voi. Non dimenticatelo.

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