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COVID-19

Insieme contro la pandemia

di Giordano Cotichelli

Un’infermiera ventenne del King’s College si è tolta la vita non reggendo il peso dello stress psicologico provocato dal lavoro di questi ultimi giorni, dall’angoscia ancor più stringente di credere di poter essere stata lei stessa un serbatoio di trasmissione verso i malati con cui era venuta a contatto. In Italia l’ombra della positività del virus SARS-CoV2 ha spezzato le vite di due infermiere. La virulenza del virus, poi, sta portando via molti altri sanitari. De André cantava: “Quando si muore si muore soli”. Forse è vero. Ma la lotta contro la pandemia è collettiva, si fa insieme. Ed insieme ricostruiremo una società più giusta, più robusta verso le derive autoritarie e i crolli sanitari, e contro la disperazione che non può più trovare posto nel cuore dei giusti.

Coronavirus: la lotta contro la pandemia è collettiva, si fa insieme

Il King’s College di Londra è l’Ospedale in cui risiede la Facoltà d’Infermieristica considerata erede della Scuola del Saint Thomas fondata nel 1860 da Florence Nightingale. Un centro accademico facoltoso, a livello della dimensione sanitaria stessa dell’ospedale.

Una struttura stretta fra la tradizione vittoriana, l’austerità imperiale e la modernità di un welfare universalistico di cui il paese, però, conserva sempre più un tenue ricordo, destinato a scomparire sotto l’avanzare implacabile della pandemia di Covid-19, che sta scuotendo tutto il pianeta.

E proprio legata alla diffusione del virus, fra le tante morti che si contano in questi giorni, deve essere ulteriormente conteggiata quella di un’infermiera ventenne del King’s College, la quale si è tolta la vita, non reggendo il peso dello stress psicologico provocato dal lavoro di questi ultimi giorni, dall’angoscia ancor più stringente di credere di poter essere stata lei stessa un serbatoio di trasmissione verso i malati con cui era venuta a contatto.

Una vittima fra le tante, ma non la sola. In Italia è successo in altri due casi: a Monza e a Jesolo. L’ombra della positività del virus ha spezzato le vite di due infermiere, la prima di 34 e l’altra di 49. La virulenza del virus ha portato via molti altri sanitari, medici di famiglia, specialisti, altri lavoratori e troppe persone, che sempre più fuoriescono dal meschino anonimato di anziani con pluri-patologie e diventano individui, padri, mogli, personaggi, donne e uomini che facevano parte della comunità. Vittime sacrificali che, purtroppo, non sono destinate ad arrestarsi nell’immediato.

La stanchezza dei sanitari nei volti segnati dalle mascherine

E la stanchezza dei sanitari continua a vedersi nei volti segnati, nelle parole mescolate a rabbia e disperazione. Nei piccoli gesti che vogliono impedire ad un affetto di perdersi, ad una vita di soffrire. Continuare a sentirsi utili comunque, a costo di continuare a lavorare senza i presidi, perché sono finiti, perché stanno arrivando, perché arriveranno.

Alcune colleghe, cui ho avuto il privilegio di insegnare all’università, mi hanno scritto in questi giorni come sia difficile andare avanti, come il peso dell’organizzazione (o della mancata organizzazione), dell’emergenzialità che pervade tutto, anche quando sei ritornato a casa, diventi un sudore marcio che ti si attacca addosso e non va via neanche con la doccia di fine turno.

Le foto di alcune di loro in tuta bianca, blu, con le occhiaie, i nasi arrossati, la mitezza dell’animo distrutta dal dolore del lavoro, sono le stesse di tanti altre che stanno girando sui social, condividendo lo sforzo portato avanti.

Un’infermiera di Senigallia qualche giorno fa ha scritto al Premier Conte il suo atto di accusa professionale. Alla Camera il Presidente del Consiglio ha detto: “Non vi dimenticheremo”. L’infermiera lavora in uno dei tanti ospedali destinati ad essere depauperati progressivamente dalla ristrutturazione devastante della sanità pubblica di questo paese. Un vero e proprio atto di brigantaggio che stava andando a gonfie vele fino ad un paio di mesi fa.

“Ne rimarrà solo uno”, tuonava la scorsa estate Ceriscioli, il Presidente delle Marche, riferendosi alla ripartizione provinciale degli ospedali della regione. Ora Ceriscioli è in quarantena, visti i contatti stretti avuti con l’ex-capo della Protezione Civile Bertolaso, risultato positivo al corona virus. Ad entrambi i migliori auguri di guarigione, come a tutti quelli che soffrono in questo momento. Però va detto a questo punto che tutto quello che si sta passando ora, e che sarà superato, il prima e il meglio possibile, dovrà essere un insegnamento forte per ripensare la società che si dovrà ricostruire.

Esempio del fatto che non si potrà più rimanere da soli di fronte a qualsiasi tragedia umana, non solo quella di una pandemia. Mai più sentirne tutto il peso per poi spezzarsi in quanto impossibile da reggere.

NurseReporter
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