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All'interno della comunità la parola chiave è sostegno

di Giordano Cotichelli

È di qualche giorno fa la notizia riportata dai media locali del ritrovamento, ad Osimo (AN), del corpo di una donna di 78 anni deceduta da giorni nella sua abitazione. Il cattivo odore ha attirato l’attenzione dei vicini che hanno allertato le forze dell’ordine. Un episodio purtroppo non nuovo alle cronache del bel paese. Questa volta però accanto al corpo della donna c’era la figlia di 51, disabile, che per giorni è rimasta lì, a fianco della madre, incapace di poter prendere una qualche decisione, o in attesa – forse – di un impossibile risveglio, o altro ancora che si perde però nelle ipotesi più o meno lecite da fare.

Educazione, sostegno, partecipazione: l'infermiere nella comunità

infermiere aiuta anziana ad alzarsi

L'assistenza infermieristica nella comunità è soprattutto sostegno

Di certo l’episodio sottolinea in maniera drammatica i vuoti presenti a livello assistenziale nel nostro sistema socio-sanitario. Mancanze che hanno la capacità di aumentare lo stato d’ansia che accompagna spesso i genitori di un disabile, preoccupati per la condizione del loro figlio, per la possibilità di renderlo autonomo e per l’angoscia di saperlo solo e fragile una volta che essi non ci saranno più.

Nella dimensione del nostro sistema di welfare familistico, il peso che ricade sulle famiglie, sulle donne stesse, dell’assistenza a domicilio è la testimonianza di un buco nero che ingoia dignità, risorse economiche familiari e futuro.

Neutralizza anche qualsiasi velleità di società moderna e avanzata di cui ci si fregia facilmente, dimenticando, volutamente dimenticandolo, che molti, troppi, vengono lasciati indietro.

Vero è che l’infermiere di famiglia è ancora di là dall’essere risorsa appieno del sistema, e che l’ADI sul territorio soffre dei tagli lineari a personale e risorse, e gli aiuti, quando va bene, sono stretti nella visione caritatevole di un sussidio risicato.

Come sono altresì vere le continue privatizzazioni e convenzioni che, in nome di un eterno risparmio, prediligono la prestazione fine a sé stessa, più che la presa in carico globale, destrutturando alla base una rete funzionale dei servizi.

Ciononostante non esistono solo il mercato a caccia di profitti e il pubblico estremamente indebolito, ma c’è anche un terzo settore, quello fatto di volontariato ed impegno, che cerca di rafforzare (empowerment), educare, connettere i nodi di un sistema socio-sanitario diffuso che riesca a farsi sempre più rete virtuosa di sostegno e sviluppo.

Per non far restare gli altri da soli di fronte alle difficoltà della vita. Per non restare noi, come professionisti, da soli di fronte al peso di una scienza e di un’arte che della solidarietà e della relazione, prima ancora che del tecnicismo e del nozionismo, ha fatto da sempre i suoi strumenti principali.

Gli esempi in merito sono molteplici. Ultimo in ordine di tempo quello che viene da Pavia e che vede quali protagonisti gli infermieri dell’Associazione Italiana Nursing Sociale (AINS), Comune, Aps e altre associazioni di volontariato, che stanno portando avanti una serie di incontri, veri e propri momenti formativi, con le persone portatrici di disabilità al fine di permettere loro una migliore e maggiore autonomia nella quotidianità di vita, con consigli sull’uso di detergenti e disinfettanti, pulizia dell’abitazione e attenzione al microclima, igiene degli alimenti e del corpo.

Le finalità del progetto sono quelle di costruire e restituire una dignità personale fatta di autonomia, sapere, partecipazione, soggettività esperita e rivendicata di una persona che deve trovare il contesto più funzionale per farsi e sentirsi “abile”.

Gli infermieri dell’associazione rivendicano non solo la capacità di spendersi per la comunità, ma quello di crescere come professione nel farsi strumento educativo e relazionale di un contesto umano cui essi stessi si sentono di appartenere come individui e come professionisti.

Una chiave di lettura che l’AINS del resto porta avanti con progetti sanitari, alimentari, educativi e di sostegno, da diversi anni in Guatemala, dando lustro alla professione stessa.

L’esempio di Pavia è una goccia in un mare ancora troppo grande e vuole essere testimonianza di come la dimensione infermieristica debba riuscire a rompere gli angusti spazi in cui molto spesso si viene a trovare, cercando sul territorio, nel volontariato, nell’altro da sé, ma anche nella denuncia sociale, lo sviluppo e la conquista di nuove risorse per contrastare fragilità e disuguaglianze sociali crescenti.

Per non far restare gli altri da soli di fronte alle difficoltà della vita. Per non restare noi, come professionisti, da soli di fronte al peso di una scienza e di un’arte che della solidarietà e della relazione, prima ancora che del tecnicismo e del nozionismo, ha fatto da sempre i suoi strumenti principali.

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