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Salute

Medicalizzazione e Disease Mongering, l'affare ipocondria

di Redazione

La ricerca spasmodica di malattie non necessariamente connesse a manifestazioni cliniche di patologia, ha permesso il diffondersi a macchia d’olio di un fenomeno ormai radicato nella società moderna, che prende il nome di medicalizzazione. La medicalizzazione consiste nel considerare eventi fisiologici e del tutto naturali come condizioni mediche che necessitano di diagnosi e trattamento e che determinano la corsa all’uso improprio o eccessivo dei servizi sanitari. Il lavoro, l’invecchiamento, la bellezza, la sessualità, il parto, la morte, la calvizie, le lentiggini, la cellulite vengono così considerati impropriamente eventi burden line tra il concetto di salute e quello di malattia e rappresentano soltanto alcune delle “non-diseaseness” individuate dal British Medical Journal nel 2002. Attualmente, al fine di ovviare ai fenomeni di Medicalizzazione e del Disease Mongering, si è andata sviluppando la Prevenzione Quaternaria, intesa come un’azione diretta ad identificare un paziente a rischio di sovra-medicalizzazione, per proteggerlo da eccessivi interventi medici e per suggerire procedure diagnostiche o terapeutiche eticamente accettabili.

Fenomeno medicalizzazione: siamo sempre a caccia di una malattia

Disease mongering, il business dell'ipocondria

Se da un lato il progresso delle tecniche diagnostiche, interventistiche e farmacologiche hanno portato a guarigione malattie incurabili, i risvolti negativi dell’eccessiva medicalizzazione non sono da sottovalutare (sovra-diagnosi e sovra-trattamento), per non parlare poi dei costi che gravano sul comparto sanità.

La classe medica mossa dall’entusiasmo delle nuove scoperte cliniche e tecnologiche e dai passi in avanti effettuati dalla ricerca scientifica non è stata lungimirante dal comprendere le grosse conseguenze che questo fenomeno avrebbe provocato da lì a poco, ritrovandosi a pianger del proprio male.

C’è da aggiungere però, che tale fenomeno per certi versi è stato favorito anche dalla pressione esercitata delle industrie farmaceutiche; ma l’eccesso di medicalizzazione non riguarda solo i farmaci. Vi è un'evidente esasperazione anche nelle analisi cliniche, nelle richieste di accertamenti e nelle indagini sia da parte dei medici che dei cittadini stessi.

Se da un lato la prevenzione è importante, dall’altro l’ipocondria e la paura spesso prendono il sopravvento, spingendo così le persone a ricorrere sempre di più al medico di famiglia e sfociando nell’accanimento diagnostico che se non è mortale può produrre effetti collaterali.

Un vero e proprio circolo vizioso in quanto il medico prescrive esami e visite specialistiche che hanno costi esorbitanti, che gonfiano i portafogli degli specialisti svuotando quelli dei “pazienti” e rendendo insostenibile la spesa pubblica.

Tutto questo per diagnosticare malattie inesistenti, perché più diagnosi significa più denaro per l’industria del farmaco, per gli ospedali e per i medici. Si parla così oggi di “epidemia delle diagnosi” che deve la sua nascita anche alla paura per il contezioso medico-legale: è più semplice trascinare davanti a un giudice un medico che non riesce ad effettuare una diagnosi, rispetto ad un medico che comunica una diagnosi infausta.

Più i pazienti e i parenti chiedono, più i medici si sentono in dovere di fare. La medicina non ha più limiti; la migliore cura è fare sempre qualcosa.

È ormai noto come l’aspettativa di vita alla nascita sia straordinariamente aumentata, eppure ci sentiamo sempre più malati. Ma perché? Ogni giorno medicalizziamo la nostra vita e la cosa che preoccupa maggiormente è che il processo di medicalizzazione inizia fin dall’infanzia.

Spesso etichettiamo bambini molto vivaci come iperattivi, bambini che hanno difficoltà a leggere e scrivere come dislessici, bambini che in seguito ad una corsa tossiscono come affetti da asma, bambini che alternano momenti di vivacità a momenti di tristezza come affetti da disturbo bipolare.

Commercializzazione delle malattie, il Disease Mongering

È su questo terreno che oggi si parla di “Disease Mongering”, che letteralmente significa “commercializzazione di malattie”, cioè la creazione di nuove patologie inesistenti o l’ampliamento del numero di malati per una determinata malattia, abbassando o innalzando il range di normalità.

Esso rappresenta un vero e proprio fenomeno, descritto per la prima volta nel 1992 da Lynn Payer, nel suo libro “DiseaseMongers: How Doctors, Drug Companies and Insurers are making you feel sick”, che lo definisce come il tentativo di “convincere persone sane di essere malate o persone leggermente malate di essere molto malate”.

Trent’anni fa Henry Gadsen, direttore della casa farmaceutica Merck, dichiarò alla rivista Fortune: Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque.

A distanza di anni la profezia sembra avverarsi: mentre un tempo si inventavano medicinali contro le malattie, ora si inventano malattie per generare nuovi potenziali pazienti, così che le strategie di marketing delle maggiori case farmaceutiche hanno infatti oggi come target non i malati, ma le persone sane.

Il Disease Mongering è una frontiera del marketing farmaceutico nell’era contemporanea, una pratica infida, spesso invisibile che opera attraverso un meccanismo strategico: si parte da una malattia esistente e curabile farmacologicamente e in seguito la si promuove e descrive in termini generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili; altre volte invece il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema o una manifestazione, che viene ridefinito in chiave patologica.

Alcuni anni prima di mettere in commercio un farmaco, si inizia a creare un terreno favorevole; dimostrato dai dati delle ricerche preliminari un certo grado di efficacia e di tollerabilità e l’assenza di importanti effetti indesiderati si passa a diffondere la coscienza di malattia: vengono organizzati congressi scientifici, rivolti a specialisti, nei quali sono illustrati i meccanismi e i potenziali pericoli di una sottovalutazione di sintomi abbastanza comuni.

Contemporaneamente gli stessi esperti che illustrano la farmacocinetica e farmacodinamica dei farmaci si riuniscono per stabilire le modalità di diagnosi delle nuove malattie e come preparare la società.

Appena il terreno è fertile, viene coinvolta la classe medica, in particolare i medici di medicina generale, vengono creati siti internet, informati i mass media, ai quali viene spiegato come un disturbo molto diffuso è in realtà un problema serio, rassicurandoli però che è in arrivo un farmaco.

Il Disease Mongering, inoltre, si sviluppa in modo progressivo attraverso tre fasi: fase quantitativa (abbassamento delle soglie dell’ipertensione, colesterolo e trigliceridi), fase temporale (promozione degli screening per la diagnosi precoce) e fase qualitativa (invenzione di nuove malattie).

L’elemento essenziale affinché la strategia abbia successo è la diffusione di una coscienza di malattia: ma pensare di essere affetti da una patologia perché con l’avanzare dell’età si perdono i capelli, oppure perché si ha mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perché si va incontro al processo fisiologico di invecchiamento può essere fuorviante.

Negli ultimi anni vi è stato inoltre uno spostamento verso l’alto e il basso dei criteri diagnostici di normalità di alcune patologie e questo ha determinato la scoperta che persone che fino a ieri erano sane, oggi sono malate.

Ad esempio, il mercato dei farmaci per l'ipertensione ha avuto un ampliamento notevole dopo che gli esperti del settore hanno cambiato la definizione di alti livelli di pressione sanguigna. Per anni, il range che determinavano l’attribuzione della diagnosi di ipertensione era superiore a 140/90 mmHg; si è deciso però di stabilire che i valori compresi tra 120/90 mmHg e 140/90 mmHg caratterizzavano una sindrome pre-ipertensiva per cui milioni di persone si sono ritrovate dall'oggi al domani a fare parte dei pazienti affetti da malattie cardio-vascolari.

Stesso discorso anche per i livelli di colesterolo: fino al 2005 si parlava di colesterolo LDL, comunemente chiamato “cattivo”, quando il livello riscontrato nel sangue era superiore a 280 mg/dL; successivamente il valore è stato abbassato a 240 mg/dL, sino ad arrivare al 2005 dove il valore soglia è stato ridotto a 200 mg/dL.

Un altro esempio importante è quello in cui fattori di rischio sono concettualizzati come malattie: l’osteoporosi è un processo fisiologico legato all’età e rappresenta realmente uno dei tanti fattori di rischio di fratture. Oggi la si reinterpreta come una vera e propria malattia, tanto che si è persino cominciato a trattare la pre-osteoporosi, considerata una condizione in cui le donne sono a rischio di essere a rischio.

Ma la situazione tocca l’assurdità, se si pensa che il bisogno di annotare liste di cose da fare, il dimenticare il nome di persone che conosciamo, il trascrivere PIN e password sono stati considerati indicatori di pre-demenza.

Visto che la maggior parte delle persone è in possesso di un’agenda, visto che almeno tutti una volta nella vita abbia scritto la lista della spesa o appuntato le credenziali di accesso ad un sito o di una piattaforma digitale, allora si potrebbe affermare che siamo tutti affetti da una forma di pre-demenza? Questo rappresenta uno degli esempi più comune dei fenomeni appena descritti.

È bene però specificare, al fine di non generare malintesi, che non tutte patologie sono il risultato della creatività delle Big Pharma: le malattie esistono e sono generalmente tenute sotto controllo dall’uso di farmaci, ma purtroppo vi è uno sforzo collaterale a spingere verso la medicina situazioni e manifestazioni in cui un suo intervento è superfluo o del tutto inutile e controproducente.

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