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Salute

Rapporto Osservasalute 2019, un quadro di fondo

di Giordano Cotichelli

Il Rapporto Osservasalute del 2019 forse esce proprio in un momento in cui alcuni numeri importanti possono aiutare a capire meglio la realtà circostante. In diverse località del paese il Covid-19 è di là dall’essere scomparso, in qualcuna c’è il rischio di riattivazione di una zona rossa. Mentre c’è chi sbraita all’afa estiva decine di dipendenti della ditta di trasporti Bartolini di Bologna si sono contagiati e a Mondragone entra in scena una guerra fra poveri, fra chi pensa più a combattere untori e ansie personali e chi è ricattato dalle necessità lavorative. Sullo sfondo piccoli e grandi chiacchieroni pronti a tutto per la ricerca di favori e poteri personali e da distribuire.

Malattie croniche e spesa in aumento, la fotografia Osservasalute 2019

Il Rapporto Osservasalute è un appuntamento annuale che permette da 17 anni, alla soglia dell’estate, di avere una visione d’insieme ed evolutiva dello stato di salute della popolazione italiana correlata al sistema socioeconomico e sanitario. Lungo 585 pagine, tante sono quelle che compongono il lavoro, si dispiega il contributo di ben 238 autori coordinati dal Direttore scientifico Alessandro Solipaca e dal Direttore dell’Osservatorio Nazionale sulla salute nelle regioni italiane, Walter Ricciardi.

Nel Rapporto le informazioni sono suddivise in due parti. La prima prende in esame la salute e i bisogni della popolazione, soffermandosi sul contesto demografico, fattori di rischio, stili di vita e prevenzione, e le condizioni di salute.

La seconda parte riguarda i servizi sanitari regionali e la relativa qualità. Il rapporto inoltre sottolinea come la pandemia di Covid-19 abbia ulteriormente messo in evidenza la difformità dei servizi sanitari a livello regionale e la necessità di ripensare ad un sistema maggiormente distribuito ed equo sul territorio.

I dati mettono in luce, in primo luogo, come una lunga stagione di tagli ha cambiato profondamente l’aspetto della sanità italiana. La spesa sanitaria dal 2010 al 2018 ha avuto un aumento di appena lo 0,2%, a fronte di un Pil cresciuto del 1,2%, con un incremento economico del 2,5%, da parte delle famiglie, per i bisogni di salute.

Un impegno pari a 38 miliardi su un totale di 153 nel 2018. In pratica un quarto della spesa (24,8%) mentre la disponibilità di posti letto è diminuita di 33.000 unità (-1,8%), un calo progressivo, tra il 2013 e il 2018, dei ricoveri ospedalieri, passati da 155,5 a 132,4.

Una contrazione dell’offerta e della copertura, peggiorata ulteriormente dalla riduzione del personale del SSN tra il 2014 e il 2017, passato da 107.276 a 105.557 per medici e odontoiatri, e da 264,703 a 269.151 per gli infermieri. Un quadro di estrema debolezza a fronte di un aumento registrato dei bisogni di salute legati alla cronicità, sia rispetto al passato, sia ancor più lungo una prospettiva futura.

Nel 2018 24 milioni di italiani è stato interessato da una patologia cronica (12,5 mln. da più patologie) con una tendenza in crescita per i prossimi dieci anni. Si stima in merito che 12 milioni di italiani soffriranno di ipertensione e 11 milioni di artrosi/artrite, mentre 5,3 milioni soffriranno di osteoporosi e 3,6 milioni di diabete.

Situazioni strettamente correlate all’età, al basso livello di istruzione e al genere: le donne vivono di più, ma peggio. Il 42,6% delle donne soffre di una patologia cronica e quasi un 25% di multicronicità contro i rispettivi valori degli uomini del 37% e del 17%. Evidenti poi i differenziali territoriali in termini di salute: la PA di Bolzano presenta la prevalenza più bassa rispetto alle patologie croniche, mentre la Liguria registra una più alta prevalenza di almeno una malattia cronica per il 45,1% della popolazione e di artrosi/artriti per il 22,6%.

In Sardegna prevalgono le osteoporosi (10,4%), in Molise le cardiopatie (5,6%), in Basilicata le gastro-duodenopatie e la bronchite cronica (4,5% e 7,7%), per chiudere con la Calabria con il diabete, l’ipertensione e i disturbi nervosi (8,2%, 20,9%, 7%). La percentuale più alta di popolazione malata di cronicità (45%) si ritrova nei comuni con meno di 2.000, mentre nelle periferie metropolitane il 12,2% delle persone è interessato da patologie allergiche.

La condizione lavorativa e il reddito hanno un peso notevole: il 36,3% dei disoccupati e il 34,6% dei lavoratori autonomi soffrono di una patologia cronica. Inoltre, i primi più facilmente hanno una multicronicità legata a disturbi nervosi e atrite/artrosi, mentre per gli autonomi l’ipertensione è la condizione più frequente.

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