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I carichi di lavoro dell’Infermiere nell’epoca delle nuove competenze

di Marianna Lisanti

Non esistono le "fabbriche di miracoli", ma in molti lo credono e pretendono l'impossibile dal personale infermieristico.

I reparti di Medicina sono visti spesso come delle “fabbriche di miracoli”, non solo dai pazienti e dai loro familiari, ma anche da chi pretende dagli Infermieri di fare l’impossibile. Qui i carichi di lavoro sono spesso al limite dell’immaginabile e spesso lo stress tra gli operatori della salute è tangibile a pelle. Ecco la cronaca di una giornata tipica in una Medicina Generale, dove si fa oramai e purtroppo quel che si può e dove l’Infermiere, nonostante le difficoltà, continua a mettere l’assistito al centro delle sue attenzioni.

La reale condizione lavorativa dell’Infermiere

Ecco la cronaca di un’infermiera come tante che da un anno e mezzo lavora in un reparto di medicina generale, tra mille e più disagi.

Scriveva Euripide, nel quinto secolo avanti Cristo che: “è preferibile essere ammalati piuttosto che infermieri. Infatti, la malattia comporta per il paziente un solo problema, mentre per l’infermiere significa sia agonia mentale che duro lavoro fisico”.

Quasi duemilacinquecento anni dopo, la storia è rimasta immutata o forse è peggiorata. Difatti, se il drammaturgo greco miracolosamente tornasse in vita e transitasse negli ospedali della nostra Italia, non potrebbe non rilevare un terzo e più grave problema posto a carico degli infermieri: la carenza di organico.

Tutti noi conosciamo le linee guida del ministero della salute che stabiliscono i carichi di lavoro del personale infermieristico e il numero degli stessi necessario a garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA).

È indubbio che i due parametri (personale e carichi di lavoro) vanno di pari passo per ottenere i migliori risultati.

Con la carenza di organico fatta registrare in tanti ospedali della nostra penisola, isole comprese, si può dire che i carichi di lavoro, a cui sono sottoposti gli infermieri, sono misurati oramai solo dalla loro forza e dalla capacità di sopravvivere giorno dopo giorno, a turni di lavoro sempre più duri e massacranti.

Una situazione di disagio permanente che ha portato qualche collega ad usare il termine “inferno lavorativo” e a trasferirsi altrove. O almeno, questo è il risultato che si registra con maggiore frequenza nei reparti di medicina generale. È dentro questa unità operativa, in un nosocomio di Cagliari, che svolgo la mia attività lavorativa da un anno e mezzo circa.

Parlo del mio reparto, mio perché lo sento mio. Nonostante tutto

Carico di lavoro nei reparti di medicina? Cos’è? Mai sentito, mai stati limiti e quando si arriva alla disperazione cosa si fa? Si fa quel che si può, non ci sono fondi, non si può assumere altro personale, queste sono le risposte che arrivano dall’alto.

Allora mi chiedo: noi quanto valiamo? Serviamo davvero per quel misero stipendio che ci permette di arrivare a fatica fine mese? No, il nostro valore non ha prezzo, non può averlo.
Vorremmo uno stipendio dignitoso correlato ad un carico di lavoro anch’esso dignitoso, un carico di lavoro che, in questo momento storico della nostra professione non ha limiti o forse si.
Già, perché sfido chiunque ad avvicinarsi senza remore, come solo noi facciamo, ad un malato, a toccarlo anche quando ha una malattia contagiosa.

Lo facciamo senza remora perché se ti soffermi a pensarci non lo vorrai fare più, non vorrai rischiare di prenderti una malattia inguaribile e ancor di più non la vorrai portare a casa, rischiando di trasmetterla ai tuoi figli. Qualcuno non lo farebbe per tutto l’oro del mondo.

Tutti noi sappiamo che dispositivi o no corriamo il rischio e più di altri professionisti della salute.
Chi corre ad assistere il paziente mentre vomita? Siamo sempre noi, ma noi siamo umani, non ce la facciamo a guardare troppo altrimenti, per riflesso, vomitiamo anche noi.

Chi c’è se non noi infermieri per eseguire l’igiene intima di qualche (tanti purtroppo) paziente oramai abbandonato da tutti i suoi “cari” ma accompagnato ancora dalla sua dignità, quella dignità che non vogliamo fargli perdere anche e soprattutto quando è sommerso fino al collo dalle sue stesse feci. Perché gli Operatori Socio Sanitari (OSS) non sempre ci sono, non ci sono fondi pe assumerne altri e quei pochi che ci sono fanno del loro meglio ma non è loro la colpa se il numero di pazienti allettati aumenta giorno dopo giorno perché l’età media è aumentata ma con essa non è aumentata anche la qualità della vita.

Abbiamo spesso stanze intasate da persone/pazienti soli, bisognosi di assistenza semplice che potrebbe essere eseguita dai parenti al proprio domicilio ma non hanno nessuno o nessuno che si vuole occupare di loro e allora dove si portano? Si portano nei reparti di medicina generale.

Chi si spacca la schiena a tirar su pazienti obesi e non? Ovviamente sempre noi. Perché per usare il sollevatore ci vuole lo spazio, le stanze sono troppo intasate da pazienti e spazio non ne abbiamo. Ci vuole tempo per andare a prenderlo dall’altro lato del reparto e tempo ce n’è ancor meno; perché mentre stai sollevando il paziente sai che devi reperire urgentemente un accesso venoso a 5 o più pazienti che lo hanno perso durante la notte e ti devi sbrigare altrimenti salta l’orario giusto della loro terapia ma si tratta di pazienti in fin di vita, che hanno patrimonio venoso pari a 0 o quasi ma quel quasi diventa anche quello una speranza. Perché non vale la pena reperire un accesso venoso centrale, sono pazienti troppo fragili per rischiare un’altra infezione e allora devi fare il miracolo, di quelli che ne vai pure fiera, ma che ti impegnano del tempo, troppo, mentre hai un il pensiero fisso: devi sbrigarti, sta passando l’ora della terapia e hai ancora 10, 20 pazienti a cui somministrarla.

Perché mentre sollevi il paziente, oltre agli accessi venosi e alla terapia devi seguire un ricovero, l’ennesimo in pochi minuti, e il medico ti chiama con urgenza: il nuovo arrivato è un paziente difficile come la maggior parte dei pazienti che arrivano nel mio reparto, lo stesso deve fare dei prelievi urgenti, la terapia urente e va subito portato in camera perché già è in arrivo un nuovo ricovero da seguire.

Il tutto succede mentre un parente ti chiama spaventato perché la mamma non respira ed entri nella stanza per fare una valutazione ma ti accorgi che la paziente accanto ha fatto ab ingestis mentre suona la sveglia del telefonino, quella che avevi impostato due ore prima per ricordarti di continuare con la curva enzimatica del paziente X alla tale ora ma già è passato del tempo e ti è sfuggito il controllo della glicemia al paziente con diabete scompensato. Allora continui a correre, ce la devi fare, mentre il paziente della stanza accanto ti chiama spaventato perché è finita la flebo è, terrorizzato, perché entra l’aria, lo leggi sulla sua faccia così ti affretti a spiegargli che non corre nessun pericolo, altri pazienti ti chiamano, i campanelli suonano, il telefono di reparto suona, il campanello della porta di reparto suona. Devi correre altrimenti non ce la fai, devi accompagnare un paziente a fare la dialisi, un altro a fare la TC mentre ti viene in mente che non hai chiamato ancora il centro trasfusionale per reperire urgentemente una sacca di sangue per il paziente anemico.

Ti ripeti: “se ti sbrighi puoi farcela; o forse no”. In tutto questo un altro medico ti cerca, ha bisogno di visionare un nuovo elettrocardiogramma di un altro paziente ma devi anche andare a seguire il ricovero.

Allora la solita domanda: “cosa faccio per prima?”

Devi essere veloce nel prendere la decisione giusta, anche perché da te dipende alleviare il dolore del tale paziente X, da quanto velocemente riuscirai a capire se ha dolore e chiamerai il medico per potergli somministrare un analgesico.

Da te dipende la vita di quel paziente che ha fatto ab ingestis che si salverà solo se ti attiverai subito e sarai altrettanto capace di montare velocemente e bene quel benedetto/maledetto aspiratore che non troverai mai pronto perché i pazienti sono troppi e non possiamo avere un aspiratore per ognuno di loro.

Da te dipende la vita di quel paziente che, mentre stai facendo mille cose, altre mille le hai per la testa e i medici, i pazienti e i parenti ti chiamano, ti accorgi che è in arresto cardiaco. Te ne accorgi così velocemente da fare in tempo a rianimarlo ma non sempre, non sempre riuscirai a rianimarlo e sarà allora, in quei momenti ti chiedi: “perché?” Ti fai un autoesame: “ho fatto tutto nel modo giusto?” Hai fatto tutto quello che potevi? E inevitabilmente la domanda va sul perché della morte, spesso preceduta da tante sofferenze. Sono quelli i giorni in cui torni a casa sconfitta, demoralizzata, cercando di scrollarti i pensieri di dosso ma non ce la fai e anche se le persone comuni credono alla favola che ci si abitua al contatto stretto con la morte non ci abitueremo mai, mai davanti alla sconfitta.

Il carico di lavoro mentale, come quello di dare dignità alla salma, tocca per primi a noi.

A noi tocca guardare per primi la faccia ormai spenta di chi, nonostante tutte le sofferenze patite e tutti i sacrifici e le nostre ansie per alleviarle, non ce l’ha fatta e ti rimane nella mente la sua richiesta indelebile di aiuto prima che spirasse.

Carico di lavoro? Impossibile da quantificare.

Il mio reparto NON è l’inferno. Non è un luogo di lavoro come gli altri, è una piccola fabbrica di MIRACOLI perché ad ogni inizio turno noi professionisti di questo reparto ci attacchiamo alla speranza di farcela ad assistere tutti con professionalità e con dignità, mettendo in atto continuamente le scelte di priorità di cui noi infermieri, e solo noi e non certo i medici o altri professionisti, che pur si sacrificano nei loro compiti, siamo i responsabili.

Sono io quella che prende decisioni ogni due secondi.

Sono io e i colleghi che, come me condividono le stesse sconfitte e le stesse vittorie che, per quanto piccole possono essere tante volte sono legate alla vita delle persone.

Il carico di lavoro? Come si misura? Come si quantifica nel mio reparto la dignità che riesci a dare o non dare al morente, al sofferente acuto o cronico che sia? Se riesci a trovare il tempo, quella dignità che sei tenuto a dare, quando contemporaneamente stai facendo mille altre cose tutte importanti, ma devi scegliere e trovare sempre la giusta soluzione, allora ti senti anche soddisfatta, in parte.

Come si quantifica la sofferenza? Quella sconfitta che troppo spesso ci portiamo nel cuore a fine turno?

E il tempo che spendiamo, quello che sottraiamo alla nostra vita, alle nostre famiglie, parlo di quel tempo oltre al normale orario di lavoro, quello che ci permette di completare il turno senza lasciare lavoro arretrato ai colleghi del turno successivo di una e a volte anche due ore moltiplicato per quasi tutti giorni che nessuno mai ci pagherà.

Quel tempo quanto vale?

Noi non siamo qui a compiere beneficenza, svolgiamo una professione eroica però, una professione che merita la giusta riconoscenza e dignità. Meritiamo di vivere con meno affanno il lavoro che abbiamo deciso di svolgere, l’infermiere che abbiamo deciso di essere e i miracoli che vogliamo compiere per i nostri assistiti, per noi stessi.

Infermiere

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