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oncologia

Il regalo di Natale più bello

di Lucia Teresa Benetti

Nel reparto di oncologia dell’ospedale di Pescia non ci sarà più solo una Pink Room, ma una vera e propria “Stanza Insieme”. Uno spazio per dare aiuto ai malati oncologici. Una convenzione già firmata per dare sostegno durante e dopo le terapie. Per aiutare ad ottenere un totale reintegro nella società di noi pazienti. Per darci una qualità di vita migliore. Sarà all’interno di un luogo splendido. Un luogo che non sarà ospedale. Sarà tutto tranne che ospedale. Sarà nuova Vita. Questo è il regalo più bello.

Mi sono aggrappata a tutti i professionisti che mi giravano intorno

Mancano ancora pochi giorni e Natale sarà nuovamente qua. Ci penso e sorrido. O si opera subito o lei Natale o non lo vede o lo vedrà molto male. Così mi era stato detto quel 24 luglio. E io avevo spento il cervello.

Il cancro era entrato nella mia vita come un ciclone e come un ciclone aveva portato via ogni sogno, ogni speranza, ogni, anche, piccolo sguardo verso il futuro. Dopo una settimana ero in sala operatoria e dopo un mese avevo già iniziato i lunghi, interminabili, dolorosi cicli di chemio. Ho sperato. Tanto. Ho pregato. Tanto. Ho sopportato. Tutto. Ho pianto. Dentro. Mi sono aggrappata a tutti i professionisti che mi giravano intorno.

Ho conosciuto compagni di viaggio splendidi. Alcuni, tanti, non ci sono più. E ogni volta che penso a questo il cuore trema e devo correre, andare a rifugiarmi dalle “mie” infermiere, da quel medico che sempre ha saputo ascoltarmi. Perché la paura, “quella” paura non ti lascia più. Nemmeno se il Natale l’hai di nuovo visto.

Nemmeno se a “quel” Natale se ne sono aggiunti altri. Natali timidi, quasi timorosi. Comunque, sempre mete da raggiungere. Sempre posti in cima a montagne da scalare.

E allora mi sono inventata un Natale estivo. Così imbroglio il Destino, mi ero detta. Povera Lucia, dico ora. Ma ho amici meravigliosi che avvallano tutto ciò e tutto ciò diventa meravigliosamente un motivo di incontri festaioli e amicali.

Ma la strada calpestata di ogni santo giorno è stata, è, lunga e difficile. Questo è sicuro. Così, in maniera naturale, è nato il mio diario di bordo. “Non sempre vince Golia”, così s’intitola. Già… Golia è forte. Golia imbroglia. Golia illude. Golia vince… Non sempre. Spero.

Ma Golia è là, sempre, che sovrasta ogni cosa, ogni atto, ogni momento. E allora diamogli un senso, mi sono detta. Quel senso che è diventato un salvagente in più.

Avevo i miei medici, certo. Avevo le mie infermiere. Indispensabili. Per loro la mia gratitudine è aumentata e continua ad aumentare a dismisura. In loro mi rifugio quando questa mia nuova vita diventa pesante. Quando mi sento triste o nervosa.

Quando la speranza si affievolisce e i dolori, compagni fedeli, prendono il sopravvento su tutto. Anche sulla mia volontà di fare. E io di volontà ne ho tanta. Ma il cuore trema senza chiedere. Basta un niente. E tutto diventa grigio.

Allora ho ceduto, quel mio diario è diventato di tutti

Ho iniziato a girare l’Italia. A conoscere tante persone. Ad ascoltare problematiche nuove. A parlare per chi non se la sentiva. Per pudore. Perché non poteva. Perché fallo tu che ne sei capaceE Golia è stato sbeffeggiato. Messo all’angolo. Sono stata nella luce di altri Natali e lui nell’ombra della sconfitta.

Ho parlato di lui per parlare di me. Di noi pazienti oncologici. Di voi infermiere amiche mie. Perché amiche siete diventate. Sempre professionali, sempre attente. Sempre pronte ad ascoltarmi, accogliermi, diventare complici. E io sono diventata sempre più forte.

Non di fisico. Pazienza. Ma di testa. Sicuramente. Così forte da accettare di lasciare che una brava regista, Sara Fioretto, trasformasse quel mio diario (scritto durante i terribili giorni dell’intervento e durante le dolorose terapie) in una rappresentazione teatrale. Perplessità. Curiosità. Successo.

Diamogli un senso, ho nuovamente detto, leghiamolo ad un progetto che abbia la Persona al centro. E così è stato. Debutto a Firenze trionfante. Pubblico partecipe. Emozione alle stelle. Un aiuto alla realizzazione di un ambulatorio di psico-oncologia. Da parte mia solo lacrime di gioia. E quella sera, quando ancora le luci del teatro non si erano spente, subito una nuova proposta.

Prendiamo i contatti. Il sindaco di Pescia (Pistoia) ci vuole parlare. Andiamo. Siamo io, la mia regista e Berenice. Poetessa splendida e pacata. Di quelle che sanno scrivere di sentimenti e di emozioni senza puzza sotto il naso. Lo incontriamo.

È anche lui un ciclone. Ma buono, questa volta. Oreste Giurlani è il suo nome. Vuole assolutamente dare una mano. Ci offre lo splendido teatro Pacini. Un gioiello di fine Ottocento con cinque file di palchi. Appena restaurato. Entriamo per un sopralluogo. Resto senza fiato.

Caro Golia, non credere di fare bella figura tu

Urlerò con la voce di Paola quanto sei stronzo! Urlerò con la voce di Malin la mia sofferenza. Urlerò con la voce possente di Fabio tutto il mio dolore. Danzerò con il corpo di Daria. Canterò speranza con la musicalità di Martha. Mi farò cullare con le note di Alessio E tu rimpicciolirai nei gesti di Alberto. E alla fine, insieme, balleremo alla Vita. Però…

Però, quella sera, quel ciclone di sindaco sale sul palco. Ci ringrazia. Normale. Continua a parlare. Promette. Promette attenzione. Noi faremo la nostra parte. Ma lui promette di più. S’impegna davanti ad un teatro pieno di gente attenta e commossa. Chissà…

Editorialista
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