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editoriale

Mestre, un disastro doloroso che resta dentro

di Monica Vaccaretti

La carcassa del bus navetta precipitato dal cavalcavia Vempa martedì sera, ribaltandosi e schiantandosi a terra dopo un volo di circa 15 metri, è in un deposito, sempre capovolto con le ruote all'aria, come lo hanno trovato i pompieri. Inerme e vuoto. Tante anime che riempivano i sedili di plastica se ne sono andate, cadendo nel vuoto, intrappolate tra i rottami contorti e fumanti. Il veicolo elettrico rimane sotto sequestro per le indagini della magistratura. Era una corsa semplice da Venezia a Mestre, aveva a bordo una quarantina di turisti stranieri che dovevano fare tranquillamente ritorno al camping dove erano alloggiati. Mancavano pochi minuti al termine del breve viaggio.

Anche stavolta il Ssn ha saputo rispondere in maniera adeguata

autobus mestre

Martedì 3 ottobre un autobus è precipitato da un cavalcavia a Mestre.

Sul luogo del sinistro restano oggi soltanto le tracce della polvere bianca degli estintori, una macchia scura e qualche mazzo di fiore. Messo a terra, schiacciato come il veicolo, rimane anche tutto quello che lì si è consumato e tutto quello che è stato dato dai soccorritori in termini di energie, competenze ed umanità.

A lato, i treni della stazione di Mestre hanno ripreso a scorrere come ogni giorno pendolare, così come gli automobilisti che sfrecciano sopra in ogni direzione. La tragedia avvenuta all'ora del rientro a casa sembra non sia capitata.

Di sotto, il luogo dell'impatto – il sedime ferroviario che scorre a fianco della strada - è tornato in ordine e pulito da sangue e detriti, di sopra restano il guardrail divelto e la ringhiera tranciata a testimoniare l'incidente. Vi hanno legato dei fiori gialli. I soccorritori di quella sera sono altrove, in altri contesti e a salvare altre persone, senza avere verosimilmente la possibilità, turno dopo turno, di fermarsi per riprendersi dopo quanto hanno vissuto in quelle ore di maxiemergenza.

Chissà se pompieri e sanitari hanno avuto un supporto psicologico quando l'adrenalina ha lasciato il posto al crollo emotivo, con o senza lacrime. Generalmente non c'è mai tempo per farlo, non è previsto, non ci sono risorse, se hai bisogno ti arrangi da solo per superare lo stress post traumatico.

Lo scenario è drammatico per il numero sconvolgente di vittime e feriti in un unico incidente, per la complessità dell'intervento di soccorso, per la straziante condizione dei corpi. Il personale sanitario, unitamente allo straordinario Corpo dei Vigili del Fuoco, come sempre ha risposto con prontezza, dedizione e solidarietà per salvare più vite possibili, nonostante al Ssn siano destinate scarse risorse quantificabili in poco più del 6% del PIL.

Di quanti altri salvataggi eroici si può esseri capaci se si avessero a disposizione ciò che è doveroso per tutelare la salute e la sicurezza dei cittadini? Fino a quando si può continuare a fare bene il proprio mestiere se i decisori politici tolgono risorse e non riempiono il sistema di persone? Intanto anche stavolta il Ssn ha saputo rispondere in maniera adeguata.

L'evento di Mestre è un disastro doloroso che resta dentro, anche se ora, dopo l'intervento rapido ed efficiente, è tempo delle indagini e delle consulenze tecniche, delle ipotesi e delle colpe.

La Procura ha aperto un'inchiesta per omicidio stradale plurimo

È tempo del cordoglio, la Regione ha disposto il lutto per tre giorni. Si cercano le cause e si valutano le dinamiche dell'incidente. Ed è anche tempo di conoscere le storie di queste persone che hanno perso la vita mentre erano ospiti nel nostro Paese e di scoprire atti di comune eroismo compiuto dai primi soccorritori.

Come quello di alcuni operai stranieri che hanno attraversato i binari del treno, scavalcato recinzioni e scalato tralicci per raggiungere il luogo dell'impatto e cercare di far uscire le persone mentre in alto, dal cavalcavia, la gente scesa dalle auto in coda assurdamente scattava foto e filmava, come denunciato da un imprenditore kosovaro che dal basso verso l'alto gridava loro di smetterla e di scendere ad aiutare. Uno di loro ha buttato giù un estintore.

Le automediche sono parcheggiate di traverso e le ambulanze sono aperte per accogliere i traumatizzati. Alcune partono di corsa, altre restano ferme e per il momento vuote. Il peggio è già avvenuto.

Alcuni infermieri sono inginocchiati a terra, stanno intervenendo su qualcuno steso su una barella. Uno dopo l'altro 21 corpi vengono estratti dall'autobus e posati in fila sotto il viadotto. Sono soltanto sagome informi sotto lenzuola bianche che gli infermieri del 118 coprono pietosamente.

Altri infermieri con la divisa giallo fosforescente armeggiano con lampade per illuminare la scena e la rendono sicura. In un angolo uomini e donne – sanitari o poliziotti - si vestono con la tuta bianca integrale, la chiudono bene, si coprono con il cappuccio, si mettono guanti e mascherina. E si dirigono verso le salme per la constatazione di morte, l'identificazione, le prime indagini sui corpi.

Arriva qualche bara. Si intravede in disparte il patriarca di Venezia che, giunto sul posto insieme alle altre autorità cittadine, prega sotto il viadotto, una figura nera talare come un'ombra desolata e muta. Del resto, il sindaco di Venezia ha definito apocalittica la scena che si è presentata ai soccorritori.

È stata immediatamente attivata tutta la rete del SUEM 118 del Veneto. L'Ulss 3 di Venezia ha messo in atto il protocollo delle grandi emergenze secondo il quale tutti i pronto soccorso degli ospedali sono messi a disposizione e il personale di rinforzo viene richiamato al lavoro.

Vigili del fuoco, polizia, carabinieri, infermieri e medici del Suem sono arrivati sul luogo del disastro, provenienti da tutta la provincia. I primi sono giunti in sette minuti dalla chiamata di soccorso. Si può essere più veloci? Si è alzato in volo l'elisoccorso di Treviso.

I 15 feriti, undici dei quali ricoverati in Terapia Intensiva, sono stati trasportati a sirene spiegate in vari ospedali della Regione. All'Angelo di Mestre, a Mirano, Padova e Treviso. I sanitari hanno ricomposto 21 persone, tutte giovani. Le vittime sono state identificate, ha dichiarato il prefetto di Venezia, e sono tutte straniere, a parte l'autista italiano del bus, trevisano. Provenivano da Ucraina, Romania, Germania, Croazia, Portogallo, Sudafrica.

Il lavoro dei sanitari sta continuando anche in corsia dove i sopravvissuti sono psicologicamente devastati. La barriera linguistica, pur con la mediazione culturale degli interpreti, rende più difficile trovare parole di supporto nel dolore aggravato dalla solitudine e dalla lontananza dei propri cari.

Scorgo problemi di salute e di sicurezza in tutta la scena

Sin dagli attimi prima della caduta quando il bus percorreva la strada trafficata tornando dalla gita spensierata tra le calli. Tra le ipotesi si prende infatti in considerazione un improvviso malore dell'autista che ha perso il controllo del veicolo in un rettilineo in discesa. Non ci sono segni di frenata o contro sterzata.

Il bus ha strisciato con la fiancata sul guardrail ed è caduto nel vuoto dopo alcuni metri da un varco lungo le barriere di sicurezza stradali. Sembra dai primi rilievi che il guardrail non fosse in regola. Vecchio ed inadeguato, interrotto. Risalente agli anni Cinquanta. Ne manca addirittura un pezzo. C'è infatti un buco lungo un metro e mezzo che il Comune di Venezia progettava di sostituire l'anno prossimo.

Rendere sicure le strade, mettendole a norma senza aspettare decenni nella speranza che nel frattempo non si verifichino incidenti mortali, dovrebbe essere una priorità per prevenire tragedie simili. Ancora una volta il personale di soccorso italiano è stato eccellente, in tempestività e competenza, nel salvare persone. Ma significa mettere ancora una volta una pezza alla negligenza di altri uomini che, nei loro incarichi istituzionali, pur vedendo e sapendo della mancata sicurezza, non sono intervenuti con altrettanta solerzia.

Intanto si muore tra le lamiere di acciaio, non lungo ma addirittura sotto le nostre strade. E non è la prima volta che capita, non tanto per fatalità ma per incuria delle infrastrutture. I soccorritori, per quanto bravi e preparati, farebbero volentieri a meno di queste maxiemergenze, soprattutto quando si scopre poi, indagando, che sono evitabili con la messa in sicurezza e la prevenzione del rischio.

Così mentre le sirene delle nostre ambulanze e dei pompieri continuano a correre nelle nostre città ad ogni urgenza ed emergenza, viene da chiedersi, pur nell'ammirazione e la riconoscenza che la cittadinanza dovrebbe manifestare per questi professionisti che ci salvano, quanto del loro lavoro potrebbe essere risparmiato se solo tutti rispettassero prudentemente regole e norme.

Di tutto questo stress essi farebbero volentieri a meno, per quando sia il loro lavoro. Per quanto abbiano sangue freddo e nervi di acciaio, sono umani. Si può arrivare ad un punto in cui, di morti così che si vanno a raccogliere, non se ne può più. Gli occhi ne sono pieni. Fanno male, soprattutto se restano asciutti.

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