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Editoriale

Via crucis, la croce addosso

di Monica Vaccaretti

Via crucis sono le corsie degli ospedali che si riempiono ad ogni ondata, dopo essersi svuotate. Croce è il carico emotivo che vivono i sanitari, ad ogni tappa della pandemia. Croce è la sofferenza, la solitudine e la morte che patiscono i contagiati e i malati di Sars-CoV2, nell'isolamento di una stanza o nel confinamento di un reparto. Leggo, ad ogni stazione della via dolorosa, dalla prima alla quattordicesima, un riferimento significativo a quello che molte persone hanno vissuto e i sanitari hanno fatto. Via crucis sono le strade e le città ucraine, devastate dalla guerra. Via crucis è un posto dolente in cui spesso i sanitari si ritrovano ad operare.

È via crucis ogni volta che l'uomo soffre

I sanitari sono spesso lungo le vie dolorose perché la sofferenza sta dove c'è vita e dove c'è vità c'è sempre un bisogno di salute e qualcuno di cui prendersi cura

La via della Croce è una via dolorosa. Il rito religioso, che si celebra il Venerdì Santo, è un atto di devozione che, attraverso un itinerario spirituale, rappresenta i vari episodi dolorosi accaduti lungo il percorso cha dal tribunale di Pilato porta al Golgota, il colle del Calvario dove avviene la crocifissione. Si tratta di una rappresentazione popolare della Settimana Santa, tra le più antiche del mondo, che mette in scena la sofferenza di Cristo, con la croce sulle spalle.

Non si tratta soltanto di una rievocazione storica ma di un profondo e suggestivo momento di preghiera e di riflessione. È un esercizio di pietà cristiana che si prova passando davanti a quattordici croci, in una sequenza murale all'interno delle chiese, tante sono le tappe dette stazioni in cui si china il capo.

Al di là della fede religiosa che anima i credenti, santi e poeti, filosofi e scrittori ci hanno lasciato parole che curano e confortano. Che il crocefisso è il segno del dolore umano di tutti i tempi e che la croce è il segno della solitudine nella morte. Che la croce non è soltanto due legni ad angolo retto ma un simbolo che congiunge la terra al cielo e tende le braccia in tutte le direzioni. Che è il segno misterioso dell'umanità universale, il telaio sul quale viene tessuta la vita dell'uomo, la radice della carità.

Nel silenzio della Croce di oggi la memoria torna alla via crucis nell'aprile 2020 sul Sagrato della Basilica Vaticana. Non c'erano fedeli in Piazza San Pietro, soltanto il Pontefice. La pioggia e le fiaccole. La solitudine, la distanza e la paura del mondo. Di fronte ad un virus sconosciuto che toglieva respiro e vita, ci siamo universalmente trovati con la croce addosso, la pandemia pesava e ci ha segnati e scavati dentro. E ai professionisti sanitari non è rimasto altro da fare che farsi una croce sul cuore e vivere una via crucis lunga oltre due anni. Non è ancora possibile mettere una croce sopra la pandemia, come se fosse finita, perché il virus circola silenzioso, contagia, fa morire mentre il fragore delle armi, altra croce che ci è capitata addosso, non tace. Spesso ad una croce se ne aggiunge un'altra. È via crucis ogni volta che l'uomo soffre.

Via crucis sono le corsie degli ospedali che si riempiono ad ogni ondata, dopo essersi svuotate. Croce è il carico emotivo che vivono i sanitari, ad ogni tappa della pandemia. Croce è la sofferenza, la solitudine e la morte che patiscono i contagiati e i malati di Sars-CoV2, nell'isolamento di una stanza o nel confinamento di un reparto. Leggo, ad ogni stazione della via dolorosa, dalla prima alla quattordicesima, un riferimento significativo a quello che molte persone hanno vissuto e i sanitari hanno fatto. La condanna a morte quando non esistevano cure e vaccini.

Il peso della pandemia caricato sulle spalle dei sanitari del mondo. La caduta la prima volta. L'incontro straziante con i familiari attraverso il tablet. L'aiuto tra sanitari ad affrontare la tragedia globale. Volti asciugati, tra lacrime e sudore sotto le maschere e le tute anti Covid, tra lacrime e sudore quando non si respira e si ha paura tra le lenzuola. La caduta, un'altra volta ancora. La consolazione. E ancora si cade, per la terza volta. E poi una quarta. Uomini e donne spogliati delle vesti, bruciate dopo essere state raccolte nei sotterranei perché contaminate. Inchiodati sui letti, dentro caschi di ossigeno, intubati. La morte. La deposizione, nudi dentro sacchi. I corpi deposti in cimiteri senza riti funebri e parenti.

Via crucis sono le strade e le città ucraine, devastate dalla guerra

Croce è l'orrore che viviamo emotivamente, ad ogni barbarie del conflitto. Croce è il dolore, il terrore e la morte che tribolano quaranta milioni di ucraini sotto bombe e missili, sottoterra nelle cantine e nelle metropolitane. Ritrovo, dopo cinquanta giorni di guerra, un riferimento importante a quello che un popolo sta subendo. La condanna a morte dei civili. Il peso della guerra caricato sulle loro semplici vite, come le nostre, sconvolte. La caduta di Bucha. L'incontro con i rifugiati, i prigionieri di guerra, i sopravvissuti: ne conosciamo le storie attraverso il racconto mediatico quotidiano, tra la narrazione dei cronisti e le immagini dei reporter.

Gli aiuti umanitari in soccorso all'esodo e alla devastazione. Il lavoro eroico negli ospedali. Volti sconvolti, tra lacrime infinite e lacrime che sono finite. La caduta di Mariupol. La consolazione, tra gente che si ritrova con altra gente, ancora viva dopo essere passata attraverso bombardamenti, stupri, torture ed esecuzioni. E ancora un'altra città cade, ad est e nel Dombass. Uomini e donne lasciati senza vita sulle strade, con mani legate dietro la schiena. Dentro sacchi. Gettati nelle fosse comuni e nei forni crematori. È via crucis ogni volta che si uccidono bambini o li si deporta per rubare loro vita ed identità.

Via crucis è un posto dolente in cui spesso i sanitari si ritrovano ad operare. Un luogo in cui sono chiamati ad esserci per la loro professione d'aiuto. Le vie crucis sono infinite, sia in pace che in guerra, tante quante sono le vite umane colpite dalle malattie del corpo, dalle sofferenze traumatiche e psicologiche, dagli eventi che cambiano il mondo e scuotono le coscienze. I sanitari sono spesso lungo le vie dolorose perché la sofferenza sta dove c'è vita e dove c'è vità c'è sempre un bisogno di salute e qualcuno di cui prendersi cura.

È croce sulle spalle ogni volta che si sta attorno ad un letto e ad un corpo per salvare la vita di una persona. In ogni condizione, contro un morbo o contro un'arma. Perché si crede che portare la croce, oltre alla propria, per alleviare la sofferenza del mondo anche solo in un individuo e per quanto sia umanamente possibile, sia l'unica via che si sceglie ragionevolmente di seguire, nonostante sia dolorosa e difficile, lunga e coinvolgente. E così, passando lungo le tappe delle varie vie crucis che ci colpiscono, chino il capo in segno di rispetto per noi che ci passiamo attraverso ogni giorno, ricordando il dramma che abbiamo vissuto sinora e le emozioni che ci stanno cambiando, rompendo talvolta qualcosa dentro per esasperazione o per stanchezza. E chino il capo, in segno di pietà, per tutto il resto che ci rende croce.

Infermiere

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