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Editoriale

Tra Bucha e Covid, metto i pensieri a terra

di Monica Vaccaretti

Quarantesimo giorno di guerra. E il mondo scopre l'orrore di Bucha, una cittadina ucraina a circa trenta chilometri da Kiev rimasta sotto l'occupazione russa per trenta giorni. La narrazione che si svela, ora dopo ora, è un orrore senza parole, bastano le immagini che fanno il giro del mondo e tornano indietro. In quei corpi con le mani legate lungo le strade, con la faccia immersa nelle pozzanghere di neve e sangue. Dentro quelle auto schiacciate dai carri armati. In quei corpi caduti dalla bicicletta, colpiti dai cecchini mentre forse scappavano, forse cercavano acqua e pane per non morire. In quei pezzi di mani e gambe che riaffiorano tra il fango delle fosse comuni, forse i sacchi neri delle immondizie erano finiti. In quei corpi sepolti con cura nei giardini delle abitazioni, come si fa con i cani di casa. I pensieri vanno a terra, sconvolti. Come si fa anche solo a pensare che questo orrore sia una messa in scena? Siamo nel XXI secolo ma soltanto trent’anni fa lo stesso orrore si ripeteva nelle guerre balcaniche. E negli ospedali, come in quello pediatrico Meyer di Firenze, si curano le ferite di guerra dei bambini profughi. Non capitava dal 1943, quando cadevano le bombe anche da noi, sento dire nel reportage. Ottant’anni di crimini di guerra fa eravamo come adesso. I pensieri cadono a terra, pietrificati, gridano pietà. Non vedo cadaveri, vedo persone che avevano una vita. Stanno ancora lì, come sono caduti. Scomposti. Congelati. Abbandonati. Nella loro ultima posizione.

Una raccolta fondi per l’Ucraina, tra gli stand della Fiera “Abilmente”

Mi trovo nello stand della Croce Rossa Italiana, raccogliamo fondi per l'Ucraina tra gli espositori alla Fiera “Abilmente” a Vicenza. C’è il mondo, dalla Turchia all’India, dalla Spagna al Cile, dalla Francia alle regioni d’Italia. La gente è distratta tra ricami, strass e merletti. Molti non ci vedono nemmeno, persi tra i lustrini e i fili di macramè. Altri fanno invece finta di non vederci, forse ricordiamo qualcosa a cui donne di tutte le età e bambine non vogliono pensare in un sabato pomeriggio di leggerezza e di bellezza creativa. Chi dona, dona generosamente ma con infinita tristezza e in silenzio, commossi. Forse non si tratta di indifferenza, rifletto, ma di dispatia. Quel rifiuto o incapacità di condividere le emozioni e i sentimenti degli altri per impedire che, colpendoci, ci devastino creando un profondo disagio psichico in noi, oltre che a loro. Empaticamente, li capisco. È una forma di protezione, di cura di sé quando l'orrore è troppo da sopportare. Forse è una reazione umana allo shock di quello che vediamo e sappiamo che sta avvenendo ma che non viviamo, nonostante abbiamo le coscienze turbate e sdegnate. Mi rendo conto che sono da capire, non da biasimare. Mi passano davanti meravigliose borse patchwork e maglioncini e abiti di lana fatti a ferri ma io vedo solo le mascherine sui volti. Ffp2 rosa, blu, bianca o nera. Mascherina chirurgica usata troppo, indossata al contrario. Mascherine al collo, nessuna mascherina. Mi sento un radar. Volgo lo sguardo, troppa gente, mi gira la testa. Un signore senza mascherina si avvicina e dona. Lo ringrazio. Mi sento nel posto giusto ma nel momento sbagliato. Così, d'improvviso, metto i pensieri a terra quando realizzo, guardando il punto in cui mi trovo in piedi sotto l'emblema della Croce Rossa e i sette principi stampati sulla vela, che il gazebo è stato piantato dove prima c'era l'albero di Natale con i pacchi dono per i bambini, anche se non era più Natale ma solo un compleanno o il giorno del tampone.

Metto i pensieri a terra e qui mi sento a casa

Metto i pensieri a terra. Qui mi sento a casa, nove mesi in un immenso loft fieristico sono tanti. Ed eravamo amici. Ci siamo persi di vista, ci hanno mandati altrove. Hanno sciolto le file, i ranghi non sono più serrati per la pandemia. I soldati italiani. I marinai. Gli infermieri. Chissà che fine hanno fatto i militari. Magari sono in missione. Chissà che fine abbiamo fatto noi infermieri, certamente ci sentiamo strani. Abbiamo dato tanto e troppo a lungo. Abbiamo vissuto qualcosa che non finisce. Che non si dimentica. Che ti resta dentro, appuntato con un filo di lana al cuore e ricamato a punto croce nella mente. Siamo stati abili, abilmente. Ora mi sento un po' un bottone che si stacca dal cappotto, mi perdo. Cado per terra. Rotolo. Finisco sotto il tavolo, dove nessuno più mi vede per riattaccarmi. Altro che “Abilmente”. Direi che siamo stati noi creativi a crearci tamponatori, che neanche si sapeva cosa fosse prima del Covid-19. Siamo state donne infermiere, tante donne, che non avevano nemmeno più il tempo di pensare ai ricami e ai merletti. Ricordo che c'è stato un tempo in cui ricamavo anch'io.

Poi un uomo dello stand accanto mi si avvicina. È un cileno che vende borsette stampate a mano da colorare, mi dice che sta facendo buoni affari. Viene da Santiago del Cile, mi spiega che lunedì a Venezia deve prendere il volo per casa, passando per Madrid. Gli serve un tampone molecolare per l'imbarco e non sa dove rivolgersi. Deve essere il karma. Telefono al Marco Polo, gli scrivo la mail per la prenotazione, gli spiego tempi e costi al Terminal al piano terra. Per ringraziarmi mi regala una delle sue borsette di lino. E dice che sono un angelo. Ma non sa che sono un'infermiera Covid. Ho la divisa rossa per l'Ucraina. Non sa che questa era casa mia. Soltanto qualche mese fa. E i pensieri tornano a terra. Dove stanno i passi che ancora dobbiamo fare.

Infermiere

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