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Editoriale

Tra contagio emotivo e contagio virale

di Monica Vaccaretti

Contagio significa toccare, contaminare. Il contagio non è soltanto la trasmissione, per via diretta ed indiretta, di una malattia infettiva da un individuo malato ad un altro sano. È definito anche come l'influsso dannoso esercitato su una persona dalla consuetudine con altri. È l'influenza che l'esempio e il pensiero di alcuni possono esercitare su altri, è la trasmissione da un individuo ad un altro di idee, convinzioni, sentimenti o stati d'animo che sono in grado di suggestionare sul piano psichiatrico e di determinare, sul piano sociale, particolari modificazioni nelle strutture sociali. È difficile in ogni caso sfuggire ad un contagio. Perché è impercettibile ed invisibile, dà segno della sua forza soltanto quando causa un danno, che sia una malattia, una situazione negativa o una emozione intensa.

Il contagio del virus e il contagio della guerra

Da 26 giorni siamo colpiti da un duplice contagio. Oltre quello dell'infezione da Covid-19 che avanza senza sosta tra onde e code, tra distanze genetiche delle varianti e distanze geografiche della gente, siamo colpiti dal morbo della guerra. L'offensiva spaventa perché rischia di diventare globale, come la pandemia. La situazione geopolitica è molto grave. Considerata la sua importanza, sta diventando virale la monopolizzazione dell'informazione su questo conflitto internazionale, a tal punto che il patogeno responsabile della pandemia è passato in secondo piano. Ma se non se ne parla più come prima, non significa che non esista. Molti esseri umani, oltre 6 milioni, sono stati uccisi da Sars-CoV2 e le morti continuano ogni giorno, sottotono e in silenzio. Non fa neanche più notizia che ad Hong Kong si mandino a cercare bare in Cina perché non bastano più a causa della recrudiscenza del virus. E in Occidente sembra che ci siamo abituati a bollettini con contagi elevati. Molti esseri umani sono uccisi oggi dalle bombe e dai missili supersonici, dieci milioni sono profughi, trenta milioni sono sfollati nella loro patria. La guerra è tornata in Europa. La conta delle vittime è certamente diversa ma non c'è nessuna differenza nella gravità del contagio bellicoso. Si muore pur restando vivi, in guerra. Si è psicologicamente vittime.

Sto cercando di crearmi questo spazio, allontanando i 1909 km, ma è difficile azzerare le distanze emotive in uno scenario come quello in cui siamo precipitati

La paura del contagio cambia a seconda della percezione del rischio, sia per la pandemia che per la guerra. La mia percezione relativa al contagio virale è ancora molto elevata e passa attraverso la consapevolezza, consolidata per l'esperienza maturata sul campo, che una pandemia di questa natura si esaurisce grazie alla forza, alla costanza e alla coerenza delle misure sanitarie e che un virus di questa potenza non muore di cause naturali. Mi viene da pensare che non c'è niente da fare, sembra che sia Sars-CoV2 a decidere. Ho vissuto per due anni il contagio nel territorio, tra la mia gente. Le dinamiche del contagio, anche quelle più sottili, le vedo ancora ogni giorno, persino in ambienti ospedalieri, nella leggerezza dei comportamenti e nella stanchezza delle persone. Mi rendo conto che anche i sanitari sono persone, che abbandonano purtroppo prudenze, certezze ed evidenze. L'alleggerimento delle misure anti-contagio è stato deciso troppo presto, come sostengono molti uomini di scienza. Con le più infettive varianti Omicron 2 e 3, non c'è mai stato al mondo un virus più contagioso. E di fronte a questo scenario pandemico, in Italia si tolgono in un colpo solo lo stato di emergenza, il Comitato Tecnico Scientifico, il Super Green Pass. Le mascherine obbligatorie al chiuso. Dal 1° aprile, non è uno scherzo, per le riaperture si punta tutto sugli immunizzati ma si dimentica che l'immunità vaccinale ha una durata troppo breve. Il mio booster mi ha protetto per quattro mesi da malattia grave, il tempo per me è già scaduto, la mia percentuale di protezione dal contagio è scesa al 40% circa.

Mentre l'empatia è stare con l'altro serenamente e mettersi nei suoi panni senza lasciarsi contagiare dai suoi conflitti emotivi, conservando individualità ed autonomia per poterlo comprendere ed aiutare, il contagio emotivo è stare dentro l'altro con il massimo coinvolgimento possibile. È una condizione che porta allo squilibrio, come il massimo distacco assunto per difendersi da una profonda risonanza emotiva. Per intrecciare una relazione interpersonale salutare, anche a distanza di 1909 km, occorre mettere consapevolezza della differenza tra noi e gli altri, così da essere in grado di creare dentro di noi uno spazio tra una forte emozione e la nostra reazione automatica, in cui possiamo attuare una solida regolazione emotiva, così da non avere ripercussioni pesanti sul nostro benessere psichico. Sto cercando di crearmi questo spazio, allontanando i 1909 km, ma è difficile azzerare le distanze emotive in uno scenario come quello in cui siamo precipitati.

Trovo il contagio emotivo più insidioso e difficile da evitare, bombardati come siamo dalle immagini e dalle persone che ti entrano in casa e dalle storie che senti narrare come se si fossi lì a viverle. Il virus fa meno paura, ci si può difendere con le misure igienico sanitarie. Ma dalla realtà di una guerra, così vicina nello spazio e nel cuore, non si sfugge. I mass media di oggi hanno il potere, raccontando e sensibilizzando, di avvicinare persone ed emozioni, annullando le distanze fisiche ed emotive. È meraviglioso ma può essere devastante. E la disperazione, ad un certo punto della narrazione, non ha più parole. Soltanto emozione. Perché è crudamente vera. Sulla pelle tua. Sull'anima mia. Anche a 1909 km di distanza. Siamo umani.

Infermiere

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